Oggi, al termine della messa celebrata sul piazzale antistante il nuovo santuario di San Giovanni Rotondo, inizia l’esposizione del corpo di Padre Pio. Un appuntamento molto atteso (già 750mila persone si sono prenotate per poter sfilare nella cripta del convento di Santa Matia delle Grazie), e da più di qualcuno (ad esempio Claudio Magris sul Corriere della Sera) criticato. Sul Giornale di oggi pubblico un’intervista al cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che spiega il significato della venerazione delle reliquie dei santi. Come sapete, con l’amico e collega di Famiglia Cristiana Saverio Gaeta abbiamo scritto un libro (”Padre Pio. L’ultimo sospetto”, Piemme) per analizzare e confutare i sospetti lanciati da Sergio Luzzatto con il suo volume sul frate pubblicato lo scorso ottobre. Ebbene, da quando è uscito il nostro volume Luzzatto non ha mai accettato un confronto o un dibattito, che fosse televisivo o meno, tanto che nei giorni scorsi gli abbiamo pubblicamente rinnovato l’invito in questo senso. Luzzatto non solo non vuole confrontarsi con noi, ma mette pure veti: ieri sera, a Matrix, in diretta su Canale Cinque, doveva essere presente Gaeta. All’ultimo momento gli è stato detto che non sarebbe più potuto intervenire. Perché? E’ presto detto: perché c’era Luzzatto, il quale pone come condizione previa per partecipare a qualsiasi dibattito su Padre Pio l’assenza di Gaeta e mia. C’è da capirlo: dopo che sono stati smascherati errori grossolani, sviste, letture parziali e pregiudizi contenuti nel suo lavoro, lo “storico del XXI° secolo” come si definisce, ha paura di un confronto pubblico. Meglio pontificare a senso unico, senza contraddittorio…
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Il giorno di Padre Pio (e i veti dello storico professore)
Published April 24, 2008 Rassegna Stampa , Religion 0 CommentsTags: luzzatto, ostensione, padre pio, tornielli
L’identikit del gesuita: disponibilità e mobilità
Published March 19, 2008 Rassegna Stampa , Religion 0 CommentsIl nuovo Preposito generale parla del futuro della Compagnia di Gesù
ROMA, martedì, 18 marzo 2008 (ZENIT.org).- Uno dei compiti della 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù è stato quello di delineare l’identikit del Gesuita, che ha fatto emergere la figura di un uomo pronto a offrire “totale disponibilità” e “nuova e impegnativa mobilità”.
Lo ha reso noto padre Adolfo Nicolás, Preposito generale della Compagnia, in un’intervista rilasciata a “L’Osservatore Romano”, alla “Radio Vaticana” e al Centro Televisivo Vaticano.
Tracciando un bilancio della Congregazione Generale – svoltasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo – che lo ha eletto alla guida dei Gesuiti, padre Nicolás ha affermato che è stata caratterizzata da una grande unità anche se si è sperimentata “la diversità più grande nella storia della Compagnia”, perché “erano rappresentati praticamente tutti i Paesi dove ci sono i Gesuiti”.
Nonostante questo, “vi è stata l’esperienza di aver trovato una profonda comunicazione degli uni con gli altri” e “il senso di formare insieme un unico corpo è stato molto grande”.
Nella Congregazione, ha spiegato, “abbiamo trovato che l’immagine, l’identikit dei Gesuiti, che noi pensiamo e desideriamo, è l’immagine di uomini consapevoli di essere chiamati a una missione difficile” “per la quale c’è bisogno di una totale disponibilità e poi di una nuova e impegnativa mobilità”.
Padre Nicolás ha rivelato di aver chiesto a Provinciali e Superiori “di rendere questa mobilità normale nella Compagnia, che non riguardi soltanto un gruppetto di missionari, che vanno fuori dei loro Paesi, ma tutti”.
“Dovrebbe essere normale per noi andare in un altro Paese almeno per un certo periodo di servizio o per essere formati meglio in una visione internazionale della Chiesa, del mondo e di noi stessi”, ha osservato.
Circa i temi trattati nella Congregazione, il Preposito ha ricordato in primo luogo quello del governo dell’Ordine.
“Se siamo in un mondo globalizzato – ha commentato –, un mondo così pluralista e così interconnesso”, “allora abbiamo bisogno di un sistema di governo che sia adatto a questo tempo”.
Altri temi sono stati la missione e il suo aggiornamento e l’obbedienza, per due ragioni principali: “una che lo stesso Benedetto XVI ci aveva invitato a riflettere sull’obbedienza, e l’altra che nelle Congregazioni recenti, da venti anni a questa parte, abbiamo riflettuto con una certa profondità sulla povertà, sulla castità, ma non avevamo aggiornato le nostre riflessioni sull’obbedienza nel contesto di oggi”.
Circa le vocazioni, il Preposito ha riconosciuto una loro diminuzione, ma ha esortato a considerare il problema nel suo complesso.
In primo luogo, sostiene, è in atto un cambiamento sociologico, perché ora nei Paesi tradizionalmente cattolici “le famiglie non hanno figli, ne hanno uno, due e con grandi difficoltà”, e per questo “è molto più difficile lasciare che l’unico figlio vada a farsi religioso, si faccia prete, gesuita!”.
Accanto a questo, c’è un cambiamento ecclesiologico: “dopo il Vaticano II, ci sono molte vocazioni laiche. La vocazione laica, oggi, viene considerata come una vera vocazione, una vocazione profonda, una vocazione in cui la persona può impegnarsi completamente, per tutta la vita”.
“Per essere un buon cristiano – ha osservato – non è necessario essere prete, religioso”.
Il problema, ha aggiunto, “non è moltiplicarsi o sopravvivere, il problema è vivere: come vivere coerentemente con la nostra vocazione. Credo che sia meglio ‘pochi e buoni’ piuttosto che molti che diventano turba, ‘massa’, come diceva Sant’Ignazio”.
