Archive for September, 2007

Arriva la pillola contro l’eiaculazione precoce

La Fda Usa ha approvato un nuovo farmaco a base di dapoxetina, che può essere preso da uno a 3 ore prima del rapporto

MILANO - Le più contente forse saranno, più che gli uomini, le donne. Dopo le pillole dell’amore e contro il calo del desiderio, ora è in arrivo una pillola, la prima al mondo, in grado di curare l’eiaculazione precoce, disturbo che affligge fino al 40% degli uomini nella fascia d’età più attiva, quella cioè compresa tra i 20 e 50 anni. Il farmaco è a base di dapoxetina, principio attivo usato come antidepressivo, che ora ha ricevuto l’indicazione terapeutica della Food and drug administration americana anche per questo tipo di disturbo.

IL FARMACO - La notizia arriva dalla Società italiana di urologia, riunita a Bari in occasione del Quarantesimo Congresso nazionale di urologia. «La dapoxetina - spiega Vincenzo Mirone, presidente della Società italiana di Urologia - è un antidepressivo, che, a differenza degli altri psicofarmaci, non fa calare il desiderio sessuale. Anzi, si è visto essere molto efficace nel trattamento dell’eiaculazione precoce, disturbo che in Italia colpisce circa 4 milioni di uomini». Recentemente, la Food and Drug Administration ne ha approvato l’uso proprio con questa indicazione. Ad oggi, «non esiste una standardizzazione nella gestione dell’eiaculazione precoce - prosegue Mirone - e nessun farmaco possedeva l’indicazione specifica per il trattamento di questa patologia. La dapoxetina è quindi il primo medicinale al mondo dedicato a questo tipo di disturbo». La dapoxetina, come hanno spiegato gli urologi, agisce aumentando la disponibilità della serotonina nel cervello, ma a differenza di altre molecole già proposte in passato, può essere assunta anche 1-3 ore prima del rapporto sessuale (il che la rende un farmaco utilizzabile al bisogno) ed è disponibile all’organismo in tempi brevissimi. Inoltre, sembra avere pochissimi effetti collaterali, e, diversamente dagli antidepressivi, non inibisce il desiderio sessuale.

CURE INEFFICACI - Finora le cure utilizzate non erano state risolutive. Si andava dai consigli di «pensare ad altro», all’uso di creme desensibilizzanti, ad una serie di tecniche ed esercizi fisici. In presenza di cause prevalentemente psico-emozionali, si cercava di agire a livello comportamentale, con l’apprendimento di metodiche riabilitative di coppia. Ora sembra, dunque, che il panorama cambierà. «Ovviamente - precisa Mirone - la pillola andrà presa dopo aver consultato il medico e sotto il suo controllo. Il farmaco è ora disponibile sul mercato americano, ma speriamo di averlo presto anche in Italia, già dal 2008».

 

(corriere.it)

Assalti alle coppiette a Roma: tre rumeni arrestati

Le aggressioni sono tutte avvenute nella zona periferica di Tor Vergata

ROMA - Almeno tre assalti ai danni di fidanzatini che si appartavano in auto, in soli 12 giorni, a Roma, tutti nella zona periferica di Tor Vergata fatti da tre romeni. Sono stati arrestati dalla polizia con l’accusa di sequestro, violenza sessuale e rapina. Un altro romeno è ricercato. Uno dei fermati, Ceausu Romica Marin, di 33 anni, era un sorvegliato speciale, con obbligo di firma in commissariato, per una rapina. Gli altri fermati sono Ugureanu Codrut Marin, 21, e Vasile Costantin Marius, 20. I tre abitavano in un campo nomadi a sud della capitale, e sono in Italia da molti anni.

