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«Negare la famiglia minaccia la pace»

Benedetto XVI: «Il matrimonio tra un uomo e una donna è culla della vita e dell’amore».

ROMA - Per il Papa, negare la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna minaccia la pace mondiale: è quanto sostiene Benedetto XVI, che in occasione della messa di inizio anno nella basilica di San Pietro ha riproposto il suo recente messaggio per la pace: «Quest’anno, nel messaggio per l’odierna Giornata mondiale della pace - ha detto Benedetto XVI - ho voluto porre in luce lo stretto rapporto che esiste tra la famiglia e la costruzione della pace nel mondo. La famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna - ha detto Ratzinger durante l’omelia - è culla della vita e dell’amore e la prima e insostituibile educatrice alla pace».

VERITA’ DELL’UOMO - Proprio per questo, la famiglia - secondo Papa Ratzinger - è «la principale agenzia di pace» e «la negazione o anche la restrizione dei diritti della famiglia, oscurando la verità dell’uomo, minaccia gli stessi fondamenti della pace». Poiché poi l’umanità è una «grande famiglia», se vuole vivere in pace «non può non ispirarsi a quei valori sui quali si fonda e si regge la comunità familiare».

IL COLLE - Al richiamo del Papa sulla famiglia risponde a distanza il presidente Napolitano ribadendo che la Costituzione italiana riconosce «pienamente» la famiglia che rappresenta la prima cellula della «società naturale». Il presidente della Repubblica lo scrive nel messaggio inviato a Benedetto XVI in occasione della Giornata mondiale della pace. L’Italia è impegnata per la pace e «anche quale membro fondatore dell’Unione europea - scrive il presidente - è sempre stata in prima linea, promuovendo l’adozione di adeguati strumenti internazionali in materia e partecipando attivamente alla crescita sociale ed economica dei Paesi meno avanzati». «Al centro di tale azione vi è l’Uomo, la sua dignità, il suo diritto ad esistere e coesistere - aggiunge Napolitano - attraverso la valorizzazione della “società naturale” costituita dalla famiglia, cui ella si riferisce e la cui rilevanza è pienamente riconosciuta in Italia dalla Costituzione repubblicana».

BAGNASCO: FATE FIGLI - Anche il cardinale Angelo Bagnasco è intervenuto sullo stesso tema. «Ai giovani, da questo pulpito di fine anno, dico con stima e affetto di non avere paura - ha esordito il presidente della Cei - cari amici non abbiate timore di farvi la vostra famiglia, di affrontare la vita a due nel vincolo pubblico del matrimonio». «Se siete cattolici - ha continuato - sapete che il matrimonio è un Sacramento, cioè una realtà nuova dove Cristo ha legato la sua presenza d’amore, un amore grande che eleverà e sosterrà il vostro amore di coppia. Non temete la responsabilità dei figli: è una grande responsabilità, certo, ma la gioia che ne deriva e la pienezza della vostra vita sono impagabili».

(Corriere.it)

Un dettaglio inquietante nella nuova enciclica

di Antonio Socci - Da “Libero, 8 dicembre 2007″

C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi”: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.

Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalititca che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità teniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.

Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.

“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.

In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.

Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.

Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.

La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso - il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.

PAPA: SCIENZA NON BASTA, MONDO HA BISOGNO DRAMMATICO DI DIO

 CITTA’ DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI,  durante la preghiera dell’Angelus a piazza San Pietro, ha rilanciato il significato piu’ profondo della sua nuova enciclica sulla speranza: il mondo ha un bisogno ”drammatico” di Dio, la scienza non e’ in grado ”di redimere l’umanita”’, ed anzi ha ”confinato la fede in una sfera individuale”.

Prima di affacciarsi alle 12:00 dalla finestra del suo appartamento, il pontefice si era recato, in prima mattinata, all’ospedale ”San Giovanni Battista” alla Magliana, dove aveva celebrato la messa tra malati colpiti da ictus o usciti da un coma. Un incontro intenso e commovente. ”Gli ospedali e le case di cura, proprio perche’ abitati da persone provate dal dolore, possono diventare luoghi privilegiati dove testimoniare l’amore cristiano che alimenta la speranza e suscita propositi di fraterna solidarieta”’, aveva detto.

Della speranza e’ poi tornato a parlare davanti ai fedeli convenuti, nonostante il maltempo, nella piazza vaticana per la tradizionale preghiera di mezzogiorno. ”La parola speranza - ha detto - e’ strettamente connessa con la parola fede”. ”Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre piu’ la fede e la speranza nella sfera individuale cosi’ che - ha spiegato - oggi appare in modo evidente e drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio - del vero Dio! - altrimenti restano privi di speranza”.