Quanto al contributo che possono apportare gli altri continenti alla Chiesa universale, il Preposito generale ha sottolineato come l’Asia possa insegnare molto perché “è meno teorica, è più pratica, è più ‘di crescita’”.
Per la Cina, padre Nicolás ha ammesso che “si può fare molto, ma si può definire poco. Tutto dipende dalle possibilità che ci saranno aperte nel tempo”.
L’Africa, ha ammesso, non è stata oggetto di un’approfondita discussione nell’ambito della Congregazione Generale, ma è emersa chiaramente la volontà di aiutare il continente.
“Dall’Africa è stato già chiesto ai Gesuiti di formare un’università, e questo progetto è allo studio da due anni”, ha ricordato, ma ad ogni modo la Compagnia di Gesù pensa che “l’iniziativa deve partire dall’Africa”.
Le sfide e le proposte che si pongono davanti ai Gesuiti sono quindi numerose.
“Il nostro carisma è un carisma di servizio nella Chiesa”, ha ribadito padre Nicolás. “Non siamo una Chiesa parallela e non siamo una Chiesa nella Chiesa: siamo parte della Chiesa, un piccolo gruppo che cerca di servire”.
Tra le necessità che emergono dalla Congregazione Generale, ha concluso, c’è anche la revisione delle strutture della Compagnia, “in modo che possiamo ’servire’ con maggiore flessibilità, più facilmente e rispondere meglio alle istanze dei nostri tempi”.
(ZENIT)
Allarme in Vaticano: un matrimonio fallito su 5 annullato dalla Sacra Rota
Published March 15, 2008 Rassegna Stampa , Religion 0 CommentsLe richieste aumentano del 25% l’anno
ROMA - Benedetto XVI è allarmato. Non solo la famiglia è in crisi. Ma persino l’apparato mondiale dei Tribunali ecclesiastici locali e della Rota Romana centrale, che devono pronunciarsi sulle richieste di annullamento dei matrimoni religiosi, seguono lo spirito dei tempi concedendo molte (forse troppe, per Ratzinger) sentenze favorevoli. Dice Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione matrimonialisti civili italiani: «Ormai un matrimonio fallito su cinque in Italia viene sciolto da un Tribunale ecclesiastico. Le richieste stanno aumentando da tre anni del 20-25 per cento».
Ma il fenomeno riguarda tutto il mondo. Nel 2005 i matrimoni religiosi sciolti dai Tribunali statunitensi in primo grado sono stati ben 24.343, le sentenze contrarie appena 998. Sempre nel 2005, le domande presentate negli Usa sono state 28.844 e in tutto il mondo 48.655, cioè quasi 50.000. In quanto alla sola Rota Romana, autentica Cassazione mondiale dei tribunali ecclesiastici, al 1 gennaio 2008 le cause aperte provenienti dall’Italia erano 421, contro le 215 del 1999 o le 331 del 2003. Per queste ragioni il Papa, nel suo discorso al Tribunale del 26 gennaio per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha attaccato «le giurisprudenze locali, sempre più distanti dall’interpretazione comune delle leggi positive e persino dalla dottrina della Chiesa sul matrimonio ». E ha condannato la «compilazione di regole astratte e ripetitive, esposte al rischio di interpretazioni soggettive e arbitrarie» ricordando che la Rota «influisce molto sull’operato delle chiese locali». Non per niente la Rota Romana ha già cominciato a invertire la tendenza. Nonostante la quantità di cause pendenti, nel 2007 le sentenze definitive di nullità sono state 160, di cui 79 per la nullità e 81 contrarie. Nel 2006 erano stato 172, di cui 96 per la nullità e 76 contrarie.
Il Pontefice teme che i Tribunali ecclesiastici diventino un’alternativa al divorzio? Gli Usa sono una spina nel cuore di Roma: troppo spesso viene invocato il canone 1095 del codice di diritto canonico che prevede i casi di «incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio», una sorta di «incapacità psichica» e di «immaturità affettiva». Concetti molto vasti, come si vede. Per di più negli Stati Uniti il secondo appello viene quasi sempre sostituito da un rapido decreto di ratifica. Un anno o poco più, e il gioco è fatto. Dice l’avvocato Gassani: «L’iter però non è sempre così semplice. Perché la sentenza ecclesiastica abbia efficacia giuridica in Italia, occorre una “delibazione” da parte di una Corte d’appello chiamata a controllare che le motivazioni non siano in contrasto con le leggi repubblicane. Da alcuni anni il 40 per cento non vengono trascritte. Non c’è più automatismo ». Accusa Diego Sabatinelli, segretario della Lega per il divorzio breve e membro della direzione dei radicali italiani: «Se si incontra un buon avvocato, la Rota Romana può chiudere una causa anche in un anno e mezzo, massimo due. Così si discrimina il separato cattolico rispetto al separato normale. Ovviamente, è tutta una questione economica.