 

I TRE ASSALTI - Gli episodi di violenza attribuiti alla banda di romeni sono al momento tre. Il primo, il 10 settembre scorso, in via Gravina di Puglia; il secondo in via Nicolosi, il 19 settembre. In entrambi i casi, le vittime della rapina e della violenza sessuale sono state giovani coppie che si erano appartate in auto. Mentre le donne venivano violentate, i loro partner erano stati selvaggiamente picchiati. Per uno di essi i medici del policlinico dell’università Tor Vergata hanno accertato ferite guaribili in trenta giorni. Nel terzo caso, sabato scorso, i tre fermati e una quarta persona, quella ricercata, hanno aggredito e derubato una donna nigeriana prima di essere messi in fuga dall’arrivo degli agenti della squadra mobile. All’origine dell’indagine, il cellulare rubato a una delle vittime della rapina in via Gravina di Puglia. Da lì gli investigatori sono riusciti a risalire al campo nomadi, da dove i romeni sono stati seguiti fino al fermo.

 

 

 

24 settembre 2007

Corriere.it

Ahmadinejad: «Le sanzioni sono inutili»

Il presidente iraniano: «Il nostro paese non ha mai iniziato una guerra, ma si difenderà con decisione in caso di attacco »

Il presidente Ahmadinejad (Epa)

TEHERAN - Durante la parata militare che si è svolta a Teheran, in occasione della festa delle forze armate il presidente Ahmadinejad ha affermato che il suo Paese non ha mai iniziato una guerra, ma si si difenderà con decisione in caso di attacco militare e «fará rimpiagere l’azione all’aggressore». L’Iran colpirà con i propri missili qualsiasi Paese della regione che dovesse offrire il suo spazio aereo o le sue basi per un attacco americano contro i siti nucleari della Repubblica islamica. Lo ha affermato il comandante dei Pasdaran (Guardiani della rivoluzione), Mohammad Ali Jafari. «Ogni Paese che mettesse a disposizione il suo spazio o le sue basi per attaccare l’Iran - ha avvertito Jafari, parlando con l’agenzia Fars - sarà considerato alleato del nemico e riceverà una risposta da parte della Repubblica islamica con i suoi missili». Per quanto riguarda il contrattacco che verrebbe portato contro gli Usa, il comandante dei Pasdaran ha sottolineato che Teheran non risponderebbe «con la tecnologia contro la tecnologia», essendo consapevole di non avere i mezzi degli Usa, ma ricorrerebbe alle «sue speciali caratteristiche e metodi» dopo avere «identificato i punti deboli del nemico». In passato i massimi dirigenti iraniani hanno minacciato di «colpire gli interessi americani in tutto il mondo» in caso di attacco contro la Repubblica islamica.

SANZIONI INUTILI - «Coloro che pensano di fermare l’avanzata della nazione iraniana con sanzioni economiche e la guerra psicologica - ha affermato Ahmadinejad nel discorso - commettono un errore. L’Iran è entrato in possesso delle più avanzate tecnologie». «L’odierna esibizione di mezzi militari mostra che i nemici hanno già fallito molte volte», ha aggiunto il presidente, riferendosi alle sanzioni già imposte in passato a Teheran. «Coloro che ci volevano privare anche del filo spinato - ha concluso - oggi dovrebbero venire qui e vedere questi mezzi, prodotti dalle forti mani del ministero della Difesa e della nostra industria militare».

LE NUOVI ARMI - Nella festa delle forze armate, che cade anche nell’anniversario dell’attacco iracheno del 1980, dove per la prima volta sono stati mostrati in pubblico i nuovo jet da combattimento costruiti in Iran, gli Saeqeh (fulmine), testati giovedì, che sarebbero simili ai caccia F5 e F-18 degli americani. Alla parata è stata esibita anche una nuova versione dei missili a medio raggio Shahab-3, i razzi «Qadr» (forza). Il ministero della difesa iraniano aveva riferito nel 2005 che i missili Qadr hanno una portata di 2mila chilometri, rispetto a 1300-1800 degli Shahab-3, che giá potevano raggiungere parti dello stato d’Israele. Alla parata, Ahmadinejad ha affermato che il suo Paese non ha mai iniziato una guerra, ma si si difenderà con decisione in caso di attacco militare e «fará rimpiagere l’azione all’aggressore».