”La scienza - ha continuato papa Ratzinger - contribuisce molto al bene dell’umanita’, ma non e’ in grado di redimerla”. ”L’uomo - ha detto - viene redento dall’amore, che rende nuova e bella la vita personale e sociale”. ”La storia - ha anche osservato - muta e chiede di essere costantemente evangelizzata: ha bisogno di essere rinnovata dall’interno e l’unica vera novita’ e’ Cristo”. Temi trattati ampiamente nell’enciclica ‘Spe Salvi” (la speranza ci rende salvi), firmata da Benedetto XVI e presentata al grande pubblico lo scorso 30 novembre.

Il Papa ha pero’ voluti riproporli la prima domenica dell’Avvento, inizio del calendario liturgico, perche’ siano motivo di riflessione per i cattolici nel prossimo periodo natalizio. Anche ai malati, ai familiari, al personale medico e infermieristico del San Giovanni Battista, papa Ratzinger aveva consegnato la sua enciclica. ”In ogni malato, chiunque esso sia, sappiate riconoscere e servire Cristo stesso; fategli percepire, con i vostri gesti e le vostre parole, i segni del suo amore misericordioso”, aveva esortato durante la messa celebrata in un padiglione del nosocomio.

L’ospedale di proprieta’ del Sovrano Ordine di Malta, si trova alla periferia ovest di Roma, ed e’ specializzato nel recupero e nella riabilitazione di persone cerebrolese. Il senso della sofferenza era percepibile nella cappella improvvisata, una struttura luminosa, con ampie finestre ad arco, la moquette blu sul pavimento. Il Papa, vestito con la tradizionale casula viola del Tempo liturgico dell’Avvento, aveva dato personalmente l’ostia della comunione a ciascuno dei pazienti, portati davanti a lui sulle sedie a rotelle. Poi, dopo il rito religioso, Ratzinger si era recato, in forma assolutamente privata, a visitare gli ospiti piu’ gravi del Reparto Unita’ di Risveglio: ”momenti struggenti” hanno riferito poi alcuni familiari dei malati, in tutto una quindicina, tra cui una ragazza vittima di un incidente stradale e un anziano colpito da un ictus.

(ANSA.it)

“Spe salvi”, una enciclica per donare speranza all’umanità

Benedetto XVI: la vita “non finisce nel vuoto”

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 30 novembre 2007 (ZENIT.org).- Questo venerdì è stata presentata l’enciclica di Benedetto XVI, dal titolo “Spe salvi” (”Salvati nella speranza”) con la quale il Santo Padre ha voluto offrire all’umanità, speso disillusa, la dimensione della speranza offerta da Cristo.

Il documento, di circa 80 pagine, diviso in otto parti, è stato firmato dal Papa questo venerdì nella Biblioteca del Palazzo Apostolico, ed è indirizzato ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici.

Comincia con un passaggio della Lettera dell’apostolo San Paolo ai Romani “nella speranza siamo stati salvati” (8, 24) e sottolina come “elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro”: la loro vita “non finisce nel vuoto” (n. 2)

“Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza”, dichiara nel numero 3 della enciclica, la seconda del Papa, dopo la “Deus Caritas est” (“Dio è amore”), publicata a gennaio del 2006.

Il Papa spiega la speranza cristiana presentando l’esempio della schiava sudanese santa Giuseppina Bakhita, nata nel 1869 in Darfur, che diceva “io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore” (3).

Nel testo si afferma inoltre che Gesù non ha portato “un messaggio sociale-rivoluzionario” come Spartaco, e che “non era un combattente per una liberazione politica”; ma che ha portato “l’incontro con il Dio vivente”, “l’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo” (4).

Cristo ci rende veramente liberi: “Non siamo schiavi dell’universo” e delle “leggi della materia e dell’evoluzione”.

“Non sono gli elementi del cosmo … che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo”, continua il Papa. Siamo liberi perché “il cielo non è vuoto”, perché il Signore dell’universo è Dio che “in Gesù si è rivelato come Amore” (5).

Cristo “ci dice chi in realtà è l’uomo e che cosa egli deve fare per essere veramente uomo”. “Egli indica anche la via oltre la morte” (6).

Per questo motivo, per il Papa è molto chiaro che la vera speranza non è qualcosa ma Qualcuno: non è fondata su cose che passano e ci possono essere tolte, ma su Dio che si dona per sempre (8).

In questo senso, aggiunge, “l’attuale crisi della fede è soprattutto una crisi della speranza cristiana”.

Il documento papale mostra inoltre le illusioni che hanno reso schiava l’umanità come per esempio il marxismo che “ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà”. “Credeva che una volta messa a posto l’economia tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo” (20-21).

Il mito del progresso è un’altra delusione analizzata, così come succede a quanti credono che l’uomo possa essere redento mediante la scienza. La scienza “può anche distruggere l’uomo e il mondo”. “Non è la scienza che redime l’uomo”. (24-26)

Il Papa indica poi quattro luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza.

Il primo è la preghiera: “Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora”. Il Pontefice ricorda quindi la testimonianza del Cardinale vietnamita François Xavier Nguyen van Thuân, per 13 anni in carcere, di cui 9 in isolamento: “In una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza” (32-34).

