Rassegna stampa di notizie più o meno interessanti (per me) dalla rete

Archive for August, 2007

Che cosa c’era prima del big bang

In Rassegna Stampa, Universe and all on August 31, 2007 at 1:03 am

È la domanda prima. E ultima. Che cosa c’era «là fuori»? E se ci fosse un laboratorio dove nascono universi. Compreso il nostro?

Dal numero di Newton di settembre 2007

Che cosa c’era prima del Big Bang? Non solo dal punto di vista della religione, ma anche da quello della cosmologia classica, solo porsi la domanda è un’eresia. Infatti, il tempo e lo spazio sono creati con il Big Bang, per cui non avrebbe senso chiedersi dove e quando ciò accadde poiché i concetti stessi di spazio e tempo non possono essere definiti «al di fuori» e «prima» del Big Bang. Oggi gli scienziati possono ricostruire la storia del cosmo a partire da un milionesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, ma rimane inspiegato questo minuscolo lasso di tempo proprio all’inizio del tempo stesso, che secondo molti è la chiave per la comprensione della natura fondamentale del nostro universo. Negli ultimi anni, così, sono state proposte molte teorie per risolvere l’enigma. Si va dalle costruzioni matematico-fisiche più impervie all’estremizzazione della fisica quantistica, che com’è noto prevede e descrive i fenomeni apparentemente più improbabili (come il teletrasporto quantistico e la trasformazione di particelle in onde e viceversa), fino alle ipotesi più audaci, secondo cui la nascita del cosmo potrebbe essere il risultato di un esperimento compiuto da scienziati di un altro universo. E questa ipotesi non esclude che anche noi potremmo fare altrettanto. C’è infine chi sottolinea che la stessa teoria della grande esplosione primordiale non spiega, di fatto, niente. «Nonostante sia chiamata la teoria del Big Bang, questa non ci dice assolutamente nulla sul Big Bang stesso», afferma Alan Guth, famoso fisico teorico del MIT. «Non ci dice che cosa è esploso, né perché è esploso, né che cosa ha causato l’esplosione. E non descrive nemmeno le condizioni immediatamente dopo l’esplosione».
Il problema è che se riavvolgessimo all’indietro un ipotetico filmato della storia del cosmo, vedremmo che l’universo primordiale era molto più piccolo, molto più denso e molto più caldo di quello odierno. Più ci avviciniamo al tempo zero, il momento del Big Bang, e più la temperatura aumenta, fino a diventare teoricamente infinita all’attimo dell’esplosione. E a questo punto le equazioni della gravità di Einstein diventano inservibili, poiché nessuna teoria è in grado di descrivere ciò che accade quando le quantità fisiche tendono all’infinito: la cosmologia parrebbe così giunta al capolinea della singolarità iniziale.

E se il nostro cosmo fosse una simulazione in un computer alieno?

Cosa dicono le grandi religioni sull’origine del cosmo

SCONTRI FRA UNIVERSI - Per anni tutti gli sforzi di superare lo scoglio della singolarità del Big Bang appaiono destinati a naufragare, finché nel 2001 Neil Turok, dell’Università di Cambridge, e Paul Steinhardt, dell’Università di Princeton, stupiscono tutti con un’idea straordinaria che «potrebbe essere sufficientemente folle per essere corretta», secondo il cosmologo Michael Turner dell’Università di Chicago. I calcoli di Turok e Steinhardt, infatti, dimostrano che l’universo visibile potrebbe essere solo una minuscola parte della realtà. Possiamo tentare di rappresentarcelo come un sottile foglio a quattro dimensioni (tre spaziali più il tempo), chiamato «membrana» o «brana», che fluttua in un iperspazio a 5 o più dimensioni, per noi nascoste. L’esistenza di una quinta dimensione, inaccessibile a ogni forma di materia ed energia tranne che alla forza di gravità, è una delle predizioni chiave della teoria delle stringhe. Non solo: l’iperspazio è considerato un luogo pieno di attività e «là fuori» potrebbero esserci molte brane simili alla nostra. Avremmo allora degli universi paralleli fluttuanti nell’iperspazio, forse solo a pochi milliardesimi di millimetro di distanza da noi, ma separati dalla quinta dimensione spaziale per noi invalicabile. Solo la forza di gravità può trasmettersi attraverso l’iperspazio, creando così un’attrazione fra una brana e l’altra che le spinge ad avvicinarsi sempre di più. Prima o poi, lo scontro è inevitabile. «Il Big Bang non sarebbe altro che la conseguenza dello scontro fra due universi paralleli», spiega Neil Turok. L’enorme energia liberata dall’impatto fra due brane darebbe luogo a ciò che noi chiamiamo il Big Bang. «Ma l’esistenza delle brane prima della singolarità significa che il tempo esisteva anche prima del Big Bang», prosegue Turok. «Il tempo può così essere ricostruito anche al di là della grande esplosione». Turok e Steinhardt hanno battezzato la loro teoria «universo ekpirotico», prendendo a prestito un antico termine della filosofia degli Stoici che significa «nato dal fuoco». Se davvero il nostro universo prese inizio dallo spettacolare scontro fra due brane, il Big Bang non sarebbe affatto l’inizio del tempo, ma solo l’azzeramento dell’orologio cosmico della nostra brana. Forse, in questo stesso istante un’altra brana si sta avvicinando pericolosamente alla nostra lungo la quinta dimensione. L’immane scontro fra universi paralleli potrebbe ripetersi nel futuro, annullando così il nostro universo in un nuovo Big Bang.

«Prima del big bang non c’era niente

«L’universo non è stata creato nel tempo, ma insieme al tempo

L’AMNESIA COSMICA – Potrebbe dunque essere di grande importanza ricostruire ciò che accadde prima e durante l’ultimo scontro, così da poter predire l’eventualità di una nuova collisione. Ma non abbiamo fatto i conti con l’«amnesia cosmica», come afferma un’altra, recentissima teoria, quella del Big Bounce (Grande rimbalzo). Come ha scritto nel luglio scorso Martin Bojowald, un esperto di gravità quantistica della Pennsylvania State University in un lavoro apparso su Nature, «Il Big Bounce sostituisce l’idea classica del Big Bang quale inizio del nostro universo». Bojowald ha usato una «macchina del tempo matematica» chiamata Loop Quantum Gravity (Gravità quantistica ad anello), per risalire all’inizio di tutto. La LQG cerca di unificare le teorie, altrimenti incompatibili, della Relatività generale e della meccanica quantistica. Nella LQG lo spazio-tempo è formato da microscopici anelli interconnessi, ognuno grande 10-35 metri, che formano un tessuto omogeneo. Mandando indietro nel tempo le equazioni della LQG, Bojowald ha scoperto che queste possono evitare il paradosso matematico della singolarità, l’istante zero dove in un punto si condensano una densità e una temperatura infinite. A mano a mano che l’universo collassa, arriva a un punto in cui il tessuto spazio-temporale si lacera e la gravità da attrattiva diviene repulsiva, facendo rimbalzare l’universo in un nuovo Big Bang. Il processo si ripete in un ciclo perpetuo. Ma in questa fase, afferma sempre Bojowald, si sviluppano delle forze quantistiche così intense da creare una specie di «amnesia cosmica» tale da cancellare pressoché ogni informazione su ciò che era avvenuto prima del fenomeno. Quindi in ogni Big Bang l’universo dimentica il suo passato e ricomincia una nuova vita.