Sappiamo con assoluta precisione e documentazione di cause che costano anche 20.000 euro. Si paga e si va avanti». Circostanze duramente smentite dai duecento avvocati rotali iscritti allo speciale albo (per accedere occorre seguire tre anni di «Studio rotale» e laurearsi in diritto canonico). Dal 2004 esistono minimali e massimali rigidissimi per le parcelle: dai 1500 ai 2850 euro, più 500 di costi fissi. Non solo, ma secondo le statistiche del 1 gennaio 2008 il 65% delle cause hanno beneficiato del patrocinio gratuito. Dice l’avvocato Alessandro D’Avack: «La nostra clientela è mista, persone benestanti ma anche tanta povera gente che ha autentici problemi di coscienza. Qui si viene soprattutto per convinzione anche se statisticamente, vista la crisi della famiglia, siamo entrati in collisione con l’istituto del divorzio. In quanto ai compensi, le tariffe sono quelle. Spese a parte possono arrivare eventualmente per le definizioni patrimoniali ». Suggerimenti a chi vuole sciogliere il matrimonio religioso? «Dire sempre e comunque la verità. Inutile inventarsi favolette che non reggono in tribunale». Monsignor Giuseppe Sciacca, uno dei ventuno «Prelati Uditori» di nomina pontificia, cioè i veri giudici della Rota Romana, difende il lavoro dell’istituzione: «La vera pastoralità non è mera accondiscendenza a una semplice richiesta di nullità del matrimonio. Invece è un servizio di verità che è autentica carità e quindi giustizia: i fedeli hanno il preciso diritto di conoscere la realtà del proprio stato matrimoniale. Il giudizio del tribunale ecclesiastico ha un carattere dichiarativo e di accertamento sulla validità o meno del vincolo. La Rota Romana non può “annullare” alcun matrimonio ma solo accertarne la nullità o meno dopo un accurato procedimento giudiziario». Il richiamo del Papa per monsignor Sciacca va nella direzione corretta: «Una diga contro l’arbitrarietà, il personalismo e il relativismo». Forse per questo, Benedetto XVI, chiudendo il suo discorso si è augurato un «autentico rinnovamento di questa venerabile istituzione».
Paolo Conti (Corriere.it)
“Siamo nella fase del relativismo aggressivo”
Published February 25, 2008 Rassegna Stampa , Religion 0 Commentsdi Massimo Introvigne
Intervista al fondatore e direttore del CESNUR
ROMA, lunedì, 25 febbraio 2008 (ZENIT.org).- L’Europa sta vivendo una fase di “relativismo aggressivo”. A dirlo è il professor Massimo Introvigne, autore del volume “Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane” (Sugarco Edizioni www.sugarcoedizioni.it , 2008, 220 pagine, 16 euro).
“I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato”, afferma in questa intervista a ZENIT il dirigente di Alleanza Cattolica, fondatore e direttore del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni.
L’Europa è in crisi di identità?
Introvigne: Il Santo Padre in due occasioni - nel Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi del 22 dicembre 2006 e il 24 marzo 2007 in occasione del cinquantenario dei Trattati di Roma – ha usato un’espressione più forte, affermando che l’Europa “sembra volersi congedare dalla storia”.
“Congedarsi dalla storia” significa tirare il sipario, salutare gli spettatori e ammettere che la rappresentazione si è conclusa. È stata bella finché è durata, ma ora è finita. È possibile? Certamente: a differenza delle persone umane, le civiltà non hanno un’anima immortale. Cominciano e finiscono nella storia, e quella europea non fa eccezione. Sta succedendo? Molti politici lo negherebbero.
Tuttavia Benedetto XVI ha messo in luce tre aspetti – elencati come tali appunto nei due discorsi che ho citato – che corrispondono a dati di fatto che è molto difficile negare.
Il primo è l’”apostasia da se stessa” dell’Europa, il rifiuto di riconoscere le proprie radici – che sono tanto ovviamente cristiane da rendere qualunque discussione sul punto capziosa – e la propria storia, che porta poi a una debolezza e a una mancanza d’identità nei confronti di qualunque attacco o accadimento esterno. Che l’Europa non riesca a parlare con una voce sola lo vediamo ancora in questi giorni a proposito della questione del Kosovo.
Il secondo aspetto è la separazione delle leggi dalla morale. Non la semplice lontananza della politica, o di qualche uomo politico, dalla morale privata e pubblica, che non è un problema né recente né solo europeo, ma attraversa tutta la storia umana. No: si tratta della autonomia prima teorizzata e quindi poi fatalmente praticata delle leggi dalla morale. Dall’etica, non dalla religione, così che le critiche di “ingerenza” nei confronti della Chiesa non hanno a loro volta alcun senso, trattandosi qui della morale naturale e delle regole del gioco chiamato società – il Papa parla di “grammatica della vita sociale” – che non sono in quanto tali né cristiane né atee o buddhiste e che tutti dovrebbero condividere.
E questa grammatica della vita sociale non si rispetta?
Introvigne: Bene: oggi in Europa si afferma che queste regole del gioco non esistono, e che il legislatore deve limitarsi a fare il notaio e a formalizzare quanto già avviene nella società (o i media gli fanno credere che accada). Ci sono coppie omosessuali? Il legislatore ne prenda atto e le equipari alle famiglie. Ci sono musulmani che vivono in poligamia? Il legislatore li regolarizzi, o magari applichi la sharia come vorrebbe qualche personaggio europeo anche autorevole. Negli ospedali si pratica l’eutanasia? Lo Stato notaio la regoli per legge, com’è appena avvenuto in Lussemburgo.
Il terzo aspetto è la crisi demografica, il fatto drammatico che in Europa nascano sempre meno bambini: su questo punto i fatti si rifiutano ostinatamente di cooperare con le teorie di chi dice che l’Europa non è in crisi, e anche i risultati apparentemente in controtendenza di alcuni Paesi spesso derivano da semplici norme nuove sulla cittadinanza, che calcolano fra i nati cittadini anche i figli degli immigrati.
Laicismo aggressivo e anticristiano, relativismo… siamo in tempi oscuri?
Introvigne: Un intellettuale non cattolico, anzi comunista, come Antonio Gramsci diceva che quando c’è cattivo tempo si ha tendenza a prendersela con il barometro, mentre “abolito il barometro, non è con questo abolito il cattivo tempo”.
Oggi in Europa assistiamo a questo fenomeno: dal momento che Benedetto XVI è l’unico o quasi a denunciare la drammatica situazione di crisi sui tre aspetti cui ho fatto cenno – certo, forse anche perché non deve presentarsi a nessuna elezione, dove gli elettori di solito non premiamo gli annunciatori di cattive notizie – nell’immaginario di un certo laicismo europeo fa la fine del barometro di Gramsci.