Un altro luogo è l’agire. “La speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo” affinché “il mondo diventi un po’ più luminoso e umano” (35).

La sofferenza è l’altro luogo di apprendimento della speranza: “Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza”, tuttavia “non è la fuga davanti al dolore che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore” (36-39).

L’ultimo luogo di apprendimento della speranza è il Giudizio di Dio. “La fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza”: “esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la ‘revoca’ della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto” (41-47).

In questo senso Benedetto XVI riconosce che l’ateismo del XIX e del XX secolo è “una protesta contre le ingiustizie del mondo” che diventa “protesta contro Dio”.

Tuttavia, spiega, “se di fronte alla sofferenza di questo mondo la protesta contro Dio è comprensibile, la pretesa che l’umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio fa né è in grado di fare, è presuntuosa ed intrinsecamente non vera. Che da tale premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia non è un caso ma è fondato nella falsità intrinseca di questa pretesa” (42).

“La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me”, indica. “Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso?”, afferma il Papa, ma “che cosa posso fare perché altri vengano salvati?” (48).

L’enciclica conclude presentando Maria come “stella della speranza”: “Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te – invoca –. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!” (49-50).

L’enciclica è stata presentata questo venerdì dal Cardinale Georges Cottier O.P, teologo emerito della Casa Pontificia, e da padre Albert Vanhoye S.I., professore di esegesi del Nuovo Testamento al Pontificio Instituto Biblico.

Padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che l’enciclica è stata scritta totalmente dal Papa e non ha scartato la possibilità che dopo i due precedenti documenti sull’amore e sulla speranza ne possa seguire un altro sulla fede.

Concistoro in Vaticano, 23 nuovi cardinali

La cerimonia di nomina dei nuovi porporati. Presenti mgliaia di persone. Per la prima volta un cardinale iracheno

CITTA’ DEL VATICANO - Cardinali, arcivescovi, vescovi, religiosi e sacerdoti di tutto il mondo. Ma anche autorità politiche: un parterre davvero d’eccezione quello che oggi e domani affollano San Pietro per il Concistoro, durante il quale il Papa officierà le procedure per la nomina di 23 nuovi cardinali 

Papa Benedetto XVI con il neo cardinale Paul Josef Cordes (Ap)

I NUOVI PORPORATI - La cerimonia di investitura dei nuovi porporati si è svolta a partire dalle 10,30 nel piazzale della Basilica di San Pietro. Nel pomeriggio sono invece previste le «visite di cortesia» ai novelli cardinali che solo domenica riceveranno i simboli della loro nuova missione, ovvero gli anelli cardinalizi. E domenica mattina concelebreranno con il pontefice la loro prima messa «in rosso».

LA PRIMA VOLTA DI UN IRACHENO - Per la prima volta nella storia della Chiesa, un Patriarca caldeo di Baghdad viene creato cardinale. Tra i 23 nuovi cardinali c’è infatti il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Emmanuel III Delly. Un gesto di stima e attenzione da parte del pontefice verso la Chiesa e il Paese iracheno. Un segnale che è stato accolto positivamente anche dalle autorità locali. Tanto che al Concistoro partecipa una delegazione di alto livello proveniente dall’Iraq con il vice di Talabani, lo sciita Adel Abdel Mehdi.

«SIATE FORTI» - «Siate pronti a comportarvi con fortezza fino all’effusione del sangue» ha esortato papa Ratzinger imponendo la berretta rossa ai nuovi cardinali, che prima avevano fatto professione e giuramento di fede e obbedienza. «A lode di Dio onnipotente e a decoro della Sede Apostolica - ha detto Benedetto XVI, recitando la formula tradizionale in latino - ricevete la berretta rossa come segno della dignità del Cardinalato, a significare che dovete essere pronti a comportarvi con fortezza, fino alla effusione del sangue, per l’incremento della fede cristiana, per la pace e la tranquillità del popolo di Dio e per la libertà e la diffusione della Santa Romana Chiesa».

LA MITRIA DI PIO IX - Per l’occasione il Papa ha scelto di indossare paramenti di grande solennità e valore storico. Il Pontefice si è presentato con una mitria (detta anche mitra) - il tradizionale copricapo da cerimonia riservato alle più alte cariche ecclesiastiche - appartenuta a papa Pio IX. Il piviale in seta dorata, con lo stolone riportato, appartiene invece a un paramento più antico (forse del secolo XV), con immagini relative a vite dei Santi tra cui Pietro e Paolo, ed è stato usato in precedenza da Giovanni Paolo II.