Stephen Hawking: «È il presente che crea il passato»

John Archibald Wheeler: «L’universo è nato ed esiste solo perché noi lo osserviamo»


BENVENUTI NEL MULTIVERSO -
Se l’idea di una catastrofe cosmica causata da un universo parallelo non vi piace particolarmente, forse potreste trovare qualche conforto rifugiandovi nel Multiverso, un’altra creatura della teoria delle stringhe al cui confronto l’universo di Matrix appare tutto sommato abbastanza ragionevole. Nonostante che il cosmo appaia per lo più vuoto, lo spazio fra le stelle e le galassie non è affatto innocuo come potrebbe sembrare. Nel mondo submicroscopico della meccanica quantistica, in ogni punto dello spazio vengono create e subito distrutte delle coppie di particelle elementari di tutti i tipi, che appaiono e scompaiono troppo in fretta perché sia possibile osservarle. Di tanto in tanto, però, è possibile che venga prodotta una coppia di particelle particolarmente energetica, che non può essere riassorbita abbastanza velocemente. Questo fenomeno induce un cambiamento nella natura del vuoto, lo stesso tipo di processo che avviene nell’acqua quando passa dallo stato solido (ghiaccio, formato da cristalli ordinati) a quello liquido (fluido e disordinato). Ciò scatena un’espansione dello spazio a velocità superiore a quella della luce, creando una «bolla» che molto presto si ritrova totalmente disconnessa dall’universo da cui è stata generata. Si è appena formato un nuovo elemento del Multiverso. Come nell’universo ekpirotico, anche nel Multiverso il problema del Big Bang e dell’inizio del tempo sono una questione di prospettiva. Infatti, per gli ipotetici abitanti di ciascuna bolla l’inizio dell’universo corrisponde al momento in cui la loro bolla si è prodotta da quella precedente. Ma un ipotetico abitante del Multiverso avrebbe una differente concezione del tempo, e potrebbe osservare nuove bolle continuamente prodotte, in un ribollio di mini-Big Bang.


Jeffrey Weeks, matematico, Stati Uniti «L’universo è come una sala di specchi»

IL BIG BANG IN LABORATORIO – Ma potrebbe essere addirittura possibile riprodurre un mini-Big Bang in laboratorio, e creare così una bolla di universo sintetica. Un team di fisici giapponesi guidati da Nobuyuki Sakai, dell’Università di Yamagata, ha elaborato un piano che, seppure ancora al di là delle nostre capacità tecniche, potrebbe essere realizzato da una civiltà più avanzata. Secondo Sakai, il primo passo sarebbe quello di trovare un monopolo magnetico, un’ipotetica particella molto pesante e con la curiosa caratteristica di avere solo un polo Nord o solo un polo Sud, e non entrambi i poli come nei magneti che conosciamo. Bisognerebbe poi bombardarlo con dei fasci di particelle, in maniera da concentrare in uno spazio ridottissimo un’enorme energia. Le proprietà del monopolo magnetico farebbero sì che l’energia si trasformerebbe in una nuova bolla di universo in espansione, completo del suo proprio spazio-tempo a quattro dimensioni. Ma niente paura: il nuovo universo creato in laboratorio non fagociterebbe il nostro, poiché Sakai ha calcolato che l’espansione sarebbe tanto veloce da creare un tunnel nello spazio-tempo, attraverso il quale il nuovo mini-universo scomparirebbe in un tempo brevissimo, andando ad aggiungersi alla collezione di Universi-bolla all’interno del Multiverso. Sfortunatamente nessuno è mai riuscito a osservare un monopolo magnetico. Ma un acceleratore di particelle sufficientemente potente potrebbe crearlo artificialmente. Tanto che, dice il fisico giapponese, forse il nostro stesso universo è nato da una bolla creata in un esperimento del genere svoltosi in un’altra parte del Multiverso. Ci piacerebbe riuscire a raggiungere i colleghi «dell’altra parte» che lo hanno realizzato e farci spiegare come ci sono riusciti ma la stessa teoria di Sakai lo vieta, poiché le bolle del Multiverso si espandono talmente in fretta che neppure viaggiando alla velocità della luce per un tempo infinito riusciremmo a entrare in una di esse.

 

 

Roberto Trotta
Università di Oxford & St Anne’s College – Royal Astronomical Society

(Corriere.it)

Le vere popstar dell’Est? Italiani da esportazione

In Music, Rassegna Stampa on August 26, 2007 at 12:39 am

Al Bano, Matia Bazar, Pupo sono tra i più richiesti

KIEV — Il 7 luglio scorso il presidente del Kazakistan ha voluto un concerto di Toto Cutugno davanti a 84 mila persone. Due settimane fa i Matia Bazar hanno tenuto un concerto in Crimea per un ministro ucraino e i suoi amici. A settembre Cutugno terrà concerti a San Pietroburgo e Tallin, i Matia Bazar saranno in novembre a Bucarest per i campionati automobilistici, poi, precisamente il 26, andranno a Mosca e il 28 a San Pietroburgo. Ma nel novero degli artisti italiani venerati e strapagati nell’Europa dell’Est ci sono pure Al Bano, i Ricchi e Poveri, Pupo e Riccardo Fogli. Per questi fortunati, cui va aggiunto il nome di Drupi soprattutto in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia, è in corso dagli anni Ottanta una vera e propria febbre che unisce popolo, capi delle repubbliche e nuovi ricchi. «Il presidente di una società petrolifera russa — confessa Cutugno — mi ha voluto l’altra sera in occasione di una festa privata. Mi hanno mandato un jet veloce a Linate che in poco più di due ore mi ha portato a Mosca (a bordo hostess, camerieri, massaggiatrice).