Ma non è che impedendo di parlare al Papa – come è avvenuto a Roma all’Università La Sapienza – i problemi magicamente spariscano. Ci sono poi altri che pensano che quelli che il Papa denuncia come problemi siano in realtà risorse: che la crisi della famiglia tradizionale, l’aborto, l’eutanasia, la negazione del concetto di legge naturale, il multiculturalismo senza freni per cui non accettare di legalizzare la poligamia in una società dove ci sono molti musulmani è una forma di razzismo, siano tutti fenomeni positivi, da promuovere, che ci porteranno a una società con minori conflitti.
Per costoro il conflitto nasce dalla pretesa di chi crede che esista una verità; mentre dove si conviene che la verità non esiste il conflitto scompare.
Questa utopia è stata così spesso smentita dalla storia che sostenerla dovrebbe risultare ormai imbarazzante: ma non è così.
Dove le società sono complesse – e l’Europa di oggi lo è – non c’è scampo: o fra persone che hanno culture e religioni diverse si trova, appunto, una “grammatica della vita comune”, regole comuni che consentano di convivere – che possono soltanto derivare dalla ragione e da una legge naturale che la ragione può conoscere – o ci si riduce al conflitto di tutti contro tutti.
O le questioni conflittuali sono risolte con il richiamo a un diritto naturale valido per tutti o sono risolte a suon di violenza e di bombe.
Lei parla di diverse fasi di relativismo. Dove siamo oggi?
Introvigne: Siamo nella fase del relativismo aggressivo. Il vecchio relativista teorizzava, anche se non sempre praticava, la massima di Voltaire secondo cui “io non condivido la tua idea ma sono disposto a dare la vita perché tu possa sostenerla liberamente”.
Come sappiamo, Voltaire era il primo a non mettere in pratica questa massima quando si trattava della Chiesa cattolica.
Tuttavia c’erano, e ci sono ancora, dei vecchi volterriani che credono per davvero a quello che dicono e che, pur essendo personalmente relativisti, non chiedono allo Stato di punire chi non è relativista.
I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato, con conseguente repressione penale dei non relativisti. Un semplice esempio: i vecchi relativisti affermavano che “la camera da letto di un omosessuale è il suo castello” (adattando una vecchia massima inglese: il castello è il luogo dove neanche il re con le sue leggi può entrare), di cui
lo Stato non deve occuparsi, dove gli omosessuali non meno degli eterosessuali devono essere lasciati liberi di fare tutto quello che vogliono.
Il nuovo relativista pretende invece che lo Stato costruisca al gay le mura del castello e arresti chi si avvicina o anche semplicemente chi esprime opinioni critiche. È questo il senso delle leggi sull’omofobia, che non puniscono affatto chi malmena o insulta trivialmente gli omosessuali (per questo ci sono già naturalmente le leggi ordinarie) ma – secondo la formula della legge proposta dal Governo italiano ora dimissionario – reprimono chi esprima “giudizi di superiorità”, cioè consideri l’unione eterosessuale intrinsecamente superiore rispetto all’unione omosessuale, o pensi – come fa la Chiesa – che quest’ultima è intrinsecamente disordinata.
E allora, qual è il segreto dell’Europa?
Introvigne: Il segreto dell’Europa è la sua storia millenaria, in cui entrano certamente altre componenti – per esempio, è del tutto ineliminabile l’apporto delle comunità ebraiche – ma che nel suo percorso di fondo è cristiana. Per quanto ricoperti dai detriti di un enorme fuoco di sbarramento aperto dal laicismo e dal relativismo, i valori di questa storia sono ancora vivi e presenti.
Certo, lo sono di più in alcuni Paesi che in altri: per esempio, a proposito dell’Italia, Benedetto XVI ha detto al convegno ecclesiale di Verona, il 19 ottobre 2006, che “la Chiesa qui è una realtà molto viva, – e lo vediamo! – che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione” e che “le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti”.
Ora, si potrebbe dire che lo stesso Benedetto XVI da una parte parla di un’Europa “pronta a congedarsi dalla storia”, dall’altra vede (almeno in Italia, ma non si tratta certo dell’unico Paese per cui sia valgono considerazioni analoghe, sia il Papa le ha proposte nei suoi discorsi) “tradizioni cristiane ancora radicate”: non ci sarà forse una contraddizione? La risposta è no.
Il Papa parlando della crisi dell’Europa non ci convoca a un funerale, ma al capezzale di un malato. Un malato grave, cui è inutile nascondere la gravità della sua condizione. Ma un malato che ha ancora in sé – nascoste da qualche parte – le potenzialità per guarire.
Come il buon medico, Benedetto XVI – se da una parte non tace sui pericoli che il morbo possa diventare mortale – dall’altra scruta con attenzione e valorizza sistematicamente ogni piccolo miglioramento, ogni spunto di guarigione.
Se nel deserto ogni tanto spunta una piantina, non va sradicata ma coltivata perché diventi domani un albero e dopodomani un bosco. Ma per coltivare la piantina occorre irrigarla, e non basta l’entusiasmo: che pure, quando è rivolto al Papa, ai suoi interventi e ai suoi viaggi è sempre un buon punto di partenza. È necessaria l’acqua solida della dottrina e del magistero.
Il libro “Il segreto dell’Europa” nasce dall’esperienza di trentacinque anni di attività che ho svolto in Alleanza Cattolica, un’agenzia di laici cattolici che ha come scopo principale lo studio, la diffusione e l’applicazione dell’insegnamento del magistero pontificio.
Mai come in questi anni – e senza assolutamente disprezzare chi nella Chiesa ha altre vocazioni e opera con modalità diverse – l’opera di diffusione degli insegnamenti del Papa (penso per esempio al magnifico affresco della storia profana e della storia della salvezza nella “Spe salvi”, come sempre però scomparsa dal radar dei mezzi di comunicazione di massa dopo pochi giorni dalla pubblicazione) mi sembra indispensabile e urgente.