FOLLA E DELEGAZIONI - Migliaia di fedeli hanno già chiesto i biglietti alla Prefettura della Casa Pontificia che, al momento, non è in grado nemmeno di dire quanti pellegrini affolleranno la piazza vaticana, perchè «le richieste sono continue ed elevate», rispondono dalla Prefettura. Dodici le delegazioni ufficiali. A guidare quella in rappresentanza del governo italiano c’è il vicepremier Francesco Rutelli. Oggi, a rendere omaggio a monsignor Bagnasco (per anni ordinario militare), uno dei nuovi cardinali, sono intervenuti anche i ministri della Difesa, Arturo Parisi, e della Giustizia, Clemente Mastella.

Chi sono i 23 nuovi cardinali della Chiesa

CITTA’ DEL VATICANO - Lunghi e calorosi applausi sono stati concessi dai fedeli ai 23 neo-cardinali. All’inizio della solenne celebrazione del Concistoro, infatti, il Papa ha elencato ciascun neo-porporato, assegnando loro i titoli o la diaconia. Applausi scroscianti hanno accompagnato l’annuncio del Pontefice.

LE NOMINE - Ecco le sedi assegnate da Benedetto XVI a ciascun cardinale. Leonardo Sandri, diaconia dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari, John Patrick Foley, diaconia di San Sebastiano al Palatino, Giovanni Lajolo, diaconia di Santa Maria Liberatrice a Monte Testaccio, Paul Josef Cordes, diaconia di San Lorenzo in Piscibus, Angelo Comastri, diaconia di San Salvatore in Lauro, Stanislaw Riylko, diaconia del Sacro Cuore di Cristo Re, Raffaele Farina, diaconia di San Giovanni della Pigna, Agustín García-Gasco Vicente, titolo di San Marcello, Sean Baptist Brady, titolo dei Santi Quirico e Giulitta, Lluis Martinez Sistach, titolo di San Sebastiano alle Catacombe, Andrè Vingt-Trois, titolo di San Luigi dei Francesi, Angelo Bagnasco, titolo della Gran Madre di Dio, Théodore-Adrien Sarr, titolo di Santa Lucia a Piazza d’Armi, Oswald Gracias, titolo di San Paolo della Croce a ’Corviale’, Francisco Robles Ortega, titolo di Santa Maria della Presentazione, Daniel Dinardo, titolo di Sant’Eusebio, Odilo Pedro Scherer, titolo di Sant’Andrea al Quirinale, John Njue, titolo del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, Giovanni Coppa, diaconia di San Lino, Estanislao Esteban Karlic, titolo della Beata Vergine Maria Addolorata a Piazza Buenos Aires, Urbano Navarrette, diaconia di San Ponziano, Umberto Betti, diaconia dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia.

IL CARISMA DEL PAPA, LE PAURE DEL CORRIERE

Sulla prima pagina del Corriere della Sera di venerdì 26 ottobre 2007, Sergio Romano si chiede nell’editoriale (”Il carisma e le paure”) il motivo della crescente popolarità di Benedetto XVI, tanto più evidente quando si consideri che è “molto meno esuberante e carismatico del suo predecessore”. Romano intanto inserisce il caso Benedetto XVI all’interno di un revival religioso mondiale, in cui trovano posto i monaci buddhisti della Birmania, la religiosità islamica, i funerali religiosi di Eltsin, la pressione politica degli evangelici americani. Quindi spiega che l’uomo moderno è attraversato da una serie di paure (economica per via della precarietà, ambientale per via delle catastrofi climatiche, etica per via delle nuove leggi morali e scoperte scientifiche sull’uomo) e le religioni danno a questo una risposta chiara e netta, senza dubbi. Benedetto XVI, uomo di dottrina, “cattedra di princìpi irrinunciabili e di solenni silenzi”, sarebbe quindi “l’uomo del momento”, un dispensatore di certezze per l’uomo smarrito e confuso. La conclusione di Romano è una lezione da imparare per il “suo” mondo, una sorta di chiamata alle armi: “E’ necessario che i laici, se vogliono difendere i loro valori, si preparino a farlo con altrettanto zelo e altrettanto rigore”.

Con Romano su una cosa possiamo concordare: l’uomo moderno, occidentale, è confuso e smarrito. Ma lo è proprio perché i laici – ma sarebbe meglio dire laicisti – hanno difeso i loro (dis)valori così bene da averli imposti a tutta la società occidentale. Tanto per citare le cose elencate da Romano: fecondazione artificiale, eutanasia, unioni di fatto e legami omosessuali, catastrofismo ambientalista. Il problema dei laici non sta dunque nel non saper difendere i propri valori, ma è proprio nei valori che propugnano. Quando si sceglie il relativismo come valore fondamentale, l’esito è inevitabilmente il nichilismo, il dubbio, lo scetticismo. E quindi confusione, tensione, violenza, distruzione.