GLI USA RICONOSCANO I LORO ERRORI IN IRAQ - «Se vogliono risolvere i loro problemi», gli Usa hanno una sola via: «Ritirare le truppe dalla regione, e specialmente dall’Iraq». Lo ha detto oggi il presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, parlando alla parata militare con la quale ogni anno a Teheran viene commemorato l’inizio della guerra con l’Iraq, nel 1980. «La presenza delle forze straniere - ha aggiunto Ahmadinejad - è la fonte di tutta l’insicurezza, le discordie e le minacce. Accusare gli altri non risolverà alcun problema». Il riferimento è alle accuse rivolte da Washington a Teheran di fomentare la violenza in Iraq.

Prostata: no a peperoncino e coito interrotto

Gli esperti della Società italiana di Urologia stilano le regole per «salvare» la ghiandola maschile. Ottime carote, spinaci, kiwi

ROMA - Troppo peperoncino fa male alla prostata. E fanno male anche l’astinenza sessuale prolungata e il coito interrotto. Lo dicono gli urologi della Siu, la Società Italiana di Urologia, che hanno divulgato un decalogo salvavita contro le malattie prostatiche alla vigilia della Giornata Europea di Informazione indetta per il 14 settembre dalla European Association of Urology. Dieci regole semplici, per contrastare soprattutto un fenomeno, quello del carcinoma alla prostata, che colpisce in Italia 46.400 persone all’anno, con 7 mila decessi (seconda causa di morte per tumore dopo il cancro al polmone).
Con un aumento dei casi, spiega il presidente della Siu Vincenzo Mirone, del 12-13 per cento negli ultimi cinque anni, a fronte però di un calo della mortalità. Il rischio di sviluppare un carcinoma di questa ghiandola aumenta a partire dall’età di 40 anni: più dell’80 per cento dei casi di neoplasia prostatica sono diagnosticati in pazienti sopra i 65 anni e il 94 per cento dei decessi avviene nello stesso gruppo di età. E se tra i parenti di primo grado si registrano dei casi di tumore, le probabilità di ammalarsi aumentano di ben 4 volte.
Per questo, è indispensabile la prevenzione: dopo i 50 anni, suggeriscono gli esperti, bisogna effettuare una visita di controllo almeno una volta l’anno.

LE REGOLE SALVA-PROSTATA - Ma poi, ciascun maschio è chiamato a rispettare alcune regole apparentemente elementari.

1) ALIMENTAZIONE - Evitare cibi dannosi alla prostata, anzitutto, quelli che un tempo non a caso venivano considerati afrodisiaci, per il semplice fatto che infiammavano l’area, creando un artificiale impulso al coito: moderazione dunque nel mangiare peperoncino (non più di due volte a settimana, ammonisce Mirone), ma anche birra, insaccati, spezie, pepe, superalcolici, caffè, e aragoste. Vanno bene invece cibi con antiossidanti, dalle carote agli spinaci, dal kiwi alle carni rosse.

2) IDRATAZIONE - Occorre poi bere tanto, almeno due litri d’acqua al giorno, e regolarizzare la funzione intestinale.

3) ATTIVITA’ FISICA - Utile camminare almeno mezz’ora al giorno, e evitare per ovvi motivi un uso eccessivo della bicicletta.

4) SESSO - Mentre sul fronte del sesso, la salute della prostata dipende da un’attività sessuale regolare: l’astinenza prolungata provoca ristagno di secrezioni nella ghiandola prostatica ed una possibile infezione seminale. Per la stessa ragione, va evitato il coito interrotto.

