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Il Papa ai Gesuiti: la Chiesa ha bisogno di voi e conta su di voi per portare il Vangelo dove altri non arrivano

“Amare e servire” il Papa - come il tipico “quarto voto” li sprona a fare - e servire la Chiesa con lo slancio leggendario di tanti predecessori, da riscoprire oggi in un’epoca in cui il Vangelo trova ostacoli in un dilagante relativismo etico e nel materialismo pratico. E’ il grande impegno spirituale e apostolico che Benedetto XVI chiede alla Compagnia di Gesù: il Papa ne ha parlato durante l’udienza concessa questa mattina ai membri della 35.ma Congregazione generale, che un mese fa ha eletto il nuovo preposito, padre Adolfo Nicolás. Il servizio di Alessandro De Carolis:


Da una parte, c’è un mondo che è “teatro di una battaglia fra il bene e il male”, dove il male cova nell’individualismo di idee e azioni che relativizzano il sacro, si propaga attraverso la “confusione di messaggi”, che rendono difficile l’ascolto del Messaggio di Cristo, e ristagna in quelle “situazioni di ingiustizia” e di conflitto delle quali i primi a farne le spese sono i poveri. Dall’altra parte, c’è un Ordine religioso che in quasi cinquecento anni è stato capace di sfidare ogni avversità storica e culturale e di portare realmente il Vangelo ai confini del mondo, grazie all’intelligenza e all’abnegazione di persone che rispondono al nome di Francesco Saverio, Matteo Ricci o Roberto De Nobili, solo per citare i più noti. Questi esempi servono ancora oggi e Benedetto XVI ha chiesto alla Compagnia di Gesù di formare “persone di fede solida e profonda, di cultura seria e di genuina sensibilità umana e sociale”:


“Voglio oggi incoraggiare voi e i vostri confratelli a continuare sulla strada di questa missione, in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel contesto ecclesiale e sociale che caratterizza questo inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei Predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, conta su di voi, e continua a rivolgersi a voi con fiducia, in particolare per raggiungere quei luoghi fisici e spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad arrivare”.


Oggi, ha constatato il Papa, non sono tanto “i mari o le grandi distanze gli ostacoli che sfidano gli annunciatori del Vangelo, quanto le frontiere che, a seguito di una errata o superficiale visione di Dio e dell’uomo, vengono a frapporsi fra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la fede e l’impegno per la giustizia”. Su queste frontiere, ha rilanciato Benedetto XVI, i Gesuiti devono invece “testimoniare e aiutare a comprendere che vi è invece un’armonia profonda fra fede e ragione”, da tradursi - ha sollecitato - in una difesa di quei “punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare”. In sintesi, il matrimonio e la famiglia, la morale sessuale, la questione della salvezza di tutti gli uomini in Cristo:


“Proprio per questo vi ho invitato e vi invito anche oggi a riflettere per ritrovare il senso più pieno di quel vostro caratteristico ‘quarto voto’ di obbedienza al Successore di Pietro, che non comporta solo la prontezza ad essere inviati in missione in terre lontane, ma anche - nel più genuino spirito ignaziano del ‘sentire con la Chiesa e nella Chiesa’ - ad ‘amare e servire’ il Vicario di Cristo in terra con quella devozione ‘effettiva ed affettiva’ che deve fare di voi dei suoi preziosi e insostituibili collaboratori nel suo servizio per la Chiesa universale”.

Una fedeltà che poco prima, nel suo indirizzo di saluto al Pontefice, il neo preposito generale della Compagnia, padre Nicolás, aveva ribadito con estrema schiettezza:


“Ci rattrista, Padre Santo, che le inevitabili insufficienze e superficialità di alcuni tra noi vengano talvolta utilizzate per drammatizzare e rappresentare come conflitti e opposizioni quelle che spesso sono solo manifestazioni di limiti e imperfezioni umane, o inevitabili tensioni del vivere quotidiano. Ma tutto ciò non ci scoraggia, né attenua la nostra passione, non solo di servire la Chiesa, ma anche, con maggiore radicalità, secondo lo spirito e la tradizione ignaziana, di amare la Chiesa gerarchica e il Santo Padre, Vicario di Cristo”.