Il Papa trova un crescente interesse tra la gente perché ha lanciato la grande sfida della ragione, nella consapevolezza che l’apertura della ragione porta a riconoscere la presenza del Mistero. La Chiesa non propone comode certezze per uomini impauriti, propone invece un viaggio affascinante in mare aperto per uomini coraggiosi, capaci di prendere sul serio la propria naturale, insopprimibile esigenza di pienezza e felicità. In questo sì che Benedetto XVI è l’uomo del momento: perché ha capito con chiarezza che il problema dell’uomo è nell’uso della ragione. E la sfida è stata lanciata sia all’Occidente nichilista sia a chi fa della religione un pretesto per annientare gli uomini, a cominciare dal fondamentalismo islamico.

Romano sbaglia quindi quando fa una minestra di tutte le religioni, parlando di revival globale. Confonde ciò che i telegiornali ci mostrano con la realtà mondiale. Non esiste un revival religioso globale di questi ultimi tempi: se guardiamo all’Europa, la situazione delle Chiese protestanti (quelle tanto acclamate dai nostri laici), quanto a frequenza e intensità è sconfortante; i funerali religiosi di Eltsin sono più un segnale politico che religioso (il comunismo ha per decenni impedito l’espressione pubblica della religione); l’influenza dei monaci birmani non è affatto in crescita, c’è sempre stata (e non solo in Birmania), solo che adesso se ne sono accorti i nostri tg (ma noi possiamo ricordare la Polonia di Solidarnosc e le Filippine della Rivoluzione del Rosario); i musulmani che in Europa rispettano il Ramadan ci sono sempre stati ed è discutibile che siano in crescita (la frequenza religiosa degli islamici in Europa è stimata attorno al 5%), solo che adesso fanno notizia.

Oltretutto mettere in relazione le proteste birmane con le paure tipiche della nostra società (precariato, ambientalismo) evidentemente non ha senso. E’ solo un modo per evitare la sfida che Benedetto XVI ha lanciato a ogni uomo, offrendo ai lettori – queste sì – comode certezze, come a dire: non preoccupatevi, è solo una moda, una debolezza di chi ha paura.

La vera paura è invece quella di Romano e di chi, come lui, evita di confrontarsi con la realtà, coprendola con un velo di illusioni.

(Newsletter IlTimone)

Il Cardinal Ruini esorta le suore a navigare su Internet e a scrivere sui blog

ROMA, martedì, 23 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Il Cardinale Camillo Ruini, vicario per la diocesi di Roma, ha auspicato che le religiose utilizzino di più gli strumenti che la tecnologia informatica mette a disposizione di tutti nel mondo della comunicazione.

“Suore, navigate su internet e scrivete sui blog”, ha esortato prendendo la parola mercoledì scorso nell’aula magna della Pontificia Università Urbaniana nel corso dell’assemblea diocesana dell’Unione Superiori Maggiori d’Italia (USMI), che a Roma rappresenta 1.287 comunità e oltre 22.000 suore.

“Un sacerdote di Novara mi ha riferito che il tema ‘Gesù’ è molto dibattuto sui blog dai ragazzi. Il loro approccio però è impostato da libri distruttivi oggi molto diffusi, e non dal testo di Benedetto XVI su ‘Gesù di Nazaret’”, ha spiegato il Cardinal Ruini, secondo quanto riportato dal settimanale della diocesi di Roma “RomaSette”.

“Quale sarà tra dieci anni l’idea di Cristo se queste idee dovessero avere la meglio? – si è chiesto –. Io non mi intendo di Internet, ma specialmente le giovani suore dovrebbero entrare nei blog per correggere le opinioni dei ragazzi e mostrare loro il vero Gesù”.

Le suore, ha sottolineato il Cardinale, possono fare molto in questa “nuova forma di apostolato”.

L’obiettivo per il programma annuale dell’USMI della diocesi di Roma, d’altronde, è proclamare che “Gesù è il Signore, educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza”.

“L’emergenza educativa – ha ricordato il Cardinal Ruini – è al centro delle preoccupazioni di Benedetto XVI, per il quale l’educazione alla fede coincide con il servizio alla società, perché formare alla fede significa formare la persona umana”.

“Solo dando motivazioni al vivere si sconfigge il nichilismo e si dà valore alla persona umana – ha osservato –. Valore che si misura a partire da Cristo, dal fatto che Dio stesso si è fatto uomo”.

Più delle tecniche di educazione, per il porporato, conta la testimonianza dell’educatore e il suo contenuto.

Per questo, il Cardinale ha fatto appello alla “creatività” degli educatori di fede per trovare le occasioni di diffondere il libro di Benedetto XVI, che dimostra la “saldezza della fede” nel Gesù storico dei Vangeli e fonda l’identità del cristiano nel suo incontro con la persona di Gesù Cristo.

Una di queste occasioni, ricorda “RomaSette”, sarà l’incontro “Dialoghi in cattedrale” – che si svolgerà il 13 novembre a San Giovanni in Laterano – tra l’Arcivescovo Gianfranco Ravasi e il giornalista Giuliano Ferrara.