(fonte: ZENIT.ORG)
Il Papa ai Gesuiti: la Chiesa ha bisogno di voi e conta su di voi per portare il Vangelo dove altri non arrivano
Published February 23, 2008 Religion 0 CommentsTags: benedettoxvi, gesuiti, jesuits, nicolas
“Amare e servire” il Papa - come il tipico “quarto voto” li sprona a fare - e servire la Chiesa con lo slancio leggendario di tanti predecessori, da riscoprire oggi in un’epoca in cui il Vangelo trova ostacoli in un dilagante relativismo etico e nel materialismo pratico. E’ il grande impegno spirituale e apostolico che Benedetto XVI chiede alla Compagnia di Gesù: il Papa ne ha parlato durante l’udienza concessa questa mattina ai membri della 35.ma Congregazione generale, che un mese fa ha eletto il nuovo preposito, padre Adolfo Nicolás. Il servizio di Alessandro De Carolis:
Da una parte, c’è un mondo che è “teatro di una battaglia fra il bene e il male”, dove il male cova nell’individualismo di idee e azioni che relativizzano il sacro, si propaga attraverso la “confusione di messaggi”, che rendono difficile l’ascolto del Messaggio di Cristo, e ristagna in quelle “situazioni di ingiustizia” e di conflitto delle quali i primi a farne le spese sono i poveri. Dall’altra parte, c’è un Ordine religioso che in quasi cinquecento anni è stato capace di sfidare ogni avversità storica e culturale e di portare realmente il Vangelo ai confini del mondo, grazie all’intelligenza e all’abnegazione di persone che rispondono al nome di Francesco Saverio, Matteo Ricci o Roberto De Nobili, solo per citare i più noti. Questi esempi servono ancora oggi e Benedetto XVI ha chiesto alla Compagnia di Gesù di formare “persone di fede solida e profonda, di cultura seria e di genuina sensibilità umana e sociale”:
“Voglio oggi incoraggiare voi e i vostri confratelli a continuare sulla strada di questa missione, in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel contesto ecclesiale e sociale che caratterizza questo inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei Predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, conta su di voi, e continua a rivolgersi a voi con fiducia, in particolare per raggiungere quei luoghi fisici e spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad arrivare”.
Oggi, ha constatato il Papa, non sono tanto “i mari o le grandi distanze gli ostacoli che sfidano gli annunciatori del Vangelo, quanto le frontiere che, a seguito di una errata o superficiale visione di Dio e dell’uomo, vengono a frapporsi fra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la fede e l’impegno per la giustizia”. Su queste frontiere, ha rilanciato Benedetto XVI, i Gesuiti devono invece “testimoniare e aiutare a comprendere che vi è invece un’armonia profonda fra fede e ragione”, da tradursi - ha sollecitato - in una difesa di quei “punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare”. In sintesi, il matrimonio e la famiglia, la morale sessuale, la questione della salvezza di tutti gli uomini in Cristo:
“Proprio per questo vi ho invitato e vi invito anche oggi a riflettere per ritrovare il senso più pieno di quel vostro caratteristico ‘quarto voto’ di obbedienza al Successore di Pietro, che non comporta solo la prontezza ad essere inviati in missione in terre lontane, ma anche - nel più genuino spirito ignaziano del ‘sentire con la Chiesa e nella Chiesa’ - ad ‘amare e servire’ il Vicario di Cristo in terra con quella devozione ‘effettiva ed affettiva’ che deve fare di voi dei suoi preziosi e insostituibili collaboratori nel suo servizio per la Chiesa universale”.
Una fedeltà che poco prima, nel suo indirizzo di saluto al Pontefice, il neo preposito generale della Compagnia, padre Nicolás, aveva ribadito con estrema schiettezza:
“Ci rattrista, Padre Santo, che le inevitabili insufficienze e superficialità di alcuni tra noi vengano talvolta utilizzate per drammatizzare e rappresentare come conflitti e opposizioni quelle che spesso sono solo manifestazioni di limiti e imperfezioni umane, o inevitabili tensioni del vivere quotidiano. Ma tutto ciò non ci scoraggia, né attenua la nostra passione, non solo di servire la Chiesa, ma anche, con maggiore radicalità, secondo lo spirito e la tradizione ignaziana, di amare la Chiesa gerarchica e il Santo Padre, Vicario di Cristo”.
Benedetto XVI ha espresso apprezzamento per le opere di solidarietà cone le quali i Gesuiti - sulla scia, ha detto, di una “delle ultime lungimiranti intuizioni di di Padre Arrupe” - si sono messi a servizio dei rifugiati. Nel mettere in guardia a che tali opere “conservino sempre una chiara ed esplicita identità”, che non pregiudichi la bontà del lavoro apostolico, il Papa si è soffermato sul senso cristiano del servizio ai chi è nel bisogno:
“Per noi la scelta dei poveri non è ideologica, ma nasce dal Vangelo. Innumerevoli e drammatiche sono le situazioni di ingiustizia e di povertà nel mondo di oggi, e se bisogna impegnarsi a comprenderne e a combatterne la cause strutturali, occorre anche saper scendere a combattere fin nel cuore stesso dell’uomo le radici profonde del male, il peccato che lo separa da Dio, senza dimenticare di venire incontro ai bisogni più urgenti nello spirito della carità di Cristo”.
La conclusione dell’ampio discorso è stata riservata da Benedetto XVI all’importanza degli esercizi spirituali, da poco celebrati in Vaticano e pratica fondamentale nell’ascetica di Sant’Ignazio di Loyola. Sono uno “strumento prezioso ed efficace”, ha riconosciuto il Papa, per distinguere la voce di Dio nel rapido e spesso caotico mutare degli eventi e dei messaggi odierni. Quindi, Benedetto XVI ha concluso con la preghiera composta dal fondatore dei Gesuiti e definita “troppo grande” al punto che, ha ammesso il Pontefice, “quasi non oso dirla”: “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridòno; tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia; questo mi basta”.