Benedetto XVI ha espresso apprezzamento per le opere di solidarietà cone le quali i Gesuiti - sulla scia, ha detto, di una “delle ultime lungimiranti intuizioni di di Padre Arrupe” - si sono messi a servizio dei rifugiati. Nel mettere in guardia a che tali opere “conservino sempre una chiara ed esplicita identità”, che non pregiudichi la bontà del lavoro apostolico, il Papa si è soffermato sul senso cristiano del servizio ai chi è nel bisogno:


“Per noi la scelta dei poveri non è ideologica, ma nasce dal Vangelo. Innumerevoli e drammatiche sono le situazioni di ingiustizia e di povertà nel mondo di oggi, e se bisogna impegnarsi a comprenderne e a combatterne la cause strutturali, occorre anche saper scendere a combattere fin nel cuore stesso dell’uomo le radici profonde del male, il peccato che lo separa da Dio, senza dimenticare di venire incontro ai bisogni più urgenti nello spirito della carità di Cristo”.


La conclusione dell’ampio discorso è stata riservata da Benedetto XVI all’importanza degli esercizi spirituali, da poco celebrati in Vaticano e pratica fondamentale nell’ascetica di Sant’Ignazio di Loyola. Sono uno “strumento prezioso ed efficace”, ha riconosciuto il Papa, per distinguere la voce di Dio nel rapido e spesso caotico mutare degli eventi e dei messaggi odierni. Quindi, Benedetto XVI ha concluso con la preghiera composta dal fondatore dei Gesuiti e definita “troppo grande” al punto che, ha ammesso il Pontefice, “quasi non oso dirla”: “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridòno; tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia; questo mi basta”.

(fonte: Radio Vaticana)

La madre incinta ha il cancro: le due gemelline in grembo lo spostano

Michelle Stepney premiata in Inghilterra con il «Women Courage Award»

MILANO — Lei, la mamma, cercava di salvare la vita alle sue bambine non ancora nate, rifiutando un intervento chirurgico e la classica chemioterapia (optando per una forma leggera) che l’avrebbero costretta

Michelle Stepney con le due gemelline

all’aborto. Loro, le due gemelline, hanno letteralmente «preso a calci» il tumore materno, spostandolo e impedendo che facesse danni a tutte e tre. E sono nate sane e salve alla trentatreesima settimana di gravidanza. Così Michelle Stepney ha avuto, da parte del Cancer Research britannico, una nomination al Women Courage Award, che vuole premiare chi fa qualcosa di veramente speciale per sé o per gli altri. E questa storia è davvero speciale, quasi incredibile. La donna, 35 anni, di Londra, era rimasta incinta ed era stata successivamente ricoverata in ospedale per un sospetto aborto. Solo allora i medici del Royal Marsden Hospital hanno scoperto che aveva un tumore alla cervice uterina. Michelle Stepney, già mamma di un bambino di cinque anni di nome Jack, ha deciso di accettare soltanto una chemioterapia leggera e nient’altro che avrebbe potuto mettere fine alla gravidanza. «E’ stata una decisione difficile da prendere — ha detto la donna alla Bbc —. Volevo essere sicura che quello che stavo facendo fosse giusto per Jack, ma non volevo fare qualcosa di sbagliato per le bambine». E ha aggiunto: «Sentivo le mie figlie scalciare, ma non potevo certo immaginare che avrebbero “spostato” il tumore». Così Alice e Harriet sono nate con un cesareo: erano senza capelli proprio per gli effetti collaterali dei farmaci chemioterapici, ma oggi stanno bene. Soltanto dopo quattro settimane dal parto, la donna si è sottoposta a un’isterectomia: fortunatamente il tumore non era diffuso ed è stato completamente asportato.

(Corriere.it)

«Da cancellare i dati sui siti visitati»

L’authority: le informazioni non possono essere conservate neanche a fini di giustizia

ROMA - I gestori di servizi telefonici e di connessione a Internet non possono conservare i dati sui siti visitati e sulle stringhe digitate dagli utenti sui motori di ricerca. Nemmeno per ragioni di giustizia. La decisione è stata presa dal Garante per la privacy (Francesco Pizzetti, Giuseppe Chiaravalloti, Mauro Paissan e Giuseppe Fortunato), che ha stabilito che entro due mesi i gestori - nella fattispecie Telecom Italia, Wind, H3G e Vodafone - dovranno cancellare le informazioni conservate illecitamente e provvedere a una serie di interventi per evitare che accada in futuro, oltre a mettere in sicurezza i dati personali archiviati per legge.