Cachet importante.
Un trattamento analogo a quello che viene riservato ad Al Bano che si è trovato a cantare a Cortina per un magnate russo: undici ospiti protetti da un servizio di sicurezza di una ottantina di uomini. «Questo furoreggiare di italiani all’Est — spiega Riccardo Fogli — risale agli Aanni 80 quando Gorbaciov decise di far trasmettere il festival di Sanremo. Contemporaneamente vennero pubblicati dalla casa discografica di Stato Melodja i dischi di alcuni di noi. E da allora per me e ancora più per altri come Pupo, Matia Bazar, Ricchi e Poveri e soprattutto Cutugno, la Russia e le altre repubbliche sono diventate una specie di vitalizio ». «Io — continua Fogli — ci vado almeno quindici volte all’anno: tra il 19 e il 21 settembre mi esibirò a Minsk, capitale della Bielorussia, poi a Vilnius in Lituania e a Tallin in Estonia. Le mie canzoni, quelle dei Ricchi e Poveri e di Toto Cutugno, soprattutto degli Anni 80 e 90, sono nel repertorio di tutti i pianobar e hanno uno zoccolo duro di consensi che supera di molto quelli di cantanti internazionali come la Pausini, Ramazzotti o George Michael». «Non c’è dubbio — spiega ancora Cutugno — che il mio successo è legato anche alla indisponibilità di Adriano Celentano che resta l’artista più venerato dell’ex impero sovietico. Io, che in qualche modo lo evoco in quanto autore e anche per ragioni timbriche, sono considerato una spanna sopra tutti i miei colleghi italiani». «Si — conferma Albano — al punto che Toto se la tira moltissimo. Ci saluta appena, quando ci incontriamo in un Paese dell’Est. Cutugno conduce vita appartata e recita la parte dell’irraggiungibile». «Per forza — si giustifica Cutugno che il presidente della Georgia, 34 anni, ha voluto far esibire di recente in uno stadio da 84 mila posti —. Con i ricchi russi bisogna fare i capricciosi e misteriosi. Metterla giù dura. Più costi più ti rispettano».


Cuccagna all’Est anche per i Ricchi e Poveri.
Nei primi concerti pubblici voluti da Gorbaciov nell’83 un interprete spiegava in russo al pubblico il significato del nome del gruppo: ricchi di talento e poveri di malizia. «Il primo Paese in cui finimmo in classifica — spiega Franco Gatti, leader storico del gruppo — fu la Germania Est con “Sarà perché ti amo”. Di là il successo si è propagato dalle repubbliche baltiche alla Crimea. Oggi teniamo circa 70 concerti all’anno di cui una metà sono feste private e l’altra manifestazioni pubbliche. Un esempio di quel che rappresentiamo è un locale di Pietroburgo dove ogni notte si celebra Capodanno: a mezzanotte parte l’inno nazionale e poi, subito dopo, “Mamma Maria”». Le avventure dei Ricchi e Poveri sono tante: un concerto per il vice di Putin, un compleanno per un ministro russo su un panfilo, una festa in un castello di Fiè sull’Alpe di Siusi per il compleanno di un magnate russo del petrolio che aveva scritturato per la stessa serata Mariah Carey, George Benson e Ricky Martin. Ma cantare per i nuovi ricchi non crea imbarazzo agli artisti? «Siamo circensi itineranti — scherza Giancarlo Golzi dei Matia Bazar — ed è giusto cantare per il popolo e per il re a seconda delle situazioni. «Certo ne vediamo di incredibili — continua —: a Cap Ferrat o a Capri feste in ville faraoniche con decine di Mercedes, aerei privati, flotte di motoscafi, trattamento principesco e una gratifica se si canta “Happy Birthday” al festeggiato”. Pupo è reduce da uno show a Ekaterinburgo, negli Urali. «Ho un po’ trascurato questo business per via degli impegni televisivi — ammette —. In compenso sono arrivato più lontano di tutti, a Ulan Bator, la capitale della Mongolia. Ci vado 15 volte all’anno e i miei dischi si trovano anche nei supermercati. In Tigikistan impazziscono per “Gelato al cioccolato” e “Lo devo solo a te” che la gente canta in coro durante i miei spettacoli». I compensi? Argomento delicato perché in genere liquidati brevi manu in contanti. Ma, pare, mai inferiori a 40 mila dollari.

 

 

Mario Luzzatto Fegiz (Corriere.it)

Case, Roma più cara di Londra e New York

In Rassegna Stampa on August 26, 2007 at 12:38 am

Nella classifica di Forbes si tiene conto anche di tasse e costi di gestione


Solo a Montecarlo il mattone è più caro che nella capitale. Per chi vuole investire in immobili al top ci sono Bangalore e la Lettonia

MILANO – Il Principato di Monaco è il mercato immobiliare dai prezzi più stellari. Niente di stupefacente, vien da dire, considerando, più che il fascino glamour dello staterello monegasco, la scarsissima disponibilità di suolo edificabile di fronte alle continue richieste provenienti da magnati, Vip e sportivi di tutto il mondo. Che Roma segua a ruota, battendo Parigi e annichilendo New York e Londra, fa riflettere di più. Ε queste riflessioni le stimola la nuova classifica stilata dalla rivista americana Forbes, intitolata «I mercati immobiliari più sopravvalutati del mondo».

I mercati immobiliari più costosi

1) Principato di Monaco (indice: 74,07)

2) Roma (50,51)

3) Parigi (37,45)

4) Los Angeles (31,25)

5) Madrid (30,30)

6) Vancouver (28,61)

7) Vienna (25,77)

8) Auckland (25,64)

9) Zurigo (25,19)

10) Oslo (23,45)

 

(Fonte: Forbes)

I CRITERI – Primo il Principato, seconda Roma, terza Parigi; città carissime come Londra, New York e Tokio lasciate invece alla distanza. Per capire quest’apparente contraddizione, occorre spiegare che la classifica di Forbes non è semplicemente una graduatoria dei più alti prezzi al metro quadrato. Il criterio è maggiormente ponderato e nelle 50 città esaminate tiene presenti, per esempio, i costi di transazione, quelli di manutenzione, l’inflazione, le commissioni di agenzia, le tasse sulla casa, l’apprezzamento degli immobili. In sostanza, una città che svetta ai primi posti di questa speciale classifica non ha certo il mattone a buon prezzo, ma oltre a ciò è caratterizzata anche dalle scarse prospettive di crescita del valore immobiliare. Investire nel mattone in una città della top ten, quindi, rende meno che farlo in una città dove magari il metro quadro è persino più caro, ma al contempo più redditizio.


