Archive for December, 2007

Un dettaglio inquietante nella nuova enciclica

di Antonio Socci - Da “Libero, 8 dicembre 2007″

C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi”: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.

Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalititca che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità teniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.

Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.

“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.

In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.

Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.

Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.

La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso - il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.

Un Paese che cresce, senza sviluppo

ROMA - Un’Italia in chiaroscuro, ma che reagisce. Che «cresce, anche se non si sviluppa». Dove una maggioranza apatica, quasi rassegnata, si lascia trascinare da un’élite imprenditoriale che ha nell’orgoglio l’arma migliore, da alcuni grandi attori industriali (si pensi a Enel, Eni e Fiat) capaci di recitare un ruolo da protagonisti sui mercati esteri, dal dinamismo delle pmi e da una fascia di lavoratori - soprattutto giovani e professionisti - che hanno saputo raccogliere la sfida della competizione. E’ la fotografia che emerge dal 41° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato venerdì a Roma. Un’istantanea che conferma l’impressione degli anni passati: malgrado gli indubbi problemi, non ci sono ragioni per disperare e considerare il Paese sul sentiero del declino e dell’impoverimento, anche se la dinamica è il risultato di una «minoranza vitale», mentre il Paese si disperde in una «poltiglia di massa», una «mucillagine» di elementi individuali e di «ritagli umani» tenuti insieme da un tessuto sociale inconsistente, nel quale le istituzioni non riescono a svolgere alcuna funzione di coesione.IL BOOM SILENZIOSO - L’Italia continua a crescere, anche se non si sviluppa. L’apparente contraddizione è così spiegata da Giuseppe De Rita, il presidente del Censis che ha firmato le considerazioni generali del rapporto: «il boom silenzioso italiano» continua, grazie soprattutto a una minoranza industriale orientata alla globalizzazione, grazie alle pmi, a una specializzazione nella fascia altissima del mercato, in prodotti di qualità, nell’alto di gamma. Da queste fasce imprenditoriali arriva «un crescendo di visione positiva: forse come reazione, certo in controtendenza, all’afflosciato pessimismo imperante». Eppure la «buona ripresa» in corso non diventa «sviluppo di lungo periodo». Perché, si chiede De Rita, «il successo della minoranza industriale» non riesce a coinvolgere l’intero sistema sociale? La riposta: «Siamo dentro una dinamica evolutiva di pochi e non uno sviluppo di popolo», come quelli che l’Italia ha vissuto nel secondo dopoguerra.

I MACIGNI - Sullo sviluppo gravano alcuni macigni: innanzi tutto il debito pubblico, che «pesa sulla libertà psicologica dei cittadini» con la mole impressionante di interessi, mentre la politica, critica il Censis, ha destinato i «tesoretti» fiscali ad altri fini (ovvero a finanziare ulteriori spese) invece di pensare in primo luogo ad assorbire il debito; altro macigno: la mancata crescita dei salari. Risultato: «La maggioranza resta nella vulnerabilità, lasciata a se stessa. Più rassegnata che incarognita, in un’inerzia di fondo che forse è la cifra più profonda della nostra attuale società». La ripresa non riesce a coinvolgere l’intero sistema sociale anche per l’acuirsi di vecchi problemi: il divario Nord-Sud, ancora oggi lungi dal ridursi; la carenza di infrastrutture (un immobilismo provocato anche da veti incrociati che alla gran parte della società suonano come incomprensibili); la lentezza della burocrazia e la scarsa produttività della pubblica amministrazione.

LA FAMIGLIA LOW COST - Gravata dai salari bassi e non ancora riemersa dalla fortissima compressione dei consumi seguita all’introduzione dell’euro, la famiglia italiana, spiega il Censis, ha dovuto reinventare una strategia di spesa basata su tre punti: gestire gli acquisti quotidiani in una logica «low cost»; usufruire del credito al consumo per accedere a beni durevoli; dedicare quel (poco) che rimane del reddito allo sfizio gastronomico, turistico o culturale (peraltro, nota il Censis, i consumi a maggiore incremento).

VITA A RATE - Eppure, sono poco più di mezzo milione le famiglie italiane «in difficoltà» con i debiti. Il credito al consumo, dilagante negli ultimi anni, si è trasformato nel tempo in un’arma a doppio taglio, tanto che 530 mila famiglie ammettono di fare fatica a pagare le rate. I dati emergono dal Rapporto del Censis che sottolinea come il fenomeno del credito al consumo riguardi ormai nel nostro Paese 8,4 milioni di famiglie, pari al 35% del totale. Il «popolo delle rate» si è dunque allargato a macchia d’olio. Con il risultato che circa il 6,3% degli oltre 8 milioni di famiglie che utilizzano lo strumento del credito al consumo, sottolinea Giuseppe Roma, direttore dell’istituto di ricerca, «dichiarano di avere difficoltà a pagare le rate del debito». Inoltre circa 143.000 famiglie, circa l’1,7% di chi ricorre alle rate, riconosce di non essere riuscito a pagarne almeno una.