PROVVEDIMENTI - Al termine di una serie di indagini e ispezioni effettuate dal Garante, a Telecom, Vodafone e H3G, in particolare, è stata imposta la cancellazione di informazioni, illegittimamente conservate, riguardanti i siti Internet visitati dagli utenti. A Vodafone, H3G e Wind è stata impartita l’adozione di specifiche misure tecniche per la messa in sicurezza dei dati personali conservati a fini di giustizia. «Questi provvedimenti - ha commentato Mauro Paissan, membro dell’autorità per le privacy - affermano un principio innovativo e importante: va tutelata la riservatezza anche della navigazione in Internet e dell’uso dei motori di ricerca. I gestori telefonici non possono dunque conservare questi dati, nemmeno per ragioni di giustizia. Entro due mesi queste informazioni dovranno ora scomparire. Viene in questo modo riaffermata l’estrema delicatezza delle visite e delle ricerche in Internet».

DATI SENSIBILI - Oltre ai siti Internet visitati le società conservavano anche («per eccesso di zelo», ha ammesso Paissan) le stringhe di ricerca digitate sui motori di ricerca. I gestori - sottolinea il Garante della privacy - devono invece conservare esclusivamente i dati di traffico telematico funzionali alla fornitura e alla fatturazione del servizio di connessione e non quei dati di traffico apparentemente «esterni» alla comunicazione (pagine web visitate o gli indirizzi Ip di destinazione), che possono coincidere di fatto con il «contenuto» della comunicazione, consentendo di ricostruire relazioni personali e sociali, convinzioni religiose, orientamenti politici, abitudini sessuali e stato di salute. La mancata adozione di alcune misure di sicurezza e l’indebita conservazione dei dati sulla navigazione in Internet sono emerse - sottolinea la nota - nel corso dell’attività ispettiva effettuata dal Garante anche nell’ultimo anno per verificare il rispetto del Codice privacy e delle prescrizioni impartite dal Garante nel dicembre 2005 riguardo alla protezione dei dati di traffico telefonico conservati a fini di giustizia e alle modalità con le quali i gestori di telefonia, fissa e mobile, adempiono alle richieste dell’autorità giudiziaria in materia di intercettazioni.

(da Corriere.it)

CON ‘GRANDE PIANO’ 69% ELETTRICITA’ DA SOLE

ROMA, - La possibilità di abbandonare il petrolio ed ottenere buona parte dell’energia elettrica dal Sole c’é, quello che manca è la volontà politica. Lo sostiene la rivista americana Scientific American, che ha elaborato un ‘grande piano solare’ con cui sarebbe teoricamente possibile produrre il 69% dell’energia elettrica di un grande paese come gli Usa soltanto utilizzando il Sole e a costi competitivi con quelli attuali. L’energia che arriva dal Sole in 40 minuti, scrive la rivista, sarebbe sufficiente a coprire il consumo globale per un anno. Convertendo solo il 2,5% di quella che colpisce gli stati del Southwest americano si coprirebbero i consumi statunitensi del 2006. Attualmente però dal solare gli Stati Uniti ricavano solo il 6% dell’energia. Il piano proposto da Scientific American prevede di ottenere almeno 3mila Gigawatts di energia da impianti fotovoltaici, da stoccare con la tecnica dell’aria compressa e da distribuire con un metodo totalmente nuovo di trasmissione.

L’obiettivo del 69%, che potrebbe essere addirittura maggiore se al fotovoltaico si accoppiassero le altre fonti rinnovabili, sarebbe raggiunto nel 2050 al prezzo di 400 miliardi di dollari, appena il doppio di quanto prevedeva di spendere la Casa Bianca per la guerra in Iraq. “Queste cifre sono scientificamente valide, ma rimarranno un buon auspicio se non ci sarà la volontà politica - spiega Carlo Manna, responsabile del centro studi dell’Enea - gli Usa sono stati i primi a investire nel solare già negli anni ‘80, ma poi la politica non ha piu’ sostenuto questa strada e adesso gli americani sono indietro anche rispetto alla Cina, oltre che a Spagna e Germania che sono ai massimi livelli. Il potenziale c’é ed è notevolissimo, ma senza investimenti questi rimangono scenari irrealizzabili, anche se la tecnologia adatta già c’é”.