(fonte: Radio Vaticana)
«Negare la famiglia minaccia la pace»
Published January 1, 2008 Rassegna Stampa , Religion 0 CommentsBenedetto XVI: «Il matrimonio tra un uomo e una donna è culla della vita e dell’amore».
ROMA - Per il Papa, negare la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna minaccia la pace mondiale: è quanto sostiene Benedetto XVI, che in occasione della messa di inizio anno nella basilica di San Pietro ha riproposto il suo recente messaggio per la pace: «Quest’anno, nel messaggio per l’odierna Giornata mondiale della pace - ha detto Benedetto XVI - ho voluto porre in luce lo stretto rapporto che esiste tra la famiglia e la costruzione della pace nel mondo. La famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna - ha detto Ratzinger durante l’omelia - è culla della vita e dell’amore e la prima e insostituibile educatrice alla pace».
VERITA’ DELL’UOMO - Proprio per questo, la famiglia - secondo Papa Ratzinger - è «la principale agenzia di pace» e «la negazione o anche la restrizione dei diritti della famiglia, oscurando la verità dell’uomo, minaccia gli stessi fondamenti della pace». Poiché poi l’umanità è una «grande famiglia», se vuole vivere in pace «non può non ispirarsi a quei valori sui quali si fonda e si regge la comunità familiare».
IL COLLE - Al richiamo del Papa sulla famiglia risponde a distanza il presidente Napolitano ribadendo che la Costituzione italiana riconosce «pienamente» la famiglia che rappresenta la prima cellula della «società naturale». Il presidente della Repubblica lo scrive nel messaggio inviato a Benedetto XVI in occasione della Giornata mondiale della pace. L’Italia è impegnata per la pace e «anche quale membro fondatore dell’Unione europea - scrive il presidente - è sempre stata in prima linea, promuovendo l’adozione di adeguati strumenti internazionali in materia e partecipando attivamente alla crescita sociale ed economica dei Paesi meno avanzati». «Al centro di tale azione vi è l’Uomo, la sua dignità, il suo diritto ad esistere e coesistere - aggiunge Napolitano - attraverso la valorizzazione della “società naturale” costituita dalla famiglia, cui ella si riferisce e la cui rilevanza è pienamente riconosciuta in Italia dalla Costituzione repubblicana».
BAGNASCO: FATE FIGLI - Anche il cardinale Angelo Bagnasco è intervenuto sullo stesso tema. «Ai giovani, da questo pulpito di fine anno, dico con stima e affetto di non avere paura - ha esordito il presidente della Cei - cari amici non abbiate timore di farvi la vostra famiglia, di affrontare la vita a due nel vincolo pubblico del matrimonio». «Se siete cattolici - ha continuato - sapete che il matrimonio è un Sacramento, cioè una realtà nuova dove Cristo ha legato la sua presenza d’amore, un amore grande che eleverà e sosterrà il vostro amore di coppia. Non temete la responsabilità dei figli: è una grande responsabilità, certo, ma la gioia che ne deriva e la pienezza della vostra vita sono impagabili».
Un dettaglio inquietante nella nuova enciclica
Published December 10, 2007 Rassegna Stampa , Religion 0 Commentsdi Antonio Socci - Da “Libero, 8 dicembre 2007″
C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi”: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.
Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalititca che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità teniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.
Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.
“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.
In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.
Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.
Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.
La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso - il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.
PAPA: SCIENZA NON BASTA, MONDO HA BISOGNO DRAMMATICO DI DIO
Published December 2, 2007 Religion 0 Comments
CITTA’ DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI, durante la preghiera dell’Angelus a piazza San Pietro, ha rilanciato il significato piu’ profondo della sua nuova enciclica sulla speranza: il mondo ha un bisogno ”drammatico” di Dio, la scienza non e’ in grado ”di redimere l’umanita”’, ed anzi ha ”confinato la fede in una sfera individuale”.
Prima di affacciarsi alle 12:00 dalla finestra del suo appartamento, il pontefice si era recato, in prima mattinata, all’ospedale ”San Giovanni Battista” alla Magliana, dove aveva celebrato la messa tra malati colpiti da ictus o usciti da un coma. Un incontro intenso e commovente. ”Gli ospedali e le case di cura, proprio perche’ abitati da persone provate dal dolore, possono diventare luoghi privilegiati dove testimoniare l’amore cristiano che alimenta la speranza e suscita propositi di fraterna solidarieta”’, aveva detto.
Della speranza e’ poi tornato a parlare davanti ai fedeli convenuti, nonostante il maltempo, nella piazza vaticana per la tradizionale preghiera di mezzogiorno. ”La parola speranza - ha detto - e’ strettamente connessa con la parola fede”. ”Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre piu’ la fede e la speranza nella sfera individuale cosi’ che - ha spiegato - oggi appare in modo evidente e drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio - del vero Dio! - altrimenti restano privi di speranza”.
”La scienza - ha continuato papa Ratzinger - contribuisce molto al bene dell’umanita’, ma non e’ in grado di redimerla”. ”L’uomo - ha detto - viene redento dall’amore, che rende nuova e bella la vita personale e sociale”. ”La storia - ha anche osservato - muta e chiede di essere costantemente evangelizzata: ha bisogno di essere rinnovata dall’interno e l’unica vera novita’ e’ Cristo”. Temi trattati ampiamente nell’enciclica ‘Spe Salvi” (la speranza ci rende salvi), firmata da Benedetto XVI e presentata al grande pubblico lo scorso 30 novembre.