POLTIGLIA DI MASSA - Il vero problema, rileva il Censis, non è tanto economico quanto sociale. Ed è uno scenario di notevole depressione, impotenza, abbattimento: la società resta inerte, impermeabile alla crescita economica, dove lo sviluppo non filtra. Così, scrive De Rita, la realtà sociale diventa giorno dopo giorno «poltiglia di massa» (o peggio ancora «mucillagine», dove restano avviluppati «ritagli umani» senza identità) nella quale pulsioni, emozioni ed esperienze risultano impastate e che, di conseguenza, risulta «particolarmente indifferente a fini e obiettivi di futuro, quindi ripiegata su se stessa», orientata la pessimismo e al peggio, e nella quale le istituzioni hanno perduto ogni funzioni di coesione.

ESPERIENZA DEL PEGGIO - Non sorprende quindi che l’opinione dell’individuo, in questa società, volga continuamente al peggio: «Dovunque si giri il guardo - sembra pensare l’italiano medio – facciamo esperienza e conoscenza del peggio: nella politica come nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. E’ abituale allora - si legge nelle considerazioni generali del Censis - ricavarne che viviamo una disarmante esperienza del peggio».

POLITICA - In più è diffusa fra gli italiani l’idea che in politica non ci si possa fidare di nessuno: a pensarla così è l’85,9% degli intervistati dal Censis sul tema dell’appartenenza ai valori. Sempre in politica, per il 76,1% «nessuno si preoccupa di ciò che accade agli altri», mentre per il 56,4%, si «pensa di più ai propri interessi che agli altri». Al tempo stesso gli italiani si dicono distaccati e disincantati dalle istituzioni: il 52,4% dice di essere “poco” o “per niente” soddisfatto dell’operato dello Stato. Il Censis sottolinea nel rapporto annuale una bassissima conoscenza da parte dei cittadini dei soggetti che svolgono attività sociali e un altrettanto bassissima partecipazione alle loro attività (6,2% riguardo al sindacato, 3% riguardo ai partiti). Questo distacco dalle istituzione crea una sorta di legittimazione della scorrettezza che è percepita come una risposta sana e fisiologica: ed allora si evade il fisco, si chiedono raccomandazioni, e così via. È «tutto un tessere di astuzie, piccole illegalità e connivenze. Salvo poi con l’esercizio antico della doppia morale, scandalizzarsi per furberie più altisonanti. L’Italia continua ad essere un paese troppo indulgente con se stesso».

ALL’ESTERO – Così accade che il Paese registra una fuga di massa che lo impoverisce ancora di più: sempre più persone, spesso e volentieri le più qualificate, sfuggono all’immobilismo per «intraprendere percorsi di studio e lavoro al di fuori dei confini». «La sensazione che emerge - osserva il Censis - è che flussi sempre più consistenti di italiani stiano ormai indirizzando e riorganizzando le proprie strategie di sviluppo, di business, di investimento all’estero». Insomma, per uscire dalle pastoie di un sistema «bloccato» non sembrano esserci che soluzioni individuali, in mancanza di un percorso evolutivo compiuto dalla collettività: nel 2006, uno studente su cinque emigra: l’anno scorso erano iscritti a università straniere 38.690 studenti, di cui il 19,9 per cento in Germania, seguiti da Austria, Gran Bretagna, Svizzera, Francia e Stati Uniti. Dal 2001 al 2006 inoltre l’Italia è al quarto posto per studenti che hanno aderito ai programmi Erasmus (in totale 92.010), dietro Francia, Germania e Spagna. Nel 2006 oltre 11.700 laureati hanno trovato lavoro all’estero. E se tornando agli studenti, uno su 5 preferisce andare all’estero, ben 350mila sono gli universitari «fuori sede», ovvero iscritti a un Ateneo fuori dalla propria regione.