Ci sono poi le scuole cattoliche, in cui “le suore possono testimoniare Cristo in tutti gli insegnamenti, nelle scienze, nella storia e perfino nella letteratura italiana, in un inscindibile connubio di fede e cultura”.

“La vostra creatività deve trovare strade nuove per la sfida vocazionale, che deve evolversi di pari passo con la società”, ha detto il Cardinal Ruini alle quasi 450 suore presenti.

“Ciò vale in modo speciale per il mondo femminile che è cambiato profondamente e per il quale le religiose devono trovare nuovi linguaggi”, ha aggiunto.

Il porporato ha proposto tre linee-guida per l’azione dell’USMI per l’anno 2007/2008: educazione, vocazioni e missioni.

“Nelle nostre azioni agisce lo Spirito di Gesù Cristo e senza Cristo il mondo diventa sempre più povero di scopi”, ha concluso.

(Zenit)

SI DICHIARA GAY IN TV, MONSIGNORE SOSPESO

(di Elisa Pinna)

CITTA’ DEL VATICANO - E’ stato incastrato dal filmato di una candid camera Tommaso Stenico, monsignore di Curia, ritratto in un incontro dai contenuti equivoci dalla trasmissione “Exit” di La 7, e sospeso oggi dalla Santa Sede. Nonostante la voce artificialmente alterata, il volto sempre fuori campo, il religioso, 60 anni, nato in provincia di Trento, é stato riconosciuto da colleghi e superiori e immediatamente rimosso dal suo incarico di capo di un sottodicastero nella Congregazione del Clero in Vaticano.

Su di lui la Santa Sede ha anche aperto un procedimento che potrebbe portare a sanzioni più pesanti: un ‘licenziamento’ definitivo e, forse, la “sospensione a divinis”, ovvero il divieto di celebrare messa e sacramenti. Una punizione, questa, che, laddove venisse decisa, gli sarà data dal suo vescovo titolare (ovvero il responsabile della diocesi di Trento). Per il momento, padre Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha annunciato che le “autorità superiori” stanno trattando il caso con “severità e decisione”, anche se con la “dovuta riservatezza”. Da parte sua mons. Stenico ha ammesso di essere lui il protagonista inconsapevole del filmato ed ha già inviato una una “doverosa memoria” ai suoi capi, in primis il cardinale brasiliano Clausio Hummes, che guida la Congregazione.

Tra dichiarazioni, ritrattazioni, e consulti con il suo avvocato, il presule ha fatto filtrare la versione secondo cui tutto nasce da un equivoco e che lui, in realtà, voleva proprio demistificare le accuse di omosessualità ai preti. “Sono vittima di una trappola; ora sto sotto la Croce insieme a Gesù”, si è lamentato stasera con l’ANSA.

Il filmato si svolge in quello che apparentemente è il suo studio, nel palazzo vaticano che si affaccia su Piazza San Pietro. Qui ha fatto salire un giovane che, semisdraiato su un divano bianco, gli pone quesiti sulla correttezza morale delle unioni omosessuali. Una telefona interrompe momentaneamente il dialogo. Riattaccando la cornetta, il presule si avvicina al suo ospite, si siede sul divano e si complimenta: “Sei carino, sei troppo carino”. “Grazie, grazie - è la risposta -. Comunque con me stai per commettere un peccato agli occhi di Dio”. “Io non lo sento come un peccato”, replica il presule. “Ma allora non ha senso che tu sia un prete, perché non stai alle regole della Chiesa”, osserva il ragazzo. A questo punto , mons. Stenico si ritrae e afferma “Qui finisce la nostra storia. Non facciamo niente perché vedo che hai tante preclusioni”. Il ragazzo cerca di obiettare ma non c’é nulla da fare. L’incontro si conclude però con un ultimo apprezzamento di mons. Stenico: “quanto sei bbono”. Quando Exit ha mandato in onda il servizio, molti in Vaticano hanno sobbalzato: quello studio era noto, così come l’androne e le scale dell’edificio, riprese dalla telecamera nascosta. E quel sacerdote, che parlava con grande disinvoltura di rapporti omosessuali, non poteva che essere lui.

Il religioso è molto conosciuto in Curia, non solo per il ruolo che ricopre in una della Congregazioni vaticane più importanti (dove passano i destini dei circa 400 mila sacerdoti nel mondo), ma anche per il suo attivismo mediatico: cura rubriche catechistiche su ‘Telepace” (fino a qualche tempo fa celebrava via etere la messa mattutina), gestisce un sito internet intestato a suo nome (oggi improvvisamente ’spento’), parla ai suoi fedeli attraverso un blog, è autore di diversi libri divulgativi, e non manca mai alle cerimonie importanti. Vicino di casa dell’allora card. Joseph Ratzinger, fu il primo a salutarlo, nell’androne del palazzo, quando il porporato divenne pontefice.