Il Papa ha pero’ voluti riproporli la prima domenica dell’Avvento, inizio del calendario liturgico, perche’ siano motivo di riflessione per i cattolici nel prossimo periodo natalizio. Anche ai malati, ai familiari, al personale medico e infermieristico del San Giovanni Battista, papa Ratzinger aveva consegnato la sua enciclica. ”In ogni malato, chiunque esso sia, sappiate riconoscere e servire Cristo stesso; fategli percepire, con i vostri gesti e le vostre parole, i segni del suo amore misericordioso”, aveva esortato durante la messa celebrata in un padiglione del nosocomio.
L’ospedale di proprieta’ del Sovrano Ordine di Malta, si trova alla periferia ovest di Roma, ed e’ specializzato nel recupero e nella riabilitazione di persone cerebrolese. Il senso della sofferenza era percepibile nella cappella improvvisata, una struttura luminosa, con ampie finestre ad arco, la moquette blu sul pavimento. Il Papa, vestito con la tradizionale casula viola del Tempo liturgico dell’Avvento, aveva dato personalmente l’ostia della comunione a ciascuno dei pazienti, portati davanti a lui sulle sedie a rotelle. Poi, dopo il rito religioso, Ratzinger si era recato, in forma assolutamente privata, a visitare gli ospiti piu’ gravi del Reparto Unita’ di Risveglio: ”momenti struggenti” hanno riferito poi alcuni familiari dei malati, in tutto una quindicina, tra cui una ragazza vittima di un incidente stradale e un anziano colpito da un ictus.
(ANSA.it)
“Spe salvi”, una enciclica per donare speranza all’umanità
Published November 30, 2007 Religion 0 CommentsBenedetto XVI: la vita “non finisce nel vuoto”
CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 30 novembre 2007 (ZENIT.org).- Questo venerdì è stata presentata l’enciclica di Benedetto XVI, dal titolo “Spe salvi” (”Salvati nella speranza”) con la quale il Santo Padre ha voluto offrire all’umanità, speso disillusa, la dimensione della speranza offerta da Cristo.
Il documento, di circa 80 pagine, diviso in otto parti, è stato firmato dal Papa questo venerdì nella Biblioteca del Palazzo Apostolico, ed è indirizzato ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici.
Comincia con un passaggio della Lettera dell’apostolo San Paolo ai Romani “nella speranza siamo stati salvati” (8, 24) e sottolina come “elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro”: la loro vita “non finisce nel vuoto” (n. 2)
“Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza”, dichiara nel numero 3 della enciclica, la seconda del Papa, dopo la “Deus Caritas est” (“Dio è amore”), publicata a gennaio del 2006.
Il Papa spiega la speranza cristiana presentando l’esempio della schiava sudanese santa Giuseppina Bakhita, nata nel 1869 in Darfur, che diceva “io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore” (3).
Nel testo si afferma inoltre che Gesù non ha portato “un messaggio sociale-rivoluzionario” come Spartaco, e che “non era un combattente per una liberazione politica”; ma che ha portato “l’incontro con il Dio vivente”, “l’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo” (4).
Cristo ci rende veramente liberi: “Non siamo schiavi dell’universo” e delle “leggi della materia e dell’evoluzione”.
“Non sono gli elementi del cosmo … che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo”, continua il Papa. Siamo liberi perché “il cielo non è vuoto”, perché il Signore dell’universo è Dio che “in Gesù si è rivelato come Amore” (5).
Cristo “ci dice chi in realtà è l’uomo e che cosa egli deve fare per essere veramente uomo”. “Egli indica anche la via oltre la morte” (6).
Per questo motivo, per il Papa è molto chiaro che la vera speranza non è qualcosa ma Qualcuno: non è fondata su cose che passano e ci possono essere tolte, ma su Dio che si dona per sempre (8).
In questo senso, aggiunge, “l’attuale crisi della fede è soprattutto una crisi della speranza cristiana”.
Il documento papale mostra inoltre le illusioni che hanno reso schiava l’umanità come per esempio il marxismo che “ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà”. “Credeva che una volta messa a posto l’economia tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo” (20-21).
Il mito del progresso è un’altra delusione analizzata, così come succede a quanti credono che l’uomo possa essere redento mediante la scienza. La scienza “può anche distruggere l’uomo e il mondo”. “Non è la scienza che redime l’uomo”. (24-26)
Il Papa indica poi quattro luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza.
Il primo è la preghiera: “Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora”. Il Pontefice ricorda quindi la testimonianza del Cardinale vietnamita François Xavier Nguyen van Thuân, per 13 anni in carcere, di cui 9 in isolamento: “In una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza” (32-34).
Un altro luogo è l’agire. “La speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo” affinché “il mondo diventi un po’ più luminoso e umano” (35).
La sofferenza è l’altro luogo di apprendimento della speranza: “Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza”, tuttavia “non è la fuga davanti al dolore che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore” (36-39).
L’ultimo luogo di apprendimento della speranza è il Giudizio di Dio. “La fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza”: “esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la ‘revoca’ della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto” (41-47).
In questo senso Benedetto XVI riconosce che l’ateismo del XIX e del XX secolo è “una protesta contre le ingiustizie del mondo” che diventa “protesta contro Dio”.
Tuttavia, spiega, “se di fronte alla sofferenza di questo mondo la protesta contro Dio è comprensibile, la pretesa che l’umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio fa né è in grado di fare, è presuntuosa ed intrinsecamente non vera. Che da tale premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia non è un caso ma è fondato nella falsità intrinseca di questa pretesa” (42).
“La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me”, indica. “Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso?”, afferma il Papa, ma “che cosa posso fare perché altri vengano salvati?” (48).
L’enciclica conclude presentando Maria come “stella della speranza”: “Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te – invoca –. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!” (49-50).
L’enciclica è stata presentata questo venerdì dal Cardinale Georges Cottier O.P, teologo emerito della Casa Pontificia, e da padre Albert Vanhoye S.I., professore di esegesi del Nuovo Testamento al Pontificio Instituto Biblico.
Padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che l’enciclica è stata scritta totalmente dal Papa e non ha scartato la possibilità che dopo i due precedenti documenti sull’amore e sulla speranza ne possa seguire un altro sulla fede.
La cerimonia di nomina dei nuovi porporati. Presenti mgliaia di persone. Per la prima volta un cardinale iracheno
CITTA’ DEL VATICANO - Cardinali, arcivescovi, vescovi, religiosi e sacerdoti di tutto il mondo. Ma anche autorità politiche: un parterre davvero d’eccezione quello che oggi e domani affollano San Pietro per il Concistoro, durante il quale il Papa officierà le procedure per la nomina di 23 nuovi cardinali
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| Papa Benedetto XVI con il neo cardinale Paul Josef Cordes (Ap) |
I NUOVI PORPORATI - La cerimonia di investitura dei nuovi porporati si è svolta a partire dalle 10,30 nel piazzale della Basilica di San Pietro. Nel pomeriggio sono invece previste le «visite di cortesia» ai novelli cardinali che solo domenica riceveranno i simboli della loro nuova missione, ovvero gli anelli cardinalizi. E domenica mattina concelebreranno con il pontefice la loro prima messa «in rosso».
LA PRIMA VOLTA DI UN IRACHENO - Per la prima volta nella storia della Chiesa, un Patriarca caldeo di Baghdad viene creato cardinale. Tra i 23 nuovi cardinali c’è infatti il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Emmanuel III Delly. Un gesto di stima e attenzione da parte del pontefice verso la Chiesa e il Paese iracheno. Un segnale che è stato accolto positivamente anche dalle autorità locali. Tanto che al Concistoro partecipa una delegazione di alto livello proveniente dall’Iraq con il vice di Talabani, lo sciita Adel Abdel Mehdi.
«SIATE FORTI» - «Siate pronti a comportarvi con fortezza fino all’effusione del sangue» ha esortato papa Ratzinger imponendo la berretta rossa ai nuovi cardinali, che prima avevano fatto professione e giuramento di fede e obbedienza. «A lode di Dio onnipotente e a decoro della Sede Apostolica - ha detto Benedetto XVI, recitando la formula tradizionale in latino - ricevete la berretta rossa come segno della dignità del Cardinalato, a significare che dovete essere pronti a comportarvi con fortezza, fino alla effusione del sangue, per l’incremento della fede cristiana, per la pace e la tranquillità del popolo di Dio e per la libertà e la diffusione della Santa Romana Chiesa».
LA MITRIA DI PIO IX - Per l’occasione il Papa ha scelto di indossare paramenti di grande solennità e valore storico. Il Pontefice si è presentato con una mitria (detta anche mitra) - il tradizionale copricapo da cerimonia riservato alle più alte cariche ecclesiastiche - appartenuta a papa Pio IX. Il piviale in seta dorata, con lo stolone riportato, appartiene invece a un paramento più antico (forse del secolo XV), con immagini relative a vite dei Santi tra cui Pietro e Paolo, ed è stato usato in precedenza da Giovanni Paolo II.
FOLLA E DELEGAZIONI - Migliaia di fedeli hanno già chiesto i biglietti alla Prefettura della Casa Pontificia che, al momento, non è in grado nemmeno di dire quanti pellegrini affolleranno la piazza vaticana, perchè «le richieste sono continue ed elevate», rispondono dalla Prefettura. Dodici le delegazioni ufficiali. A guidare quella in rappresentanza del governo italiano c’è il vicepremier Francesco Rutelli. Oggi, a rendere omaggio a monsignor Bagnasco (per anni ordinario militare), uno dei nuovi cardinali, sono intervenuti anche i ministri della Difesa, Arturo Parisi, e della Giustizia, Clemente Mastella.
Chi sono i 23 nuovi cardinali della Chiesa
CITTA’ DEL VATICANO - Lunghi e calorosi applausi sono stati concessi dai fedeli ai 23 neo-cardinali. All’inizio della solenne celebrazione del Concistoro, infatti, il Papa ha elencato ciascun neo-porporato, assegnando loro i titoli o la diaconia. Applausi scroscianti hanno accompagnato l’annuncio del Pontefice.
LE NOMINE - Ecco le sedi assegnate da Benedetto XVI a ciascun cardinale. Leonardo Sandri, diaconia dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari, John Patrick Foley, diaconia di San Sebastiano al Palatino, Giovanni Lajolo, diaconia di Santa Maria Liberatrice a Monte Testaccio, Paul Josef Cordes, diaconia di San Lorenzo in Piscibus, Angelo Comastri, diaconia di San Salvatore in Lauro, Stanislaw Riylko, diaconia del Sacro Cuore di Cristo Re, Raffaele Farina, diaconia di San Giovanni della Pigna, Agustín García-Gasco Vicente, titolo di San Marcello, Sean Baptist Brady, titolo dei Santi Quirico e Giulitta, Lluis Martinez Sistach, titolo di San Sebastiano alle Catacombe, Andrè Vingt-Trois, titolo di San Luigi dei Francesi, Angelo Bagnasco, titolo della Gran Madre di Dio, Théodore-Adrien Sarr, titolo di Santa Lucia a Piazza d’Armi, Oswald Gracias, titolo di San Paolo della Croce a ’Corviale’, Francisco Robles Ortega, titolo di Santa Maria della Presentazione, Daniel Dinardo, titolo di Sant’Eusebio, Odilo Pedro Scherer, titolo di Sant’Andrea al Quirinale, John Njue, titolo del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, Giovanni Coppa, diaconia di San Lino, Estanislao Esteban Karlic, titolo della Beata Vergine Maria Addolorata a Piazza Buenos Aires, Urbano Navarrette, diaconia di San Ponziano, Umberto Betti, diaconia dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia.