DIAGNOSI PRECOCE E COMUNICAZIONE - «Negli ultimi anni - ha sottolineato Mirone - si assiste a un’importante riduzione del tasso di mortalità per cancro alla prostata in gran parte dei paesi occidentali. Seguendo alcune semplici regole ognuno può tenere sotto controllo il suo stato di salute riducendo i rischi e favorendo diagnosi precocì. Ma soprattutto, secondo gli urologi, occorre maggiore divulgazione: un tema su cui ha insistito anche Franco Cuccurullo, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e rettore dell’Università di Chieti: «Al sud - ha ricordato - si fa un uso smodato di peperoncino. Dobbiamo dire a tutti che non è senza conseguenze. Divulgando soprattutto il ruolo della prevenzione, attraverso un’informazione comprensibile: un tema che ha trovato spazio negli ultimi piani sanitari nazionalì. Il vicepresidente della Commissione Sanità del Senato Cesare Cursi ha sottolineato che «bisogna invertire la tendenza secondo cui tutte le donne vanno dal ginecologo, e pochi uomini dall’urologo o dall’andrologo».

Università, sette indagati per i test agevolati

Gli studenti arrivavano a pagare fino a 40mila euro per avere la certezza di essere ammessi alle Facoltà di Medicina e Odontoiatria

BARI - Sette persone sono indagate dalla Procura della Repubblica di Bari, nell’ambito delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza sui test di ingresso alle Facoltà di Medicina e Odontoiatria delle Università di Bari, Chieti e Ancona. Secondo le indagini della guardia di Finanza alcuni studenti hanno pagato fino ad 8.000 euro per frequentare un corso di preparazione con la garanzia di essere «assistiti» durante il test, e poi fino a 30.000 se effettivamente l’esame veniva superato. Tanto poteva costare la prova di ammissione alla facoltà di medicina e odontoiatria nelle università di Bari, Ancona e Chieti.

COINVOLTO ANCHE UN DOCENTE - I finanzieri hanno documentato l’esistenza di una organizzazione composta tra l’altro da un docente universitario e da un dipendente amministrativo che ha provveduto a fornire ad almeno una cinquantina di studenti le risposte esatte dei test nel corso dell’ultima prova di ammissione che si è svolta il 4 e il 5 settembre scorso.

TELEFONATE E SMS - Gli investigatori hanno intercettato nel corso dello svolgimento della prova telefonate e sms, hanno filmato movimenti di persone che riuscivano a fare arrivare le domande dei test ad una vera e propria sala operativa dove i quesiti venivano risolti e inviati per sms o per telefono ai candidati. L’organizzazione aveva fatto in modo da far iscrivere alla prova per ogni studente almeno una o più persone che lo avrebbero aiutato, ed aveva concordato anche la composizione delle aule. Questo tentativo, almeno nell’università di Bari, è stato sventato grazie al rettore che, poco prima del concorso, ha deciso di ricollocare gli studenti in aula in base all’età.

I SETTE INDAGATI - Ad Ancora l’avviso di garanzia è stato notificato al prof. Maurizio Procaccini, direttore dell’Istituto di Scienze odontostomatologiche e presidente del corso di laurea di Odontoiatria e protesi dentaria dell’università politecnica delle Marche; a Bari al ginecologo Giuseppe Varcaccio, che è anche consigliere comunale di An a Bari, che aveva un figlio che partecipava ai test; a Marcantonio Pollice, al figlio Giulio e a sua moglie Paola Favaretto, titolari della società di Polignano a Mare (Bari) che preparava gli studenti ai test; all’esperto di informatica Francesco Avellis, e ad Emanuele Valenzano, papà di una studentessa che partecipava ai test. Dalle indagini è emerso che i «Centri di ascolto», come li ha definiti il procuratore di Bari Emilio Marzano, che inviavano le risposte si trovavano nell’ufficio di Varcaccio, nel Policlinico di Bari, e nell’abitazione di Emanuele Valenzano.