Se negli Usa è difficile, per l’Italia sarebbe quasi impossibile raggiungere un obiettivo del genere: “Anche in Italia le possibilità tecnologiche ci sono, e spesso sono anche più avanzate del resto del mondo, come nel caso del solare a concentrazione in cui addirittura vendiamo pezzi alla Spagna - conferma Manna - il problema sono le difficoltà del sistema, dalla farraginosità nell’ottenere le autorizzazioni e la scarsità di installatori degli impianti”. Il piano proposto per gli Usa permetterebbe di chiudere 600 centrali elettriche tradizionali, e di abbattere le emissioni del 62%: “Non solo - sottolinea l’esperto - in Usa si fanno già i conti di quanti posti di lavoro e quanta ricchezza possono derivare incentivando le energie rinnovabili. Da noi ancora non ci sono invece le industrie necessarie a sostenere un aumento della domanda di fotovoltaico, rischiamo di dover comprare gli impianti all’estero con un costo enorme sulla bolletta”.

(fonte: ANSA.it)

«Negare la famiglia minaccia la pace»

Benedetto XVI: «Il matrimonio tra un uomo e una donna è culla della vita e dell’amore».

ROMA - Per il Papa, negare la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna minaccia la pace mondiale: è quanto sostiene Benedetto XVI, che in occasione della messa di inizio anno nella basilica di San Pietro ha riproposto il suo recente messaggio per la pace: «Quest’anno, nel messaggio per l’odierna Giornata mondiale della pace - ha detto Benedetto XVI - ho voluto porre in luce lo stretto rapporto che esiste tra la famiglia e la costruzione della pace nel mondo. La famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna - ha detto Ratzinger durante l’omelia - è culla della vita e dell’amore e la prima e insostituibile educatrice alla pace».

VERITA’ DELL’UOMO - Proprio per questo, la famiglia - secondo Papa Ratzinger - è «la principale agenzia di pace» e «la negazione o anche la restrizione dei diritti della famiglia, oscurando la verità dell’uomo, minaccia gli stessi fondamenti della pace». Poiché poi l’umanità è una «grande famiglia», se vuole vivere in pace «non può non ispirarsi a quei valori sui quali si fonda e si regge la comunità familiare».

IL COLLE - Al richiamo del Papa sulla famiglia risponde a distanza il presidente Napolitano ribadendo che la Costituzione italiana riconosce «pienamente» la famiglia che rappresenta la prima cellula della «società naturale». Il presidente della Repubblica lo scrive nel messaggio inviato a Benedetto XVI in occasione della Giornata mondiale della pace. L’Italia è impegnata per la pace e «anche quale membro fondatore dell’Unione europea - scrive il presidente - è sempre stata in prima linea, promuovendo l’adozione di adeguati strumenti internazionali in materia e partecipando attivamente alla crescita sociale ed economica dei Paesi meno avanzati». «Al centro di tale azione vi è l’Uomo, la sua dignità, il suo diritto ad esistere e coesistere - aggiunge Napolitano - attraverso la valorizzazione della “società naturale” costituita dalla famiglia, cui ella si riferisce e la cui rilevanza è pienamente riconosciuta in Italia dalla Costituzione repubblicana».

BAGNASCO: FATE FIGLI - Anche il cardinale Angelo Bagnasco è intervenuto sullo stesso tema. «Ai giovani, da questo pulpito di fine anno, dico con stima e affetto di non avere paura - ha esordito il presidente della Cei - cari amici non abbiate timore di farvi la vostra famiglia, di affrontare la vita a due nel vincolo pubblico del matrimonio». «Se siete cattolici - ha continuato - sapete che il matrimonio è un Sacramento, cioè una realtà nuova dove Cristo ha legato la sua presenza d’amore, un amore grande che eleverà e sosterrà il vostro amore di coppia. Non temete la responsabilità dei figli: è una grande responsabilità, certo, ma la gioia che ne deriva e la pienezza della vostra vita sono impagabili».

(Corriere.it)

Un dettaglio inquietante nella nuova enciclica

di Antonio Socci - Da “Libero, 8 dicembre 2007″

C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi”: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.

Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalititca che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità teniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.

Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.

“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.

In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.

Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.

Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.

La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso - il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.

Un Paese che cresce, senza sviluppo

ROMA - Un’Italia in chiaroscuro, ma che reagisce. Che «cresce, anche se non si sviluppa». Dove una maggioranza apatica, quasi rassegnata, si lascia trascinare da un’élite imprenditoriale che ha nell’orgoglio l’arma migliore, da alcuni grandi attori industriali (si pensi a Enel, Eni e Fiat) capaci di recitare un ruolo da protagonisti sui mercati esteri, dal dinamismo delle pmi e da una fascia di lavoratori - soprattutto giovani e professionisti - che hanno saputo raccogliere la sfida della competizione. E’ la fotografia che emerge dal 41° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato venerdì a Roma. Un’istantanea che conferma l’impressione degli anni passati: malgrado gli indubbi problemi, non ci sono ragioni per disperare e considerare il Paese sul sentiero del declino e dell’impoverimento, anche se la dinamica è il risultato di una «minoranza vitale», mentre il Paese si disperde in una «poltiglia di massa», una «mucillagine» di elementi individuali e di «ritagli umani» tenuti insieme da un tessuto sociale inconsistente, nel quale le istituzioni non riescono a svolgere alcuna funzione di coesione.IL BOOM SILENZIOSO - L’Italia continua a crescere, anche se non si sviluppa. L’apparente contraddizione è così spiegata da Giuseppe De Rita, il presidente del Censis che ha firmato le considerazioni generali del rapporto: «il boom silenzioso italiano» continua, grazie soprattutto a una minoranza industriale orientata alla globalizzazione, grazie alle pmi, a una specializzazione nella fascia altissima del mercato, in prodotti di qualità, nell’alto di gamma. Da queste fasce imprenditoriali arriva «un crescendo di visione positiva: forse come reazione, certo in controtendenza, all’afflosciato pessimismo imperante». Eppure la «buona ripresa» in corso non diventa «sviluppo di lungo periodo». Perché, si chiede De Rita, «il successo della minoranza industriale» non riesce a coinvolgere l’intero sistema sociale? La riposta: «Siamo dentro una dinamica evolutiva di pochi e non uno sviluppo di popolo», come quelli che l’Italia ha vissuto nel secondo dopoguerra.

I MACIGNI - Sullo sviluppo gravano alcuni macigni: innanzi tutto il debito pubblico, che «pesa sulla libertà psicologica dei cittadini» con la mole impressionante di interessi, mentre la politica, critica il Censis, ha destinato i «tesoretti» fiscali ad altri fini (ovvero a finanziare ulteriori spese) invece di pensare in primo luogo ad assorbire il debito; altro macigno: la mancata crescita dei salari. Risultato: «La maggioranza resta nella vulnerabilità, lasciata a se stessa. Più rassegnata che incarognita, in un’inerzia di fondo che forse è la cifra più profonda della nostra attuale società». La ripresa non riesce a coinvolgere l’intero sistema sociale anche per l’acuirsi di vecchi problemi: il divario Nord-Sud, ancora oggi lungi dal ridursi; la carenza di infrastrutture (un immobilismo provocato anche da veti incrociati che alla gran parte della società suonano come incomprensibili); la lentezza della burocrazia e la scarsa produttività della pubblica amministrazione.

LA FAMIGLIA LOW COST - Gravata dai salari bassi e non ancora riemersa dalla fortissima compressione dei consumi seguita all’introduzione dell’euro, la famiglia italiana, spiega il Censis, ha dovuto reinventare una strategia di spesa basata su tre punti: gestire gli acquisti quotidiani in una logica «low cost»; usufruire del credito al consumo per accedere a beni durevoli; dedicare quel (poco) che rimane del reddito allo sfizio gastronomico, turistico o culturale (peraltro, nota il Censis, i consumi a maggiore incremento).

