Archive for May, 2007

La Gdf perquisisce l’Eni: presunta truffa

Inchiesta della Procura di Milano, indagato anche l’ad Scaroni


Nel mirino i sistemi di misurazione del gas. Contestata anche l’associazione a delinquere. «Sovracosti addebitati agli utenti»

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MILANO - Le Fiamme Gialle di Milano hanno operato nel capoluogo lombardo, a Roma, Torino e Piacenza perquisizioni negli uffici dell’Eni e di altre società del settore energia per una presunta truffa sui sistemi di misurazione del gas. L’inchiesta è condotta dalla Procura di Milano.
Per quanto riguarda il gruppo Eni, le società coinvolte sono Snam Rete Gas e Italgas. Risulta coinvolta anche Aem, la ex municipalizzata milanese, e Arcalgas. La Gdf avrebbe anche operato dei sequestri nelle sedi perquisite.

INDAGATI - Oltre a Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni (che ha dichiarato che il gruppo è «sereno» circa gli esiti dell’indagine), e altri dirigenti di Snam e Italgas, sono indagati i vertici e i dirigenti di Aem e Arcalgas. Tra questi anche Giuliano Zuccoli, presidente e amministratore delegato dell’azienda energetica milanese. Le accuse ipotizzate dai pm, Sandro Raimondi e Maria Letizia Mannella, sono a vario titolo truffa, violazione della legge sulle accise, ostacolo all’attività di vigilanza e l’uso o detenzione di misure o pesi con falsa impronta (art 472 cp). Agli indagati sarebbe inoltre contestata, secondo alcune fonti giornalistiche, anche l’associazione a delinquere. Tutte le società coinvolte nelle indagini sono anche state iscritte nel registro degli indagati per la legge 231 del 2001 relativa alla responsabilità amministrativa delle società.

ESCLUSE LE BOLLETTE - Intanto l’Eni, come anche Aem,si affretta a precisare: gli strumenti messi sotto indagine dalla Guardia di Finanza «non incidono sulle misurazioni relative alla bolletta dei consumatori» scrive l’Eni in un comunicato. «Nell’ambito di un’indagine avviata lo scorso anno dalla Procura della Repubblica di Milano, sugli strumenti di misura del trasporto e della distribuzione del gas naturale utilizzati in Italia dalle imprese del settore - riferisce la nota - oggi il Nucleo della Guardia di Finanza ha operato un sequestro di documenti presso gli uffici di varie società operanti in questo mercato, tra cui società del gruppo Eni, con particolare riguardo a documentazione a partire dal 2003. Gli strumenti sotto indagine - continua la nota - sono i cosiddetti misuratori venturimetrici, da sempre utilizzati in Italia e all’estero, e che non incidono sulle misurazioni relative alla bolletta dei consumatori».

TRUFFA AGGRAVATA - L’inchiesta della Procura ipotizza, però, che le società abbiano manipolato strumenti di misurazione del gas per influire sulla bolletta degli utenti e sul pagamento delle accise. A sostenerlo sono fonti giudiziarie e investigative. L’indagine, in corso da tre anni, ipotizza a carico di 11 indagati i reati, a vario titolo, di truffa aggravata, violazione dell’articolo 472 del codice penale (uso o detenzione di misure o pesi con falsa impronta), violazione della legge sulle accise e ostacolo all’autorità di vigilanza. L’indagine si concentra sulla manomissione dei misuratori venturimetrici, strumenti che calcolano la portata dei flussi di gas all’origine della distribuzione. Un altro binario dell’indagine segue l’ipotesi che l’erogazione agli utenti sia avvenuta «non misurando il gas utilizzando il metro cubo standard previsto dalla legge». Aem, nel comunicato diffuso lunedì, sostiene di essere estranea ai fatti contestati. Secondo Snam il procedimento riguarda «l’assenza di formale omologazione di alcune apparecchiature utilizzate per la misura del trasporto gas». Una fonte legale ricorda che le misurazioni in Italia non sono omologate dal 2003 e che il ddl Bersani sulle liberalizzazioni attualmente all’esame della commissione Attività produttive della Camera prevede una sanatoria per il pregresso, regolarizzando le misurazioni.