CHI C’E’ –
Il Principato di Monaco svetta (con un indice di 74,07) per vari motivi, su tutti gli alti costi di transazione che pesano su chi vende o acquista immobili (livelli non certo da paradiso fiscale) e la scarsità di prospettive future di investimenti in mattoni, perché il suolo edificabile è in sostanza esaurito, in attesa della costruzione di isole artificiali di fronte al celebre litorale. Segue Roma, dove comprar casa, specie nel centro storico, è carissimo, ma rende poco, complici tasse, costi di gestione e transazioni e la lenta crescita dell’economia italiana negli ultimi anni. Seguono Parigi, Los Angeles (l’unica grande metropoli americana dove gli investimenti immobiliari rendono poco e lentamente), Vancouver, Vienna, Auckland, Zurigo e Oslo, che ha già scontato una crescita sorprendente (+149,54% in dieci anni) dei prezzi delle case, grazie al recente boom dell’economia norvegese.


CHI NON C’E’ –
Il fatto che città dall’altissimo costo della vita (vedi classifica di seguito) e in alcuni casi molto gettonate dal jet set (come Londra e New York) non compaiano ai piani alti della classifica non vuol dire che siano a buon mercato, anzi, ma comporta il fatto che investirvi in mattone resta un ottimo affare. Da questo punto di vista, per esempio, comprar casa a Bangalore (India) è un un mezzo terno al lotto: gli immobili si rivalutano del 9,3% annuo. E per chi vuole investire in Europa, Forbes consiglia la Lettonia: poche tasse, pochi incartamenti e costi per le transazioni pressoché nulli (il 3% per chi vende).

 

 

Simone Bertelegni (Corriere.it)

25 agosto 2007

Le città dal costo della vita più caro

(fatto 100 l’indice di New York)

1) Mosca (134,4)

2) Londra (126,3)

3) Seul (122,4)

4) Tokio (122,1)

5) Hong Kong (119,4)

6) Copenaghen (110,2)

7) Ginevra (109,8)

8) Osaka (108,4)

9) Zurigo (107,6)

10) Oslo (105,8)

11) Milano (104,4)

18) Roma (97,6)

 

(Fonte: Mercer Human Resource Consulting – aggiornato al 18 giugno 2007)

Preti irlandesi, ora le scuse

In Rassegna Stampa, Religion on August 25, 2007 at 12:38 am

Provocazioni, ricatti, intimidazioni: c’è di tutto dietro le decine di presunti casi di pedofilia che hanno scosso l’Eire e fatto il vuoto intorno agli imputati. Nel 2002 il governo varò una commissione per risarcire le potenziali vittime: 14mila le richieste arrivate, solo lo 0,4% fu respinto

Dopo le assoluzioni, anche la stampa cambia registro

A giugno Paul Anderson è stato condannato a 4 anni per calunnia: aveva denunciato Padre X, dell’arcidiocesi di Dublino. Il sacerdote: ringrazio gli agenti che con le indagini mi hanno restituito la vita. E ha chiesto clemenza per il suo accusatore

Le persone che avevano intentato una causa civile contro padre Kinsella, uno dei prelati finiti
nello scandalo della diocesi di Ferns (fu al centro
del contestato documentario della Bbc trasmesso anche in Italia) hanno fatto marcia indietro

Andrea Galli (Avvenire)

C’è chi ha citato in questi giorni l’Irlanda come esempio di Paese europeo che ha affrontato il problema degli abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi. Un’occhiata a quello che è successo nell’Isola di smeraldo, dopo che l’orgia di accuse durata una decina d’anni si va ormai placando, può effettivamente insegnare qualcosa.

Il 7 giugno scorso, Paul Anderson, 34 anni, è stato condannato a quattro anni di carcere per avere accusato Padre X, un sacerdote dell’arcidiocesi di Dublino rimasto anonimo, di aver abusato sessualmente di lui 25 anni fa, durante la preparazione alla prima comunione. Il giudice Patricia Ryan ha spiegato nella lettura della sentenza come Anderson, personaggio segnato da tossicodipendenza, tendenze suicide e debiti personali, avesse costruito racconti infamanti contro Padre X per un fine molto semplice: estorcere quattrini alla Chiesa. «Avrei preferito che mi sparassero in testa, piuttosto che costringere me e la mia famiglia a vivere le sofferenze che abbiamo vissuto», ha detto Padre X, in una testimonianza finale davanti alla corte. Il sacerdote non ha risparmiato parole taglienti nei confronti dell’Arcidiocesi, che in nome di una malintesa “tolleranza zero” l’aveva costretto ad abbadonare immediatamente qualsiasi attività pastorale, senza aspettare gli accertamenti giudiziari, costringendolo a quattro anni di isolamento gravati dalla vergogna e dal pubblico sospetto: «una reazione da Baia di Guantanamo». Ha voluto ringraziare solamente alcuni agenti di polizia, che con le loro indagini accurate hanno smontato una a una le accuse – «mi hanno restituito la vita» – , ha parlato di una sua maggiore comprensione della Passione di Gesù Cristo, primo sacerdote a essere condannato fra gli sputi e gli oltraggi della folla, e, perdonando Anderson, ha chiesto per lui un gesto di clemenza.
La storia è parsa talmente eclatante che anche la “grande” stampa dal piglio anticlericale, Irish Times in testa, non ha potuto non dare i l debito spazio alla vicenda e chiedersi se qualcuno non si sia lasciato prendere la mano sulla questione dei “preti pedofili”. Joe Duffy, popolare conduttore della nazionale RTE Radio 1 e giornalista solitamente acido nei confronti della Chiesa, il 28 giugno ha dedicato un’ora e un quarto di trasmissione alle storie di religiosi falsamente accusati di abusi sessuali, distrutti nell’onore e poi discolpati nell’indifferenza generale. Con una serie di testimonianze strazianti.
A finire nel mirino degli intervenuti in trasmissione, come giorni prima nelle riflessioni amare di alcuni giornali, è stata anche One in Four, l’associazione a sostegno alle vittime di abusi sessuali fondata e diretta da Colm O’Gorman, il militante omosessuale ed esponente politico dei Progressive Democrats, noto anche in Italia per aver partecipato alla puntata di Annozero, Rai 2, su Chiesa e pedofilia. One in Four, che già in passato era stata accusata da più parti di alimentare la caccia alle streghe, negando il problema enorme delle false accuse e delle speculazioni ai danni della Chiesa, è stata colei che aveva assistito e sostenuto lo stesso Anderson nel suo sporgere denuncia. L’episodio non ha certo giovato alla già scarsa popolarità di O’Gorman, il quale, bocciato alle elezioni di aprile per la Camera dei deputati, non è stato confermato a luglio dal Primo ministro Bertie Ahern nella carica di senatore (carica che in Irlanda è, appunto, di nomina governativa).