(Corriere.it)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza antistante la Basilica di Mariazell
Austria - Sabato, 8 settembre 2007

Cari fratelli e sorelle,

con il nostro grande pellegrinaggio a Mariazell celebriamo la festa patronale di questo Santuario, la festa della Natività di Maria. Da 850 anni vengono qui persone da vari popoli e nazioni, persone che pregano portando con sé i desideri dei loro cuori e dei loro Paesi, le preoccupazioni e le speranze del loro intimo. Così Mariazell è diventata per l’Austria, e molto al di là delle sue frontiere, un luogo di pace e di unità riconciliata. Qui sperimentiamo la bontà consolatrice della Madre; qui incontriamo Gesù Cristo, nel quale Dio è con noi, come afferma oggi il brano evangelico - Gesù, di cui nella lettura del profeta Michea abbiamo sentito: Egli sarà la pace (cfr 5,4). Oggi ci inseriamo nel grande pellegrinaggio di molti secoli. Facciamo una sosta dalla Madre del Signore e la preghiamo: Mostraci Gesù. Mostra a noi pellegrini Colui che è insieme la via e la meta: la verità e la vita.

Il brano evangelico, che abbiamo appena ascoltato, apre ulteriormente il nostro sguardo. Esso presenta la storia di Israele a partire da Abramo come un pellegrinaggio che, con salite e discese, per vie brevi e per vie lunghe, conduce infine a Cristo. La genealogia con le sue figure luminose e oscure, con i suoi successi e i suoi fallimenti, ci dimostra che Dio può scrivere diritto anche sulle righe storte della nostra storia. Dio ci lascia la nostra libertà e, tuttavia, sa trovare nel nostro fallimento nuove vie per il suo amore. Dio non fallisce. Così questa genealogia è una garanzia della fedeltà di Dio; una garanzia che Dio non ci lascia cadere, e un invito ad orientare la nostra vita sempre nuovamente verso di Lui, a camminare sempre di nuovo verso Cristo.

Andare in pellegrinaggio significa essere orientati in una certa direzione, camminare verso una meta. Ciò conferisce anche alla via ed alla sua fatica una propria bellezza. Tra i pellegrini della genealogia di Gesù ce n’erano alcuni che avevano dimenticato la meta e volevano porre sé stessi come meta. Ma sempre di nuovo il Signore aveva suscitato anche persone che si erano lasciate spingere dalla nostalgia della meta, orientandovi la propria vita. Lo slancio verso la fede cristiana, l’inizio della Chiesa di Gesù Cristo è stato possibile, perché esistevano in Israele persone con un cuore in ricerca – persone che non si sono accomodate nella consuetudine, ma hanno scrutato lontano alla ricerca di qualcosa di più grande: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Maria e Giuseppe, i Dodici e molti altri. Poiché il loro cuore era in attesa, essi potevano riconoscere in Gesù Colui che Dio aveva mandato e diventare così l’inizio della sua famiglia universale. La Chiesa delle genti si è resa possibile, perché sia nell’area del Mediterraneo sia nell’Asia vicina e media, dove arrivavano i messaggeri di Gesù, c’erano persone in attesa che non si accontentavano di ciò che facevano e pensavano tutti, ma cercavano la stella che poteva indicare loro la via verso la Verità stessa, verso il Dio vivente.