UNDICI INDAGATI - Tra gli 11 indagati, oltre a Scaroni e Zuccoli, c’è un gruppo di manager tra cui Carlo Malacarne, ad di Snam Rete Gas, Roberto Gilardi, direttore Aem Energia, Dario Cassinelli, consigliere di amministratore di Aem, e Giovanni Locanto, presidente di Italgas. In base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società, risultano indagate anche Eni, Snam Rete Gas, Aem, Arcalgas e Italgas.

SOVRACCOSTI ADDEBITATI AGLI UTENTI - Nel decreto di perquisizione di una ventina di pagine, anticipato dall’agenzia Reuters, i magistrati scrivono che «… il sistema è tale per cui non interessa a Eni, Snam Rete Gas e Italgas effettuare una corretta misura, poiché, in ogni caso, tutti gli eventuali sovraccosti rilevati verranno, alla fine della catena distributiva, addebitati all’utente finale». E inoltre: «Ulteriore danno viene sofferto dall’utente - si legge in un passo precedente del documento - a seguito dell’utilizzo da parte dell’impresa erogatrice del gas naturale, di contatori vetusti (…). Tale circostanza - si legge ancora - è sottolineata anche in una parte dello studio commissionato da Eni a Nera Economic Consulting srl l’1 dicembre 2006, ove emerge che la vetustà dei contatori sia fonte di errore di misura in danno del consumatore». In un altro passaggio dell’atto giudiziario si legge: «Secondo quanto rilevato dall’Ufficio metrico di Milano: Non può non porsi la dovuta attenzione sulle riscontrate correzioni - in meno - apportate sui verbali di misura rinvenuti e posti sotto sequestro; trattasi di quantitativi giornalieri dell’ordine dalle 3.000 tonnellate alle 5.000 tonnellate di gas: inquietanti per la rilevanza dei quantitativi oggetto delle correzioni non disgiunte dalle modalità con le quali sono state apportate». Nel decreto di perquisizione si dice anche che il sito di Snam Rete Gas di Mazara del Vallo, ove transita in ingresso circa un terzo del metano introdotto in Italia, è «dotato di strumentazione di misura completamente illegale e insicura sotto l’aspetto metrologico». L’Autorità per l’energia, per bocca del suo presidente Alessandro Ortis, ha spiegato che seguirà con attenzione l’inchiesta avviata dalla Procura di Milano e che è pronta a fornire tutta la collaborazione alla magistratura.
CONTRACCOLPO IN BORSA - La notizia dell’indagine ha avuto un impatto immediato in Borsa dove il titolo Eni è arrivato a perdere il 2% per poi recuperare e chiudere a -0,15%. Snam Rete Gas ha chiuso la giornata cedendo lo 0,2%, Aem l’1,1%.
(fonte: Corriere.it) <!– –>

NASO DA COCAINA, AUMENTANO I PAZIENTI

 ROMA - Il setto nasale si distrugge, forandosi ed il naso inizia a deformarsi. Ma a questo si aggiungono gravi perdite di sangue e rischi di infezioni comprese la meningite batterica: questo il quadro dei pazienti, sempre più numerosi che arrivano in ospedale e negli studi medici per avere consumato cocaina.

Il loro numero cresce a dismisura, ha spiegato Gilberto Ponti, specialista in chirurgia maxillo-facciale e docente di ricostruzione ed estetica del naso nella scuola di specializzazione dell’Università di Tor Vergata. “Se fino a dieci anni fa capitava di vedere un paziente in queste condizioni una volta al mese, oggi - ha detto Ponti - ne vedo tre-quattro alla settimana”.