“I superiori - ha spiegato padre Lombardi - stanno trattando la situazione con la dovuta riservatezza e con il dovuto rispetto per la persona interessata, anche se questa persona ha sbagliato”. Le autorità vaticane - ha proseguito - “devono intervenire con la decisione e la severità richieste da un comportamento non compatibile con il servizio sacerdotale e con la missione della Santa Sede”. Nel frattempo mons. Sternico, travolto dallo scandalo, tra una dichiarazione e una smentita, si è rivolto ad un avvocato per studiare le mosse future.

(ANSA.it)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza antistante la Basilica di Mariazell
Austria - Sabato, 8 settembre 2007

Cari fratelli e sorelle,

con il nostro grande pellegrinaggio a Mariazell celebriamo la festa patronale di questo Santuario, la festa della Natività di Maria. Da 850 anni vengono qui persone da vari popoli e nazioni, persone che pregano portando con sé i desideri dei loro cuori e dei loro Paesi, le preoccupazioni e le speranze del loro intimo. Così Mariazell è diventata per l’Austria, e molto al di là delle sue frontiere, un luogo di pace e di unità riconciliata. Qui sperimentiamo la bontà consolatrice della Madre; qui incontriamo Gesù Cristo, nel quale Dio è con noi, come afferma oggi il brano evangelico - Gesù, di cui nella lettura del profeta Michea abbiamo sentito: Egli sarà la pace (cfr 5,4). Oggi ci inseriamo nel grande pellegrinaggio di molti secoli. Facciamo una sosta dalla Madre del Signore e la preghiamo: Mostraci Gesù. Mostra a noi pellegrini Colui che è insieme la via e la meta: la verità e la vita.

Il brano evangelico, che abbiamo appena ascoltato, apre ulteriormente il nostro sguardo. Esso presenta la storia di Israele a partire da Abramo come un pellegrinaggio che, con salite e discese, per vie brevi e per vie lunghe, conduce infine a Cristo. La genealogia con le sue figure luminose e oscure, con i suoi successi e i suoi fallimenti, ci dimostra che Dio può scrivere diritto anche sulle righe storte della nostra storia. Dio ci lascia la nostra libertà e, tuttavia, sa trovare nel nostro fallimento nuove vie per il suo amore. Dio non fallisce. Così questa genealogia è una garanzia della fedeltà di Dio; una garanzia che Dio non ci lascia cadere, e un invito ad orientare la nostra vita sempre nuovamente verso di Lui, a camminare sempre di nuovo verso Cristo.

Andare in pellegrinaggio significa essere orientati in una certa direzione, camminare verso una meta. Ciò conferisce anche alla via ed alla sua fatica una propria bellezza. Tra i pellegrini della genealogia di Gesù ce n’erano alcuni che avevano dimenticato la meta e volevano porre sé stessi come meta. Ma sempre di nuovo il Signore aveva suscitato anche persone che si erano lasciate spingere dalla nostalgia della meta, orientandovi la propria vita. Lo slancio verso la fede cristiana, l’inizio della Chiesa di Gesù Cristo è stato possibile, perché esistevano in Israele persone con un cuore in ricerca – persone che non si sono accomodate nella consuetudine, ma hanno scrutato lontano alla ricerca di qualcosa di più grande: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Maria e Giuseppe, i Dodici e molti altri. Poiché il loro cuore era in attesa, essi potevano riconoscere in Gesù Colui che Dio aveva mandato e diventare così l’inizio della sua famiglia universale. La Chiesa delle genti si è resa possibile, perché sia nell’area del Mediterraneo sia nell’Asia vicina e media, dove arrivavano i messaggeri di Gesù, c’erano persone in attesa che non si accontentavano di ciò che facevano e pensavano tutti, ma cercavano la stella che poteva indicare loro la via verso la Verità stessa, verso il Dio vivente.