Di questo cuore inquieto e aperto abbiamo bisogno. È il nocciolo del pellegrinaggio. Anche oggi non è sufficiente essere e pensare in qualche modo come tutti gli altri. Il progetto della nostra vita va oltre. Noi abbiamo bisogno di Dio, di quel Dio che ci ha mostrato il suo volto ed aperto il suo cuore: Gesù Cristo. Giovanni, con buona ragione, afferma che Lui è l’Unigenito Dio che è nel seno del Padre (cfr Gv 1,18); così solo Lui, dall’intimo di Dio stesso, poteva rivelare Dio a noi – rivelarci anche chi siamo noi, da dove veniamo e verso dove andiamo. Certo, ci sono numerose grandi personalità nella storia che hanno fatto belle e commoventi esperienze di Dio. Restano, però, esperienze umane con il loro limite umano. Solo Lui è Dio e perciò solo Lui è il ponte, che veramente mette in contatto immediato Dio e l’uomo. Se noi cristiani dunque lo chiamiamo l’unico Mediatore della salvezza valido per tutti, che interessa tutti e del quale, in definitiva, tutti hanno bisogno, questo non significa affatto disprezzo delle altre religioni né assolutizzazione superba del nostro pensiero, ma solo l’essere conquistati da Colui che ci ha interiormente toccati e colmati di doni, affinché noi potessimo a nostra volta fare doni anche agli altri. Di fatto, la nostra fede si oppone decisamente alla rassegnazione che considera l’uomo incapace della verità – come se questa fosse troppo grande per lui. Questa rassegnazione di fronte alla verità è, secondo la mia convinzione, il nocciolo della crisi dell’Occidente, dell’Europa. Se per l’uomo non esiste una verità, egli, in fondo, non può neppure distinguere tra il bene e il male. E allora le grandi e meravigliose conoscenze della scienza diventano ambigue: possono aprire prospettive importanti per il bene, per la salvezza dell’uomo, ma anche – e lo vediamo – diventare una terribile minaccia, la distruzione dell’uomo e del mondo. Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù come lo vediamo qui nel santuario di Mariazell. Lo vediamo in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e, sull’altare principale della basilica, come crocifisso. Queste due immagini della basilica ci dicono: la verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore. Non è mai nostra proprietà,  un nostro prodotto, come anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e trasmettere come dono. Di questa interiore forza della verità abbiamo bisogno. Di questa forza della verità noi come cristiani ci fidiamo. Di essa siamo testimoni. Dobbiamo trasmetterla in dono nello stesso modo in cui l’abbiamo ricevuta, così come essa si è donata.
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Il Papa dall’Austria condanna aborto ed eutanasia

Scontro con Amnesty: «Interruzione gravidanza non è un diritto umano»

 

Benedetto XVI a Vienna: «C’è da temere che un giorno possa essere esercitata una pressione esplicita sulle persone malate»

 

 

VIENNA (AUSTRIA) - Una ferma riproposizione della tradizionale dottrina della Chiesa su eutanasia e aborto.

EUTANASIA - «Una grande preoccupazione costituisce per me il dibattito sul cosiddetto “attivo aiuto a morire”», ha affermato Benedetto XVI nell’incontro con i membri del Parlamento e del Corpo Diplomatico al Palazzo Imperiale di Vienna. «C’è da temere - ha avvertito - che un giorno possa essere esercitata una pressione non dichiarata o anche esplicita sulle persone gravemente malate o anziane, perchè chiedano la morte o se la diano da sè». Per il Papa, «la risposta giusta alla sofferenza alla fine della vita è un’attenzione amorevole, l’accompagnamento verso la morte, in particolare anche con l’aiuto della medicina palliativa, e non un attivo aiuto a morire». Secondo Benedetto XVI, «per affermare un accompagnamento umano verso la morte occorrerebbero però urgentemente delle riforme strutturali in tutti i campi del sistema sanitario e sociale e l’organizzazione di strutture di assistenza palliativa. Occorrono poi - ha aggiunto - anche passi concreti: nell’accompagnamento psicologico e pastorale delle persone gravemente malate e dei moribondi, dei loro parenti, dei medici e del personale di cura».

