Archive for April, 2007

ATTACCO A BAGNASCO IN EUROPARLAMENTO, CRITICHE DEI VESCOVI

di Fausto Gasparroni

CITTA’ DEL VATICANO - “Indecorosi attacchi”, “segni di ignoranza frutto di schemi ideologici”, una “cosa indegna e triste” che non tiene conto che “non c’é nessuna omofobia nella Chiesa cattolica”. Si è levato un coro di critiche da parte dei vescovi alla mozione anti-Bagnasco di cui sono stati firmatari tre europarlamentari italiani di Rifondazione comunista (Agnoletto e Catania) e Verdi (Frassoni), presentata nel corso del dibattito sull’omofobia giunto oggi al voto del Parlamento europeo. L’Europarlamento ha approvato oggi una mozione anti-omofobia in cui vengono condannati “i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali”. Dal testo approvato è stato comunque tolto un passaggio - che era stato proposto dai tre eurodeputati italiani del Prc e dei Verdi - in cui si criticava espressamente il presidente dei vescovi italiani, monsignor Angelo Bagnasco. L’iniziativa dei tre esponenti della sinistra ha tuttavia suscitato una serie di reazioni da parte di vescovi e cardinali. Ad aprire le danze è stato il Sir, l’agenzia dei settimanali cattolici promossa dalla Cei, avvertendo in una nota dedicata all’episodio: “é ora di dire basta”. “Ci risiamo - scrive il Sir -. Proseguono, questa volta nella sede del Parlamento europeo per opera di una pattuglia di deputati comunisti e verdi, gli indecorosi attacchi al presidente della Cei mons. Angelo Bagnasco”. Il Sir parla di “argomentazioni propagandistiche e vietamente anticlericali di un pugno di facinorosi”, parla di “falsificazione, disinformazione, propaganda che ancora oggi (in pieno ventunesimo secolo), si definisce ‘comunista’”, e del rischio “che, batti e ribatti, la falsità generi odio e provochi conseguenze imprevedibili”. Quindi dire “basta” a “questi attacchi significa nello stesso tempo assicurare che tutti, non solo i cattolici, continueranno a parlare con passione e con impegno di quei grandi temi - la famiglia, la vita, la verità e la giustizia - sui quali mons. Bagnasco ha inaugurato la sua presidenza della Cei, in piena coerenza con il magistero del Papa e nella continuità della testimonianza delle Chiese in Italia”.

Per mons. Aldo Giordano, segretario generale del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa), prendere di mira Bagnasco è segno “del non voler comprendere le cose” e anche “di ignoranza”. “Noi siamo pronti - ha assicurato a margine di una conferenza stampa - a discutere sulla vita, sulla famiglia, sui diritti degli individui. Le reazioni come quelle dei tre europarlamentari, invece, non nascono da una riflessione, ma da schemi ideologici. E questo ci dispiace”. Sulla vicenda è intervenuto anche il patriarca di Venezia, card. Angelo Scola, secondo cui “si tratta di una cosa indegna e triste, perché è il segno di un deficit di ascolto reciproco estremamente grave”. “Le posizioni di mons. Bagnasco sono state falsificate - ha affermato alla rubrica ‘Mosaico’ dell’emittente tv Sat2000 -: non c’é nessuna omofobia nella Chiesa cattolica, e sarebbe quindi auspicabile che il pregiudizio nei suoi confronti finisse. Come si fa a pensare - si è chiesto Scola - che uomini e donne cristiani, preti, vescovi, che ogni giorno si chinano nella condivisione dei bisogni di tutti, senza distinzioni, come si fa a pensare che non cerchino di accompagnare il cammino di tutti?”. “Talora - ha proseguito - ho l’impressione che non potendo, o non riuscendo a intervenire su tematiche politiche di primo piano, come la politica estera o la difesa, l’Unione Europea si appigli a questioni nelle quali le differenze tra paesi vanno rispettate.