Nel frattempo un’altra notizia è passata un po’ più in sordina. Pochi giorni dopo la sentenza contro Anderson, le tre persone che avevano intentato una causa civile contro padre John Kinsella, uno dei sacerdoti finiti nel tritacarne dello scandalo della diocesi di Ferns – scandalo fatto scoppiare sempre da Colm O’Gorman e al centro del documentario della BBC proiettato nella puntata di Annozero – hanno pensato bene di ritirare le loro denunce. Anche Padre Kinsella si era proclamato fin dall’inizio totalme nte innocente.

C’è, poi, un caso ancora più recente. Il 19 luglio, a Galway, Petre Zsiga, rumeno, è stato condannato a quattro anni di carcere per estorsione, mentre la moglie irlandese ha ottenuto una sospensione della pena. Costei, entrata in contatto con padre Brendan Lawless, parroco di Portumna, era riuscita a farsi mostrare la canonica e a filmare di nascosto il sacerdote che le mostrava l’abitazione, tra cui la camera da letto. Dopo aver offerto prestazioni sessuali a padre Lawless, debitamente respinte, gli aveva chiesto 14.500 euro, sotto la minaccia di dare alla stampa sia una parte del video che un racconto di molestie sessuali. Il prete, atterrito, aveva pagato. Ma la donna era tornata alla carica sei mesi dopo. Da lì la denuncia, l’arresto dei due, marito e moglie, il processo e la condanna.
Queste storie degli ultimi due mesi rendono l’idea di come un certo clima in Irlanda stia cambiando. Dopo più di dieci anni di accuse contro sacerdoti, religiosi, suore ecc., il fenomeno comincia a essere visto anche dall’opinione publica nella sua dimensione autentica. Che non è quella di un clero sempre senza macchie e attaccato da una legione di assoluti falsari. È piuttosto quella di un cortocircuito generatosi nel tempo, dove casi relativamente poco numerosi di abusi commessi da uomini di Chiesa sono stati enfatizzati e alla fine strumentalizzati per una campagna di denigrazione contro la Chiesa stessa. Campagna che ha dato la stura a ogni tipo di speculazione, falsità, vendetta anche per futili motivi.
Nel 2002 il Governo irlandese, sotto la pressione di una campagna mediatica martellante, ha dato vita al Residential Institutions Redress Board, una commissione incaricata di offrire un risarcimento a tutti coloro che avessero subito abusi in una serie di scuole statali appaltate a ordini religiosi ed entrate nell’occhio del ciclone. In pratica le cosiddette industrial schools e altri istituti simili che avevano ospitato, dalla fine dell’800 agli anni ‘70, orfani e figli di famiglie disastrate. Nessuna seria prova era richiesta (era, perché la possibilità di fare appello è terminata nel 2005), bastava una testimonianza verosimile. Il risultato non era difficile da prevedere.

Circa 14mila sono le denunce arrivate, di cui solo lo 0,4% è stato respinto. Lo Stato, che deve ancora finire di pagare tutti, si calcola che alla fine avrà di gran lunga superato il miliardo di euro negli esborsi. Immancabili gli “inciuci” del sistema. Pochi giorni fa è nata una polemica quando si è saputo che il Redress Board ha versato 83,5 milioni di euro agli studi legali che avevano assistito i denuncianti, alcuni dei quali messisi dal 2002 in cerca di ex alunni delle industrial schools finiti anche in Nuova Zelanda, Canada o Stati Uniti, per far conoscere loro l’interessante proposta statale.

Nel mentre un ordine tra i più meritori nella storia dell’Irlanda moderna, la Congregazione dei Fratelli Cristiani, a cui furono affidate molte delle scuole infamate, ha visto il 90% dei suoi membri toccati da almeno un’accusa di abusi sessuali. Religiosi, spesso molto anziani, che dopo una vita di generosità e di servizio hanno incontrato la vergogna più atroce. Un destino che non è stato riservato solo ai “soldati semplici”: dal 1994 a oggi sei vescovi (per avere una proporzione, in Irlanda le diocesi sono 26) hanno visto il proprio nome infangato con storie di abusi sessuali poi finite in una bolla di sapone.
«Non ci stancheremo di lottare contro queste ingiustizie» dice oggi Florence Horsman Hogan, fondatrice di Let Our Voice Emerge, una delle associazioni che si sono battute contro l’isteria collettiva ai danni della Chiesa Cattolica. Florence, un’infermiera protestante, figlia di una madre schizofrenica e di un padre alcolizzato, è stata cresciuta in una delle industrial schools dirette dalle Sisters of Mercy. Non ha mai dimenticato la carità cristiana che gli ha permesso di farsi una vita, e nel 2002 ha deci so di offrirsi come portavoce delle vittime innocenti di false accuse, soprattutto sacerdoti e suore. A spingerla a nell’arena pubblica è stato però un altro motivo: il racconto di vere vittime di abusi, che si sono sentite strumentalizzate e oltraggiate nel trovarsi a fianco un esercito di truffatori, piccoli balordi e anticlericali ossessivi.

Baby-prodigio in matematica, a nove anni va all’università

In Rassegna Stampa on August 24, 2007 at 12:37 am
March Boedihardjo





March Boedihardjo alla sua tenera età è è stato addirittura ammesso all’Università di Hong Kong

PECHINO
Era già noto come prodigio in matematica, e adesso è stato addirittura ammesso all’Università di Hong Kong. A fare notizia è soprattutto la sua età: March Boedihardjo ha solo 9 anni e ha preso il massimo dei voti in matematica nei «British Advanced Levels», gli esami che si sostengono alla fine della scuola superiore.

L’ateneo di Hong Kong ha organizzato un corso speciale di cinque anni per March, che ha origini cinesi e indonesiane ma è nato e cresciuto nella ex colonia britannica. Il baby-genio ha già studiato due anni a Oxford, e ha detto di non essersi sentito a disagio con compagni più grandi di lui. «Credo che non incontrerò ostacoli», ha aggiunto, «a relazionarmi con i miei colleghi universitari».

Tong Chong-sze, preside della facoltà di Scienze, ha dichiarato che, nell’affrontare le prove di ingresso, March ha mostrato un’attitudine alla matematica rara, persino tra gli studenti universitari ordinari.