Ed il danno, ha aggiunto, a volte è irreversibile. I chirurghi infatti possono intervenire limitatamente, ma quando la cocaina ha danneggiato pesantemente le mucose il setto nasale, che è l’ultima parte del naso, comincia a ulcerarsi fino a bucarsi. Gli interventi per affrontare queste situazioni vengono realizzati nel servizio sanitario come nelle strutture private. In Svizzera il chirurgo Rudolf Majer ha ideato una tecnica complessa ed efficace ma i cui costi sono altissimi: “Anche 100 mila euro - ha riferito Ponti - ma si tratta di un lavoro che richiede spesso tre o quattro interventi”. Altre tecniche efficaci sono utilizzate anche in Italia e recuperano pelle e cartilagine dall’orecchio del paziente.

(fonte: ANSA)

«Crescita dei tumori a livello di epidemia»

L’indagine del L’Espresso

Sempre di più i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno: dal traffico all’inquinamento. Le angoscianti statistiche

ROMA - «In Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia». Così «L’Espresso», in un articolo che sarà pubblicato nel numero in edicola venerdì. Basta guardare i numeri «e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti- segnala il settimanale- tra il 15 e il 20% in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37% nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20)». Se si guarda ai bambini, «la statistica diventa angosciante- aggiunge l’Espresso- il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati». Usando come campione la Regione Piemonte, «si scopre un’impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie».

Dove aumentano i casi di cancro? «In tutta Italia- indica l’articolo- con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni». Queste zone di crisi «disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola». Una «via Crucis che segna sempre nuove tappe, perchè traffico automobilistico e impianti di riscaldamento diffondono minacce crescenti nei centri urbani congestionati, perchè proliferano ovunque nuovi strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni a lungo termine e perchè la devastazione dei suoli provocata da discariche clandestine immette nella catena alimentare sostanze nocive che finiscono sulla tavola degli italiani».

I VELENI - Addirittura, riferisce ‘l’Espresso’, secondo il ministero dell’Ambiente i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno «partono da una galassia di 9 mila piccole Seveso, intorno alle quali rischiano la contaminazione dai sei agli otto milioni di abitanti». Ma l’onda lunga di questa contaminazione, «attraverso l’inquinamento delle falde che portano l’acqua nelle nostre case, della catena alimentare, delle nubi tossiche che si spostano coi venti, riguardano, di fatto, tutti noi». «Chi vive in una città inquinata ha un 25% di rischio in più di avere un tumore al polmone, chi fuma ha un rischio del 900% in più- sintetizza all’Espresso Annibale Biggeri, epidemiologo dell’Università di Firenze- tuttavia, al traffico e all’inquinamento siamo esposti tutti e quindi, benchè il rischio individuale sia basso, l’impatto dell’inquinamento sulla salute pubblica è tutt’altro che irrilevante. E contrariamente al fumo è anche involontario».

Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo «dei circa 900 tumori al polmone all’anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti- riferisce l’Espresso- ma il rapporto più allarmante è stato presentato l’anno scorso dall’Ufficio ambientale dell’Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d’Italia ha stimato 8 mila morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all’anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi».

ONDE ELETTROMAGNETICHE - Ce n’è anche per le onde elettromagnetiche.
«L’aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all’esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche- scrive l’Espresso- il condizionale, in questo caso, è d’obbligo». Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del reparto di Epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, «sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto- riferisce il settimanale- una prima parte dell’analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica». Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi. E passando ai campi ad alta frequenza, «qualche sospetto aleggia anche sull’uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall’Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell’anno».

AREE A RISCHIO - Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi, riferisce l’articolo. «Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta- elenca il settimanale- così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna». La mappa d’Italia »si riempie di zone rosse- si legge nell’articolo- alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive». Quante? «Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni- elenca Comba all’Espresso- a queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell’amianto». La faccenda «è terribilmente complicata- riconosce l’Espresso- anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l’esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro». Il caso esemplare è l’amianto, «che può provocare il mesotelioma quarant’anni dopo- spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di Epidemiologia & Prevenzione- l’Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l’anno». Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l’amianto ha falciato almeno 30 mila vite, conclude l’Espresso.