La sensibilità del popolo italiano, su temi come matrimonio e famiglia, è diversa da quella francese, tedesca, inglese. E noi abbiamo il diritto che questa differenza venga rispettata, soprattutto da chi è esponente del nostro paese perché eletto nel nostro paese”. In altre parole, “bisogna che il Parlamento europeo pratichi con maggior rigore il principio di sussidiarietà e rispetti i diversi orientamenti dei nostri popoli. Ma soprattutto, in casi come quello relativo alle parole di mons. Bagnasco , non bisogna dire menzogne”. Fugace accenno, invece, quello del cardinale vicario Camillo Ruini, nel corso di un seminario presso la Pontificia Università Lateranense, per dire che la Chiesa cattolica, malgrado le polemiche, gode di un rispetto maggiore in Italia che non nelle istituzioni dell’Unione europea. “In Italia possiamo essere ottimisti - ha affermato Ruini - perché buona parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica sono consapevoli dei valori degli italiani. Ma se da Roma ci spostiamo a Bruxelles o a Strasburgo la situazione è molto più chiusa. Qui da noi, nonostante qualche pallottola di carta - ha concluso -, andiamo abbastanza bene”.

(ANSA.it) <!– –>

Scoperto un pianeta simile alla Terra

È il più piccolo mai scoperto al di fuori del sistema solare. È roccioso e si potrebbe anche trovare acqua allo stato liquido

Ricostruzione ideale di un pianeta extrasolare

Ricostruzione ideale di un pianeta extrasolare

ROMA - Un pianeta al di fuori del sistema solare con caratteristiche simili a quella della Terra è stato scoperto grazie a un telescopio piazzato a La Silla nelle Ande cilene dagli astronomi dell’Eso (European Southern Observatory). Si trova però a 20,4 anni luce, cioè a 193 mila miliardi di chilometri da noi, ed è individuabile nella costellazione della Bilancia. Si tratta in ogni caso del pianeta più simile alla Terra tra i 229 individuati all’esterno del nostro sistema solare.

FORSE C’È ACQUA - Secondo il gruppo di ricerca dell’Osservatorio di Ginevra e di Lisbona e dell’Università di Grenoble e dell’Istituto di astrofisica di Parigi che l’ha rintracciato, si tratta di pianeta roccioso, sul quale si potrebbe anche rinvenire acqua allo stato liquido. Il nuovo pianeta ha un raggio di circa il 50% più grande di quello della Terra (quindi più o meno 10 mila km) ed è il più piccolo mai scoperto al di fuori del sistema solare. La massa è di cinque volte superiore a quella terrestre. La distanza dalla sua stella, Gliese 581, è invece 14 volte inferiore alla distanza Terra-Sole, e la durata di un’orbita è di quasi 13 giorni.

GLIESE 581 - La ricerca, descritta sulla rivista Astronomy and Astrophysics, fornisce prove anche di un terzo pianeta con una massa otto volte quella della Terra, che orbita sempre intorno a Gliese 581, già nota per ospitare un pianeta simile a Nettuno individuato dallo stesso gruppo di ricerca. Gliese 581, hanno osservato i ricercatori, è fra le cento stelle più vicine a noi. Grazie alla sua vicinanza, ha detto Xavier Delfosse, dell’università francese di Grenoble, il nuovo pianeta sarà un «obiettivo molto importante per le future missioni dedicate alla ricerca per la vita extraterrestre».

TEMPERATURA - Gliese 581 appartiene alla categoria delle nane rosse: ha una massa pari a un terzo di quella del Sole, una luminosità 50 volte inferiore ed è molto meno calda: queste caratteristiche fanno sì che il pianeta si trovi nella cosiddetta «zona abitabile», quella cioè in cui la temperatura permette la presenza di acqua allo stato liquido. «Secondo le nostre stime la temperatura media di questo pianeta è fra 0 e 40 gradi centigradi, e quindi l’acqua si troverebbe allo stato liquido. In base ai nostri modelli dovrebbe essere o un pianeta roccioso come la Terra, oppure interamente ricoperto da oceani», ha detto Stephane Udry, dell’Osservatorio di Ginevra, che ha guidato la ricerca.