(fonte: La Stampa.it)

<!– –>

Veronesi: «L’umanità sarà bisessuale»

In Rassegna Stampa on August 19, 2007 at 12:37 am

L’oncologo: «Si farà l’amore per affetto e non per riprodursi. È il prezzo positivo pagato dall’evoluzione naturale della specie»

<!–

–>

MILANO — Il futuro? È bisessuale. Parola di Umberto Veronesi. Intervistato ieri dal Riformista, l’oncologo ex ministro della Salute immerso nella quiete estiva di Capalbio ha scosso l’atmosfera con una tesi che fa già discutere. La specie umana — dice Veronesi — si va evolvendo verso un «modello unico», le differenze tra uomo e donna si attenuano (l’uomo, non dovendo più lottare come una volta per la sopravvivenza, produce meno ormoni androgeni, la donna, anche lei messa di fronte a nuovi ruoli, meno estrogeni) e gli organi della riproduzione si atrofizzano. Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l’unica via per procreare, finirà col privare del tutto l’atto sessuale del suo fine riproduttivo. Il sesso resterà — avverte l’oncologo — ma solo come gesto d’affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso.

Insomma, saremo tutti bisessuali? Raggiunto dal Corriere, il professore conferma la previsione: «È il prezzo che si paga — spiega — all’evoluzione naturale della specie. Ed è un prezzo positivo ». Davvero? «Sì, perché nasce dalla ricerca della parità dei sessi: negli ultimi vent’anni le donne hanno assunto ruoli sempre più attivi nella società e questo porta con sé un’attenuazione delle differenze sessuali». Avremo uomini meno virili (il processo è già in atto: dal dopoguerra in poi la «vitalità» degli spermatozoi è mediamente calata del 50%) e donne più mascoline. Parità uguale appiattimento? «Al contrario — spiega Chiara Simonelli, sessuologa, docente all’Università La Sapienza di Roma — ciò che prospetta Veronesi è una maggiore libertà, dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il fenomeno è appena agli inizi: perché prenda consistenza dovremo aspettare almeno due o tre generazioni».

Una rivoluzione, dunque. Ma biologica o culturale? «Entrambe: i cambiamenti della mentalità e le evoluzioni genetiche sono fenomeni correlati, e si influenzano reciprocamente. Ma si tratta di processi molto lenti». Veronesi ha la vista lunga: la società bisex è ancora lontana. Ma per trovare una civiltà capace di mettere a regime l’amore per entrambi i sessi non serve guardare avanti: nella Grecia classica, radice dell’Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi. Corsi e ricorsi della storia? «La bisessualità antica — avverte Eva Cantarella, che all’argomento ha dedicato un libro edito da Rizzoli — era molto diversa da quella che intendiamo oggi. Non era la possibilità di scegliere con chi e come avere rapporti sessuali, ma un fenomeno soggetto a regole precise. Era concessa solo agli uomini: un uomo adulto poteva avere rapporti con uno più giovane ma solo mantenendo un ruolo attivo. Raggiunta la maggiore età, gli adolescenti abbandonavano il ruolo passivo». E le donne? «Mogli e madri. L’amore coniugale, che conviveva con quello per altri uomini, era cosa diversa: in greco aveva anche un altro nome, filia, di contro all’eros passionale».

Un amore finalizzato alla procreazione: «A quella dei corpi: quello per i fanciulli, scrive Platone, era più nobile perché volto alla procreazione delle anime». E qui torniamo a Veronesi e al sesso come gesto d’affetto e non mezzo per far progredire la specie. Un valore positivo che non mette tutti d’accordo: «La scissione della riproduzione dalla sessualità e dal nucleo familiare — dice Fiorenzo Facchini, antropologo dell’ateneo di Bologna — non può essere vista come un vantaggio per la specie umana. La riproduzione per l’uomo non è solo incontro tra gameti, implica rapporti tra due persone. È la naturale condizione umana a richiederlo. In un momento in cui la natura viene giustamente rimessa al centro dell’attenzione appare strana e del tutto stonata una prospettiva biotecnologica che ne usurpa le funzioni». Dunque nessun «prezzo da pagare» all’evoluzione naturale della specie? «Riguardo alla previsione di livellamento degli interessi dei due sessi e di attenuazione della sessualità nel suo significato antropologico — conclude Facchini — ritengo che l’orientamento sessuale sia definito sul piano biologico della specie e non possa essere messo da parte».

Giulia Ziino

19 agosto 2007
(Corriere.it)

I 10 comportamenti che uccidono la passione

In Love and Passion, Rassegna Stampa on August 9, 2007 at 12:36 am

Secondo il quotidiano britannico «Daily Mirror»


LONDRA
- Fino a pochi mesi fa, Christina Aguilera si professava una fan entusiasta del nudo domenicale quale antidoto alla noia di coppia. Oggi invece, complice forse la gravidanza, la cantante e il marito hanno sostituito le maratone di sesso del fine settimana con il Nintendo (inteso come la consolle), con il quale si trastullano per ore. Risultato: i due sono diventati assi ai videogiochi, ma la passione è a zero. Il gadget tecnologico (a meno che non si parli di giochino di altro tipo, ma questa è un’altra faccenda) è uno degli »ammazzapassione» del nuovo millennio, ma secondo gli esperti interpellati dal «Daily Mirror» ce ne sono almeno altri dieci. Eccoli:

1) non litigare: generalmente, si pensa che le coppie che non discutono mai siano le depositarie del rapporto perfetto, ma quasi sempre è vero il contrario. Non litigare porta ad allontanarsi dal partner perché crea risentimento e frustrazione e anche il sesso ne risente. In questo caso, gli esperti consigliano di capire cosa si vuole davvero dalla storia che si sta vivendo e di fare un elenco delle cose che più ci ispirano

2) imparare a litigare: discutere nel modo sbagliato, magari insultando l’altro, può avere effetti devastanti. Secondo gli studiosi della Boston University ci vogliono, infatti, cinque frasi carine per compensare un’unica offesa e analizzando il comportamento di alcune coppie durante i litigi è possibile stabilire quali resisteranno e quali, invece, si sfasceranno. «Quando si insulta, ci si sposta sul piano personale – spiegano gli scienziati – e difficilmente un’offesa pesante viene dimenticata o, men che meno, ispirare desiderio»

3) scarsa qualità del tempo: la vita frenetica costringere a fare tutto di corsa, tanto che quando ci si ritrova insieme dopo una giornata di lavoro, non si vede l’ora di andare a letto. Per dormire e basta. Un comportamento da veri «passion killer» che va immediatamente corretto (pena la rottura del rapporto) prendendosi del «tempo di coppia» almeno una volta a settimana: una cena romantica, una bottiglia di vino, niente telefonini e, soprattutto, vietato parlare di problemi domestici