 

 

 

(fonte: Corriere.it - 24 maggio 2007)

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Sesso orale a rischio tumore

Certe pratiche favoriscono il contagio con il virus Hpv, responsabile di neoplasie alla bocca e alla gola

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Un preservativo al sapore di fragola per prevenire il cancro alla gola? Un momento: non è uno scherzo; è davvero così ed ecco perché.
Già da tempo si sospettava un legame fra sesso orale e tumori orofaringei: ora c’è la prova definitiva che con fellatio e cunnilingus, praticati con più partner, si può trasmettere il virus del papilloma umano (Hpv) e che l’Hpv rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di queste neoplasie, più dell’alcol e del fumo. Ne parla l’ultimo numero della più famosa rivista medica del mondo, il New England Journal of Medicine che pubblica uno studio condotto sul cento persone con tumori delle tonsille, della gola e della lingua.


SEI PARTNER -
I ricercatori americani del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora hanno osservato che i malati, in precedenza infettati dal virus, presentavano un rischio di sviluppare il cancro 32 volte maggiore rispetto a chi non aveva l’Hpv , rischio ben più alto di quello che corrono i fumatori (triplicato rispetto a chi non fuma) e i forti bevitori (due volte e mezzo rispetto a chi non beve). I pazienti che avevano avuto più di sei partner per il sesso orale durante la loro vita avevano una probabilità di andare incontro a un tumore da Hpv 8,6 volte maggiore rispetto agli altri. «Comunque – commenta l’autrice dello studio Maura Gillison – vale la pena di ricordare che questi tumori sono rari e che infettarsi con il virus non vuol dire andare necessariamente incontro alla malattia. Anzi chi si ammala rappresenta una percentuale molto piccola». L’esperta ricorda che il preservativo (magari al gusto di frutta, si potrebbe aggiungere) può aiutare, almeno nel caso della fellatio, a ridurre il rischio per gli uomini che sono i più colpiti.


CEPPI CATTIVI
- L’Hpv può essere trasmesso anche attraverso il bacio (ma questa modalità non è stata presa in considerazione dallo studio) e il contatto della pelle e si ritrova nei liquidi del corpo. Il virus è ubiquitario: si ritiene che una buona fetta della popolazione mondiale, uomini e donne indifferentemente, si infettino nel corso della vita, ma nella maggior parte dei casi l’infezione si risolve con pochi sintomi. Soltanto alcune persone che si contagiano con certi ceppi di virus cosiddetti ad alto rischio, come per esempio l’Hpv 16, possono ammalarsi seriamente. I tumori legati all’Hpv, oltre al cavo orale, interessano gli organi genitali e soprattutto il collo dell’utero. I tumori del cavo orale da Hpv sono in aumento e rappresentano il 60 per cento di tutte le neoplasie della cavità orale e della faringe.


IL VACCINO – Negli Stati Uniti, in Europa e da poco anche in Italia è in commercio un vaccino anti-papilloma virus che si è rivelato efficace nel prevenire le infezioni genitali nelle donne, ma non è stato ancora dimostrato se funziona anche nei maschi. E non si sa se è efficace nella prevenzione dei tumori alla gola che sono più comuni fra gli uomini. Attualmente la ricerca dell’Hpv viene aggiunta al Pap test negli screening per il tumore della collo dell’utero, ma non ci sono screening per i tumori del cavo orale, a parte l’ispezione durante le visite odontoiatriche di routine. E del resto gli esperti ritengono che sia ancora troppo presto per raccomandare un test. In futuro si potrebbe pensare di metterne a punto uno per la ricerca dell’Hpv nella saliva.

 

 

Adriana Bazzi (Corriere.it)


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