ABORTO - Il Papa è poi intervenuto sul tema dell’aborto, che, per il Pontefice, non è un diritto umano, ma il suo contrario, una profonda ferita sociale. È questo il nuovo affondo lanciato contro l’interruzione della gravidanza dal Papa, con implicito riferimento alla presa di posizione di Amnesty International che aveva incluso l’aborto fra i diritti umani per le donne che hanno subito una violenza sessuale. Il Papa ha ripetuto il “no” netto della Chiesa all’aborto in qualunque caso. «Il diritto umano fondamentale - ha osservato Papa Ratzinger - il presupposto per tutti gli altri diritti, è il diritto alla vita stessa». «Ciò vale - ha aggiunto - per la vita dal concepimento sino alla sua fine naturale. L’aborto, di conseguenza, non può essere un diritto umano - è il suo contrario. È una profonda ferita sociale, come sottolineava senza stancarsi il nostro defunto confratello, cardinale Franz Konig», tra i protagonisti del Concilio Vaticano II e della vita ecclesiale austriaca ed europea degli ultimi decenni. «Nel dire questo - ha aggiunto il Papa - non esprimiamo un interesse specificamente ecclesiale. Ci facciamo piuttosto avvocati di una richiesta profondamente umana e ci sentiamo portavoce dei nascituri che non hanno voce». «Non chiudo gli occhi - ha proseguito Benedetto XVI - davanti ai problemi e ai conflitti di molte donne e mi rendo conto che la credibilitá del nostro discorso dipende anche da quel che la Chiesa stessa fa per venire in aiuto alle donne in difficoltá». Quindi il Pontefice ha ribadito la necessitá di dare sostegno alle famiglie e alle coppie affinchè vengano aiutate ad avere dei figli e a non considerare questi ultimi come «casi di malattia».

 

 

 

 

Il mondo piange Luciano Pavarotti, una vita per la musica

Luciano Pavarotti

Luciano Pavarotti

 Le reazioni della stampa internazionale sulla morte di Luciano Pavarotti

Vedi anche L’omaggio a Pavarotti del mondo artistico e delle istituzioni

Luciano Pavarotti e’ morto. Lo ha comunicato il suo manager. Aveva 71 anni. Era nato il 12 ottobre del 1935 a Modena.

“Il Maestro ha combattuto a lungo una dura battaglia contro un cancro al pancreas che alla fine gli ha tolto la vita. Mantenendo l’approccio che ha caratterizzato tutta la sua vita e il suo lavoro, e’ rimasto positivo fino all’ultimo istante della sua malattia”, si legge nella nota del suo manager.

Gia’ ieri le sue condizioni si erano aggravate, alcuni giorni dopo essere stato dimesso dal reparto di oncologia del policlinico di Modena dove era stato ricoverato per oltre due settimane.

Luciano Pavarotti era entrato in ospedale la sera dell’8 agosto per una
febbre un po’ troppo alta che lo aveva colpito mentre stava trascorrendo un periodo di riposo nella sua villa sulle colline di Pesaro, assieme alla moglie Nicoletta Mantovani e alla figlioletta Alice.

Il tenore e’ stato operato a New York un anno fa per l’asportazione di un tumore maligno al pancreas.

Mezzo secolo di successi
Luciano Pavarotti e’ il tenore piu’ famoso degli ultimi trent’anni. Figlio di un fornaio dell’esercito, appassionato di canto, Luciano, studia con il tenore Arrigo Pola e il Maestro Ettore Campogalliani. Debutta  il 29 aprile 1961, nel ruolo di Rodolfo in La Boheme, all’Opera di Reggio Emilia.

Negli Stati Uniti trionfa nel febbraio 1965, a Miami, con Joan Sutherland, nella Lucia di Lammermoor. Ma l’exploit arriva il 17 febbraio 1972, al Metropolitan di New York, dove nella Fille du Regiment di Donizetti manda in visibilio il pubblico con nove Do di petto perfetti.  Suo il record di 17 chiamate ed ovazioni al sipario.