4) infedeltà mentale: avere amici del sesso opposto va bene, ma quando la confidenza diventa eccessiva, si rischia di confondere i piani e di confondere noi stessi. Di solito, è la spia di un disagio di coppia più profondo e per uscirne indenni bisogna focalizzarsi sul proprio compagno/compagna e non ammettere mai di essere attratti da qualcun altro

5) non piacersi fisicamente (discorso che vale quasi sempre per le donne): ok, avete messo su qualche chilo e di farvi vedere nude neanche a parlarne, come pure di fare sesso. Nessuno vi chiede di trasformarvi in una top model, sebbene i vostri fidanzati sembrino ipnotizzati dalle vostre nuove curve, ma un regime alimentare più corretto e qualche esercizio quotidiano possono farvi rientrare nel tubino dell’anno scorso. Per completare la trasformazione, compratevi un intimo sexy ed esaltate i vostri punti forti

6) non sentirsi apprezzati per quello che si fa: dare per scontate cose che in realtà non lo sono affatto (come per lui trovare le camicie stirate o per lei farsi scorrazzare dappertutto) è sintomo di mancanza di rispetto. Fare una lista delle cose che ci mancherebbero dell’altro se questi non ci fosse più aiuta a capire quanto in realtà lo si apprezzi. E poi bisogna imparare il gioco di squadra: stare in coppia non significa fare tutto da soli, ma consultarsi, soprattutto sulle questioni importanti

7) le abitudini irritanti: dai calzini sul pavimento al tubetto del dentifricio sprizzato da metà, l’elenco delle lamentele quasi sempre femminili è davvero infinito, ma più fate notare le mancanze e meno ottenete. Il consiglio è di rimandare la discussione a quando siete entrambi rilassati, facendo capire al compagno quanto ci dia sui nervi un determinato comportamento. Attenzione alla scelta delle parole: meglio «io» di «tu». E poi chiedete al partner di fare la lista delle vostre pessime abitudini e ascoltatelo mentre ve la snocciola senza mai interromperlo

8) mancanza di fiducia: controllare ossessivamente telefonate e uscite altrui è indice di profonda insicurezza (spesso legata a precedenti esperienze negative) e porta dritti alla separazione. L’unica via di fuga è parlare chiaro e far capire all’altro che non siete come chi vi ha preceduto

9) lo stress: uno studio dell’Università di Paisley, vicino a Glasgow, ha scoperto che fare sesso prima di un incontro di lavoro importante aiuta a ridurre la tensione. Ma se proprio non ce la fate a smettere di pensare alle cose da fare, cambiate dieta (tagliate i cibi che favoriscono lo stress e preferite quelli che vi danno energia) e imparate a delegare

10) la routine: l’«ammazzapassione» per eccellenza. All’inizio, non riuscivate a togliervi le mani di dosso, ora il sesso è diventato l’ultimo dei pensieri e questo perché, come spiega Tracey Cox nel suo libro «Quickies», si tende a considerarlo una maratona. Non pensate a raggiungere l’orgasmo, spiega la dottoressa, ma concentratevi sui preliminari e, alla fine, l’esplosione di piacere è garantita. Per creare la giusta atmosfera, spedite al partner sms bollenti, sperimentate nuove posizioni e introducete qualche «giochino» stuzzicante ma, soprattutto, evitate i pigiamoni con gli orsetti, quelli sì autentici «passionkiller» anche per chi ha un animo da cacciatore.

Simona Marchetti

09 agosto 2007 (Corriere.it)

Oxford, don Pierino?

In Rassegna Stampa, Religion on August 5, 2007 at 12:35 am

«Giudici anticlericali, non ci torno»

ZERVÒ (Reggio Calabria) — Il giorno dopo, don Pierino Gelmini se ne sta seduto sotto «l’albero di Giobbe», lui lo chiama così, un grande faggio piantato proprio davanti all’ex sanatorio per malati di tubercolosi che ha funzionato sull’Aspromonte fino agli anni Venti e adesso è diventato una delle sue comunità.

L’uomo lo conoscete, non le manda a dire. Ce l’ha coi magistrati di Terni che l’hanno indagato. «Io gliel’ho detto subito, dopo l’interrogatorio: da voi non torno più, mi dovrete arrestare per rivedermi… Molestie sessuali ai miei ragazzi? E dove? Nelle stanze del silenzio, durante i colloqui? Caz-za-te. Alla fine lo scriverò io un bel libro. Il titolo l’ho già deciso: “Il serpente nella stanza dei magistrati”. Farò nomi e cognomi».

Mattinata intensa. Tante telefonate: «Mi ha chiamato Berlusconi, mi ha detto: “Tu conta su di me…”. Poi ha cominciato a farmi l’elenco di tutte le inchieste che in questi anni hanno colpito lui. E io a un certo punto gli ho detto: “Basta, ti prego Silvio, non continuare…” Berlusconi è un amico, certo. Finanzia le nostre attività. Mi dice sempre: “La prossima volta ti do 200-300 miliardi, così schiattano tutti dall’invidia…” Ma mi ha chiamato anche Cossiga. E il generale Speciale, appena cacciato dalla Guardia di Finanza. Mi ha detto: “Guarda come sono stato trattato io, don Pierino…” Il generale è molto religioso, è stato un ex alunno salesiano».

Molestie sessuali: ecco il tema scabroso di cui oggi bisogna parlare. «Così noi saremmo tutti froci— dice aspro sull’Aspromonte don Gelmini davanti ai suoi ragazzi — io e loro a scopare nelle stanze del silenzio… Un giornale ha pure scritto: una stanza con la moquette e le poltroncine… Questa è un’infamia e io chiederò un miliardo di danni. Ma cos’è? Una casa di prostitute? Una stanza del Grande Fratello? Voi ci siete mai entrati in una stanza del silenzio? È un luogo dove c’è sempre un camino acceso, giorno e notte, non si spegne mai. Perché il fuoco è amore. E ci sono le panche, non le poltroncine. E quando i ragazzi si presentano per la prima volta al colloquio, ci entrano accompagnati dai genitori, dai fratelli. E noi preti siamo in tre: io, don Enzo Pichelli e padre Bernard dello Sri Lanka».