 

 

 

25 aprile 2007

(Corriere.it)

Le radici antiche dell’Italia cattiva

di GIUSEPPE D’AVANZO

L’Italia appare ad Adriano Sofri incattivita. Il Paese si guarda in cagnesco; ha sempre la bava alla bocca; è prigioniera di “una lotta politica recitata come una parodia dell’eterna guerra civile”. Naturalmente Sofri non crede - al quadretto “artefatto, edulcorato” degli “Italiani, brava gente”; e tuttavia la violenza dell’oggi lo intimorisce. Ne è come stupefatto.

Lo chiamo al telefono e mi dice che a farglielo pensare non è tanto (o non solo) quel che vede nel dibattito politico-parlamentare o quel che legge del discorso pubblico (e già basterebbe), ma soprattutto quel che osserva nel mare magnum della blogosfera, dove i sentimenti, le opinioni sono meno controllate, meno mediate, diciamo più nude e autentiche. Odio, vi scorge, un odio cieco e ottuso. Un’inimicizia assoluta e irreparabile, un’invidia, un rancore che Sofri avverte come orizzonte nuovo, condizione inedita in Italia per la sua forma, diffusione, distruttività, urgenza.
Anche se so che la sua è soprattutto una provocazione, sono stupito dello stupore di Sofri perché egli non appartiene alla famiglia dei “buonisti” di casa nostra che, si sa, dietro la predicazione nascondono intolleranza; nichilismo; un amore incondizionato per il calduccio che assicura loro l’ordine costituito.

L’Italia è stata sempre cattiva, cattivissima, feroce. Non è vero (non mi pare vero) che “la deformazione del volto umano dell’Italia”, come diceva Aldo Moro, faccia data dal maggio del 1978. Magari. La cattiveria e l’odio reciproco sono stati e sono la nostra, più vitale e antica linfa. Quasi il nostro tratto originario, così primigenio da precipitare finanche nel senso comune.

A Napoli l’invincibilità del risentimento italico ha addirittura una sua storiellina molto popolare. Uno straccione viene chiamato a Palazzo Reale e si vede offrire dal Re Borbone qualsiasi cosa desideri a condizione che un altro straccione, suo acerrimo nemico, ottenga il doppio. Il lazzaro fortunato ci pensa su, ci ripensa e poi, con un sorriso compiaciuto, sbotta contento: “Maestà, fatemi cieco a un occhio!”.

Se non si vuole credere alle storielle, si può credere alla storia. Scienza politica e storiografia definiscono cleavages le fratture strutturali di un Paese. Ogni Paese ha le sue, il guaio è - dicono gli storici - che le nostre sono fitte come la tela di un ragno molto laborioso. Il Nord contro il Sud; l’Italia laica contro l’Italia clericale; l’Italia industriale versus quella agricola e via dicendo.

La divisività - non è una scoperta - è il nostro più autentico paradigma culturale, il canone interpretativo di lungo periodo e la rappresentazione mentale di noi stessi, a qualsiasi pagina si voglia aprire il libro della storia comune. Se si escludono i Balcani, non c’è stato altro spazio europeo che abbia avuto una sequenza secolare così ininterrotta e feroce di conflitti e divisioni interne. Qualsiasi potere straniero abbia avuto voglia di mettere tenda dalle nostre parti ha potuto farlo con l’appoggio di alleati “interni”. Le sole creazioni originali di istituzioni politiche partorite dal genio italico - il Comune, la Signoria, che poi erano null’altro che la risposta a quella catastrofe geopolitica - hanno vissuto di guerre, tradimenti, stragi, saccheggi, incendi, “veneziani contro ravennati, veronesi e vicentini contro padovani e trevigiani, pisani e fiorentini contro lucchesi e senesi…”. L’unità del Paese è stata vissuta, dai piemontesi, come colonizzazione (”Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”) e, dai regnicoli, come ladrocinio. La Repubblica nasce addirittura da una guerra civile e la democrazia italiana a lungo nel dopoguerra vive, e anche prospera, sempre incapace di condividere un sentimento di cittadinanza, un accettato e “interiorizzato” quadro di valori, sempre scissa nelle “appartenenze separate” dell’ideologia.