NUOVA CULTURA COLLETTIVA - Secondo De Rita, il «benessere piccolo borghese» degli ultimi decenni avrebbe creato un «monstrum alchemicum» che ci rende «impotenti, come di fronte a una generale entropia». «Occorre saper elaborare - si legge - nuove offerte di cultura collettiva», «bisogna andare a riscoprire le forze reattive nel sottosuolo della nostra società e ridargli vigore». Forze reattive che non sembrano riscontrabili nella politica, che viene meno alla sua «tradizionale funzione di mobilitazione sociale». Tanto più che la classe dirigente appare «scossa» dall’attuale ventata di antipolitica. «Non può venire da lì il ruolo di collettore di energie e di riconcentrazione di alleanze sociopolitiche». L’unica speranza sembra affidata alle minoranze «attive»: non quella industriale, però, concentrata sulla conquista di mercati lontani. Allora l’unica scommessa possibile è sulle minoranze attive nell’economia, nella società e nelle scienze. Sperando che il resto della popolazione si faccia contagiare dalla loro voglia di costruire.

Paolo Ligammari (Corriere.it)

PAPA: SCIENZA NON BASTA, MONDO HA BISOGNO DRAMMATICO DI DIO

 CITTA’ DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI,  durante la preghiera dell’Angelus a piazza San Pietro, ha rilanciato il significato piu’ profondo della sua nuova enciclica sulla speranza: il mondo ha un bisogno ”drammatico” di Dio, la scienza non e’ in grado ”di redimere l’umanita”’, ed anzi ha ”confinato la fede in una sfera individuale”.

Prima di affacciarsi alle 12:00 dalla finestra del suo appartamento, il pontefice si era recato, in prima mattinata, all’ospedale ”San Giovanni Battista” alla Magliana, dove aveva celebrato la messa tra malati colpiti da ictus o usciti da un coma. Un incontro intenso e commovente. ”Gli ospedali e le case di cura, proprio perche’ abitati da persone provate dal dolore, possono diventare luoghi privilegiati dove testimoniare l’amore cristiano che alimenta la speranza e suscita propositi di fraterna solidarieta”’, aveva detto.

Della speranza e’ poi tornato a parlare davanti ai fedeli convenuti, nonostante il maltempo, nella piazza vaticana per la tradizionale preghiera di mezzogiorno. ”La parola speranza - ha detto - e’ strettamente connessa con la parola fede”. ”Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre piu’ la fede e la speranza nella sfera individuale cosi’ che - ha spiegato - oggi appare in modo evidente e drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio - del vero Dio! - altrimenti restano privi di speranza”.

”La scienza - ha continuato papa Ratzinger - contribuisce molto al bene dell’umanita’, ma non e’ in grado di redimerla”. ”L’uomo - ha detto - viene redento dall’amore, che rende nuova e bella la vita personale e sociale”. ”La storia - ha anche osservato - muta e chiede di essere costantemente evangelizzata: ha bisogno di essere rinnovata dall’interno e l’unica vera novita’ e’ Cristo”. Temi trattati ampiamente nell’enciclica ‘Spe Salvi” (la speranza ci rende salvi), firmata da Benedetto XVI e presentata al grande pubblico lo scorso 30 novembre.

Il Papa ha pero’ voluti riproporli la prima domenica dell’Avvento, inizio del calendario liturgico, perche’ siano motivo di riflessione per i cattolici nel prossimo periodo natalizio. Anche ai malati, ai familiari, al personale medico e infermieristico del San Giovanni Battista, papa Ratzinger aveva consegnato la sua enciclica. ”In ogni malato, chiunque esso sia, sappiate riconoscere e servire Cristo stesso; fategli percepire, con i vostri gesti e le vostre parole, i segni del suo amore misericordioso”, aveva esortato durante la messa celebrata in un padiglione del nosocomio.

L’ospedale di proprieta’ del Sovrano Ordine di Malta, si trova alla periferia ovest di Roma, ed e’ specializzato nel recupero e nella riabilitazione di persone cerebrolese. Il senso della sofferenza era percepibile nella cappella improvvisata, una struttura luminosa, con ampie finestre ad arco, la moquette blu sul pavimento. Il Papa, vestito con la tradizionale casula viola del Tempo liturgico dell’Avvento, aveva dato personalmente l’ostia della comunione a ciascuno dei pazienti, portati davanti a lui sulle sedie a rotelle. Poi, dopo il rito religioso, Ratzinger si era recato, in forma assolutamente privata, a visitare gli ospiti piu’ gravi del Reparto Unita’ di Risveglio: ”momenti struggenti” hanno riferito poi alcuni familiari dei malati, in tutto una quindicina, tra cui una ragazza vittima di un incidente stradale e un anziano colpito da un ictus.

(ANSA.it)


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