Poi un altro affondo: «Se ho fiducia nella magistratura? In Italia ci sono giudici splendidi ma ci sono anche giudici mascalzoni, che hanno fatto soffrire ad arte le persone con l’unico scopo di finire in prima pagina sul giornale. Quando io sono stato interrogato, a Terni, eravamo in quattro. A me hanno chiesto di mantenere il segreto. E allora queste notizie chi le ha messe in giro?». Ma ci sono delle denunce, ragazzi che avrebbero fatto accuse precise: «Io li conosco tutti, però non vi dirò mai i loro nomi. Cinque di loro noi li avevamo cacciati, perché la notte si calavano la calzamaglia sul viso e andavano a rubare. Hanno provato in casa mia, ad Amelia, senza riuscirci ma poi da un ufficio hanno portato via un computer, una macchina fotografica, del whisky. Li abbiamo scoperti, li abbiamo denunciati e quelli hanno giurato che me l’avrebbero fatta pagare. Prima però c’era già stata la denuncia contro di me, per molestie, di un altro ragazzo, un barese, un pregiudicato, uno che fa le rapine, con un fratello ergastolano. Ad agosto scorso uscì con l’indulto e tornò in comunità con una lettera in cui mi scriveva: “La migliore vendetta è il perdono…” Chiedeva aiuto, voleva che gli trovassi un lavoro. E io glielo trovai. Tornato poi in carcere, davanti al magistrato ritrattò la denuncia. Infine, questo Natale, uscito di nuovo, è venuto ad Amelia ed evidentemente il lavoro che gli avevo trovato non gli bastava. Sperava di avere da me dei soldi. Mi ricordò che aveva ritrattato la denuncia e io gli risposi: “Se hai ritrattato, non l’hai fatto per fare un favore a me, ma alla tua coscienza…” Così, quando l’hanno rimesso in carcere ha rifatto la denuncia, stavolta insieme a un altro, che era stato anche lui in comunità. Probabilmente l’ha pilotato lui. Anche gli altri cinque poi hanno confermato le accuse. Strano…».

Morale? «I giudici anticlericali. O forse una regia politica, come dice mio fratello Eligio. Perché io sarei un prete schierato da una precisa parte. Non lo so, questo lo dice sempre quell’imbecille di don Mazzi: lui sarebbe il cappellano del centrosinistra e io quello del centrodestra. Ma a me oggi m’hanno chiamato pure la Bellillo, Lusetti, io non sono un prete schierato, io sono solo un prete».

Momento difficile per la Chiesa, osserva don Pierino: «Pensate a quello che è accaduto in America, alla strumentalizzazione sui preti pedofili americani. La Chiesa ha sbagliato a pagare, a indennizzare. Se io sbaglio, la Chiesa tutta non deve pagare per me. Ma, appunto, mi sembra ci sia in atto una strategia mondiale di questa lobby, come chiamarla?, ebraico-radical chic, che partendo dalla Chiesa americana tende a indebolire la Chiesa tutta. Guardate che non ci sono solo i preti pedofili! I pedofili sono ovunque. Anche tra i pastori protestanti…».

Lo sfogo è finito. Don Pierino ci saluta: «Sapete? Noi ci baciamo e ci abbracciamo, è vero, perché i baci e gli abbracci sono il segno dell’accoglienza. Ci accusano di essere una setta. Ma davvero vi sembriamo una setta? La nostra porta è sempre aperta. A tutti. Noi siamo solo la setta del bacio».

 

 

Fabrizio Caccia
(Corriere.it)

«In Parlamento ci sono amici dei terroristi»

In Politics, Rassegna Stampa on August 2, 2007 at 12:35 am

L’attacco del presidente dell’associazione familiari delle vittime. Prodi: «Verità, non vendetta». Napolitano: «Il ricordo è vivo»

 

Il presidente del comitato delle vittime Paolo Bolognesi  (Emmevi)

Il presidente del comitato delle vittime Paolo Bolognesi (Emmevi)

BOLOGNA – I familiari delle vittime delle stragi ringraziano per la riforma del segreto di Stato, approvata mercoledì in via definitiva dal Senato. Ma la loro rabbia è ancora lontana dallo sbollire definitivamente. Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione 2 agosto 1980, dal palco per l’anniversario della strage alla stazione di Bologna, mette in fila le ragioni che ancora non danno pace ai parenti dei morti in quell’attentato di 27 anni fa. «All’interno del Parlamento ci sono amici dei terroristi che hanno grandi e potenti mezzi. In Italia in questo momento c’è un clima di estrema indulgenza nei confronti di chi ha commesso atti terroristici» attacca Bolognesi. «Assistiamo – dice Bolognesi – ad un clima di estrema indulgenza nei confronti di personaggi come Scalzone, oggi in Italia grazie alla totale prescrizione dei suoi reati, Battisti, assassino latitante che secondo il senatore Russo Spena dovrebbe essere graziato, Renato Curcio, tra i fondatori delle Br che gira il Paese partecipando a conferenze cui attacca il 41bis, ovvero il carcere duro per i boss mafiosi, e Mario Tuti, pluriomicida anch’egli neoconferenziere invitato a Trieste in occasione del 25 aprile». Bolognesi fa anche altri nomi: «Sergio D’Elia (deputato della Rosa nel pugno, ndr), è addirittura parlamentare e segretario di presidenza della Camera dei deputati». Nel mirino del presidente dell’associazione finisce anche la sinistra radicale, con la quale Bolognesi va giù duro e l’accusa di voler fare una sorta di «scambio di prigionieri».

NAPOLITANO - Diversi poi i messaggi giunti dalle istituzioni in occasione dell’anniversario della strage. «Il ricordo della strage di Bologna del 2 agosto 1980 «è ancora vivo in tutti noi» ha affermato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

BERTINOTTI E MARINI – Il dovere della memoria è il concetto che unisce i presidenti di Camera e Senato. Fausto Bertinotti chiede di togliere il segreto sulle stragi di Stato. Ancora oggi infatti la storia della strage della stazione di Bologna «è coperta da un velo di opacità che alimenta una memoria colma di sofferenza» ha spiegato il presidente della Camera. Per Marini «la ricerca della verità fino in fondo resta il centro della nostra azione per la vita della democrazia del Paese».

PRODI E DAMIANO -
Al corteo a Bologna era presente, a sorpresa, il premier Prodi, accompagnato dal ministro del Lavoro Cesare Damiano. Durante la manifestazione una mini-contestazione sulla base di Vicenza è stata rivolta contro il premier. Nel suo messaggio dal palco Prodi ha invitato a non dimenticare: «Bologna e l’Italia non si stancano di riempire questa piazza, non si stancano di ricordare, perché la memoria alimenta e rafforza la nostra democrazia». Al termine del discorso il presidente del Consiglio, applaudito dalla piazza, ha suggerito di «non cercare la vendetta, ma cercare la verità». Fischi dai giovani precari sono stati indirizzati al ministro Damiano. Si è trattato «di una contestazione solo marginale, nel contesto di una piazza affollata» ha minimizzato Damiano. «Quello che mi interessa è parlare con la gente, la gente vera» ha chiosato.

 

Corriere.it