Da allora il suo nome e’ noto al grande pubblico grazie anche alla tv. Negli anni ‘90, Pavarotti cura molto i concerti all’aperto, che si rivelano grandi successi. Ad Hyde Park a Londra attira oltre 150.000 persone. Nel giugno 1993, in piu’ di 500.000 si accalcano in Central Park (New York), mentre in milioni lo seguivano in tv. A settembre dello stesso anno, all’ombra della Torre Eiffel, canta per circa 300.000 persone. Tra i piu’ famosi, i concerti dei Tre Tenori con Placido Domingo e Jos‚ Carreras. Ma e’ intensa anche l’attivita’ di organizzatore del ‘Pavarotti and friends’, col quale riunisce nella sua citta’ natale, a scopo di beneficenza, le star del pop internazionale.

Firenze: falsa la tonaca di San Francesco

La prova con il «carbonio 14» dice che è di epoca successiva alla vita del santo. Compatibile invece il periodo di quella di Cortona

  La tonaca attribuita a San Francesco nella Basilica di Santa Croce. I punti indicati due dei campioni di tessuto prelevati per il test con il carbonio 14 (Ansa)

La tonaca attribuita a San Francesco nella Basilica di Santa Croce. I punti indicati due dei campioni di tessuto prelevati per il test con il carbonio 14 (Ansa)

FIRENZE - La tonaca attribuita a San Francesco conservata nella omonima Chiesa di Cortona (Arezzo) è compatibile con la vita del Santo. Quella custodita nella basilica di Santa Croce a Firenze, al contrario, è successiva alla sua morte. Lo hanno stabilito le misure con il carbonio 14, che permette una datazione accurata dei reperti archeologici. Nel caso della tonaca di Santa Croce, le analisi hanno individuato, come intervallo a cui è possibile farla risalire, un periodo compreso tra la fine del 1200 e quella del 1300. La ricerca dimostra quindi che il tessuto è posteriore di almeno 80 anni alla morte di San Francesco e, dunque, che non poteva appartenergli. Al contrario, la datazione di tutti i frammenti prelevati dal saio della chiesa di Cortona è compatibile con gli anni di San Francesco (il risultato fornisce un intervallo 1155-1225).

LA PROVA SPERIMENTALE - Queste e altre scoperte sono state possibili grazie alle analisi sulle reliquie condotte a Firenze con l’acceleratore di particelle Tandem del Laboratorio di tecniche nucleari per i beni culturali (Labec) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Lo studio è stato presentato a Firenze nel corso della Conferenza internazionale sulle applicazioni degli acceleratori di particelle, Ecaart (European Conference on Accelerators in Applied Research and Technology), e sarà pubblicato nel volume «L’ereditá del Padre: le reliquie di San Francesco a Cortona» (che uscirá a settimane dalle Edizioni Messaggero di San Antonio) in cui sono riportati tutti i risultati di una ricerca interdisciplinare, a carattere sia umanistico che scientifico, promossa dalla Provincia Toscana dei Frati Francescani Minori Conventuali.

ALTRE RELIQUIE COMPATIBILI - La tonaca di Cortona fa parte di un insieme di tre reliquie francescane comprendente anche un cuscino finemente ricamato e un evangeliario, che si considerano portate a Cortona da Frate Elia, primo successore di Francesco alla guida dell’ordine. I ricercatori del Labec hanno analizzato anche la composizione del prezioso filato metallico del ricamo della fodera al cui interno è contenuto il cuscino posto sotto il capo del santo alla sua morte e hanno datato, col metodo del carbonio 14, il tessuto del cuscino interno. Inoltre, l’evangeliario, libro liturgico contenente i passi del Vangelo, è stato oggetto di approfondite indagini codicologiche e paleografiche da parte di ricercatori dell’Universitá di Siena. Sulla base delle evidenze sia scientifiche che umanistiche, anche cuscino e evangeliario sono risultati compatibili con il periodo di vita di Francesco.

QUATTRO TONACHE - In Italia sono quattro le tonache attribuite a San Francesco. Oltre a quelle di Cortona e Santa Croce ci sono quelle di conservate nella basilica di San Francesco ad Assisi e nel santuario della Verna

 

 

 

(Corriere.it)


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