Di questo cuore inquieto e aperto abbiamo bisogno. È il nocciolo del pellegrinaggio. Anche oggi non è sufficiente essere e pensare in qualche modo come tutti gli altri. Il progetto della nostra vita va oltre. Noi abbiamo bisogno di Dio, di quel Dio che ci ha mostrato il suo volto ed aperto il suo cuore: Gesù Cristo. Giovanni, con buona ragione, afferma che Lui è l’Unigenito Dio che è nel seno del Padre (cfr Gv 1,18); così solo Lui, dall’intimo di Dio stesso, poteva rivelare Dio a noi – rivelarci anche chi siamo noi, da dove veniamo e verso dove andiamo. Certo, ci sono numerose grandi personalità nella storia che hanno fatto belle e commoventi esperienze di Dio. Restano, però, esperienze umane con il loro limite umano. Solo Lui è Dio e perciò solo Lui è il ponte, che veramente mette in contatto immediato Dio e l’uomo. Se noi cristiani dunque lo chiamiamo l’unico Mediatore della salvezza valido per tutti, che interessa tutti e del quale, in definitiva, tutti hanno bisogno, questo non significa affatto disprezzo delle altre religioni né assolutizzazione superba del nostro pensiero, ma solo l’essere conquistati da Colui che ci ha interiormente toccati e colmati di doni, affinché noi potessimo a nostra volta fare doni anche agli altri. Di fatto, la nostra fede si oppone decisamente alla rassegnazione che considera l’uomo incapace della verità – come se questa fosse troppo grande per lui. Questa rassegnazione di fronte alla verità è, secondo la mia convinzione, il nocciolo della crisi dell’Occidente, dell’Europa. Se per l’uomo non esiste una verità, egli, in fondo, non può neppure distinguere tra il bene e il male. E allora le grandi e meravigliose conoscenze della scienza diventano ambigue: possono aprire prospettive importanti per il bene, per la salvezza dell’uomo, ma anche – e lo vediamo – diventare una terribile minaccia, la distruzione dell’uomo e del mondo. Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù come lo vediamo qui nel santuario di Mariazell. Lo vediamo in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e, sull’altare principale della basilica, come crocifisso. Queste due immagini della basilica ci dicono: la verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore. Non è mai nostra proprietà,  un nostro prodotto, come anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e trasmettere come dono. Di questa interiore forza della verità abbiamo bisogno. Di questa forza della verità noi come cristiani ci fidiamo. Di essa siamo testimoni. Dobbiamo trasmetterla in dono nello stesso modo in cui l’abbiamo ricevuta, così come essa si è donata.
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Firenze: falsa la tonaca di San Francesco

La prova con il «carbonio 14» dice che è di epoca successiva alla vita del santo. Compatibile invece il periodo di quella di Cortona

  La tonaca attribuita a San Francesco nella Basilica di Santa Croce. I punti indicati due dei campioni di tessuto prelevati per il test con il carbonio 14 (Ansa)

La tonaca attribuita a San Francesco nella Basilica di Santa Croce. I punti indicati due dei campioni di tessuto prelevati per il test con il carbonio 14 (Ansa)

FIRENZE - La tonaca attribuita a San Francesco conservata nella omonima Chiesa di Cortona (Arezzo) è compatibile con la vita del Santo. Quella custodita nella basilica di Santa Croce a Firenze, al contrario, è successiva alla sua morte. Lo hanno stabilito le misure con il carbonio 14, che permette una datazione accurata dei reperti archeologici. Nel caso della tonaca di Santa Croce, le analisi hanno individuato, come intervallo a cui è possibile farla risalire, un periodo compreso tra la fine del 1200 e quella del 1300. La ricerca dimostra quindi che il tessuto è posteriore di almeno 80 anni alla morte di San Francesco e, dunque, che non poteva appartenergli. Al contrario, la datazione di tutti i frammenti prelevati dal saio della chiesa di Cortona è compatibile con gli anni di San Francesco (il risultato fornisce un intervallo 1155-1225).

LA PROVA SPERIMENTALE - Queste e altre scoperte sono state possibili grazie alle analisi sulle reliquie condotte a Firenze con l’acceleratore di particelle Tandem del Laboratorio di tecniche nucleari per i beni culturali (Labec) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Lo studio è stato presentato a Firenze nel corso della Conferenza internazionale sulle applicazioni degli acceleratori di particelle, Ecaart (European Conference on Accelerators in Applied Research and Technology), e sarà pubblicato nel volume «L’ereditá del Padre: le reliquie di San Francesco a Cortona» (che uscirá a settimane dalle Edizioni Messaggero di San Antonio) in cui sono riportati tutti i risultati di una ricerca interdisciplinare, a carattere sia umanistico che scientifico, promossa dalla Provincia Toscana dei Frati Francescani Minori Conventuali.

ALTRE RELIQUIE COMPATIBILI - La tonaca di Cortona fa parte di un insieme di tre reliquie francescane comprendente anche un cuscino finemente ricamato e un evangeliario, che si considerano portate a Cortona da Frate Elia, primo successore di Francesco alla guida dell’ordine. I ricercatori del Labec hanno analizzato anche la composizione del prezioso filato metallico del ricamo della fodera al cui interno è contenuto il cuscino posto sotto il capo del santo alla sua morte e hanno datato, col metodo del carbonio 14, il tessuto del cuscino interno. Inoltre, l’evangeliario, libro liturgico contenente i passi del Vangelo, è stato oggetto di approfondite indagini codicologiche e paleografiche da parte di ricercatori dell’Universitá di Siena. Sulla base delle evidenze sia scientifiche che umanistiche, anche cuscino e evangeliario sono risultati compatibili con il periodo di vita di Francesco.

QUATTRO TONACHE - In Italia sono quattro le tonache attribuite a San Francesco. Oltre a quelle di Cortona e Santa Croce ci sono quelle di conservate nella basilica di San Francesco ad Assisi e nel santuario della Verna

 

 

 

(Corriere.it)

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