Non può sorprendere dunque la cattiveria dell’Italia di oggi. È - più o meno - quella di ieri, di avantieri, di cinque secoli fa. Stupisce - deve stupire - che appaia come un destino o che lo sia. È qui che c’è il meglio della provocazione di Sofri: indica la responsabilità dell’Italia incattivita nell’incapacità della politica italiana a “mettere qualcosa in comune”. Perché quel cum appare ancora oggi in Italia come osceno, quasi uno scandalo? Perché lo avvertiamo come un desiderio frustrato e irrealizzabile o come un sopruso, un vincolo, un limite intollerabile? “Benché i muri siano caduti…” dice Sofri, con malinconia.

Temo che Sofri sia prigioniero di un inganno che il tempo avrebbe dovuto liquidare; di una sottovalutazione della “natura” della politica italiana; dell’ipervalutazione delle capacità della politica italiana di “modernizzare” i suoi tratti distintivi. La faccio breve.
Inganno. Era soltanto un’illusione che fossero “i grandi conglomerati tirannici” a produrre guerra, infelicità, inimicizia, aggressività. Con molta colpa abbiamo pensato che, una volta dissolti i totalitarismi, avremmo potuto inaugurare un’epoca di pace e di reciproca comprensione. È sotto gli occhi di tutti che non è così. Caduti i muri, si è affacciata alla scena “una specie umana del tutto nuova”, l’homo democraticus.

Massimo Cacciari, una decina di anni fa, lo tratteggiò così. Intollerante di ogni dipendenza, estraneo ad ogni foedus, gelosissimo della propria individualità, dogmaticamente certo della “naturale bontà” dei propri appetiti (come la “scienza” economica gli conferma), egli è però anche incapace di vera solitudine; è fragile; è impaurito; è bisognoso di protezione. Non appena i suoi “diritti” gli appaiono minacciati, si trasforma in massa. La sua pretesa assoluta di “libertà” - la volontà di trasformare il proprio particolare interesse in universale - provoca per necessità l’organizzazione di quegli interessi in un percorso che è del tutto indifferente alla forma del regime politico.

L’apparire dell’homo democraticus fa piazza pulita di ogni contrapposizione tra individuo e società. La società, i suoi valori, la sua stessa necessità, le forme politiche in cui è organizzata, in cui l’hanno organizzata i partiti e la organizzano la politica, semplicemente evapora. Non esiste più. Quali valori o collanti possono tenere insieme quel mondo di singolarità assolute? Il cum, il “mettere qualcosa in comune” è allora l’autentica questione prioritaria di ogni progetto politico. Ricostruirlo, ripensare in modo realistico e disincantato alle forme politiche possibili dinanzi all’energia inarrestabile (e terrificante) dell’homo democraticus dovrebbe essere la sfida politica più responsabile e moderna.

Ma la politica italiana? Rimuove semplicemente il problema. Anzi, lo accentua, lo esaspera, lo enfatizza ritrovando una sua antica tradizione, la sua radice più profonda. Mai il “vivere politico” in Italia, come auspicava Machiavelli, è stato la fine della separatezza individuale, l’ingresso degli individui nella sfera pubblica, la partecipazione responsabile alla vita collettiva, la definizione di un interesse collettivo. La politica italiana è stata sempre, esclusivamente, fazione e oligarchia. Quindi, esercizio d’autorità; governo (e appropriazione) delle risorse pubbliche; palude di consorterie. L’avvento dell’homo democraticus, la sua aggressività ne legittima tutti i difetti, ne esalta la negatività e la violenza. Il peggio che può capitarti in Italia è farti sorprendere non protetto da un sistema di relazioni, estraneo a una forma organizzata di interessi, isolato e senza famiglia. Può capitarti come a Piergiorgio Welby, straniero alle grandi chiese e alle consorterie e accompagnato soltanto dalla pattuglia dei radicali, di non aver diritto nemmeno a un degno funerale. L’Italia non è incattivita. È come è sempre stata.

Profondamente naturale, avrebbe detto Ennio Flaiano, e gli animali assalgono il più debole, i vecchi, gli isolati, quelli che non hanno la forza per difendersi o non l’hanno mai avuta. Toccherebbe alla politica “civilizzarla”, ma la nostra mediocre politica, inconsapevole anche del male che incarna e dell’arretratezza che rappresenta, è parte del problema. Non è purtroppo la soluzione.

(Repubblica.it)


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