VITA A RATE - Eppure, sono poco più di mezzo milione le famiglie italiane «in difficoltà» con i debiti. Il credito al consumo, dilagante negli ultimi anni, si è trasformato nel tempo in un’arma a doppio taglio, tanto che 530 mila famiglie ammettono di fare fatica a pagare le rate. I dati emergono dal Rapporto del Censis che sottolinea come il fenomeno del credito al consumo riguardi ormai nel nostro Paese 8,4 milioni di famiglie, pari al 35% del totale. Il «popolo delle rate» si è dunque allargato a macchia d’olio. Con il risultato che circa il 6,3% degli oltre 8 milioni di famiglie che utilizzano lo strumento del credito al consumo, sottolinea Giuseppe Roma, direttore dell’istituto di ricerca, «dichiarano di avere difficoltà a pagare le rate del debito». Inoltre circa 143.000 famiglie, circa l’1,7% di chi ricorre alle rate, riconosce di non essere riuscito a pagarne almeno una.

POLTIGLIA DI MASSA - Il vero problema, rileva il Censis, non è tanto economico quanto sociale. Ed è uno scenario di notevole depressione, impotenza, abbattimento: la società resta inerte, impermeabile alla crescita economica, dove lo sviluppo non filtra. Così, scrive De Rita, la realtà sociale diventa giorno dopo giorno «poltiglia di massa» (o peggio ancora «mucillagine», dove restano avviluppati «ritagli umani» senza identità) nella quale pulsioni, emozioni ed esperienze risultano impastate e che, di conseguenza, risulta «particolarmente indifferente a fini e obiettivi di futuro, quindi ripiegata su se stessa», orientata la pessimismo e al peggio, e nella quale le istituzioni hanno perduto ogni funzioni di coesione.

ESPERIENZA DEL PEGGIO - Non sorprende quindi che l’opinione dell’individuo, in questa società, volga continuamente al peggio: «Dovunque si giri il guardo - sembra pensare l’italiano medio – facciamo esperienza e conoscenza del peggio: nella politica come nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. E’ abituale allora - si legge nelle considerazioni generali del Censis - ricavarne che viviamo una disarmante esperienza del peggio».

POLITICA - In più è diffusa fra gli italiani l’idea che in politica non ci si possa fidare di nessuno: a pensarla così è l’85,9% degli intervistati dal Censis sul tema dell’appartenenza ai valori. Sempre in politica, per il 76,1% «nessuno si preoccupa di ciò che accade agli altri», mentre per il 56,4%, si «pensa di più ai propri interessi che agli altri». Al tempo stesso gli italiani si dicono distaccati e disincantati dalle istituzioni: il 52,4% dice di essere “poco” o “per niente” soddisfatto dell’operato dello Stato. Il Censis sottolinea nel rapporto annuale una bassissima conoscenza da parte dei cittadini dei soggetti che svolgono attività sociali e un altrettanto bassissima partecipazione alle loro attività (6,2% riguardo al sindacato, 3% riguardo ai partiti). Questo distacco dalle istituzione crea una sorta di legittimazione della scorrettezza che è percepita come una risposta sana e fisiologica: ed allora si evade il fisco, si chiedono raccomandazioni, e così via. È «tutto un tessere di astuzie, piccole illegalità e connivenze. Salvo poi con l’esercizio antico della doppia morale, scandalizzarsi per furberie più altisonanti. L’Italia continua ad essere un paese troppo indulgente con se stesso».

ALL’ESTERO – Così accade che il Paese registra una fuga di massa che lo impoverisce ancora di più: sempre più persone, spesso e volentieri le più qualificate, sfuggono all’immobilismo per «intraprendere percorsi di studio e lavoro al di fuori dei confini». «La sensazione che emerge - osserva il Censis - è che flussi sempre più consistenti di italiani stiano ormai indirizzando e riorganizzando le proprie strategie di sviluppo, di business, di investimento all’estero». Insomma, per uscire dalle pastoie di un sistema «bloccato» non sembrano esserci che soluzioni individuali, in mancanza di un percorso evolutivo compiuto dalla collettività: nel 2006, uno studente su cinque emigra: l’anno scorso erano iscritti a università straniere 38.690 studenti, di cui il 19,9 per cento in Germania, seguiti da Austria, Gran Bretagna, Svizzera, Francia e Stati Uniti. Dal 2001 al 2006 inoltre l’Italia è al quarto posto per studenti che hanno aderito ai programmi Erasmus (in totale 92.010), dietro Francia, Germania e Spagna. Nel 2006 oltre 11.700 laureati hanno trovato lavoro all’estero. E se tornando agli studenti, uno su 5 preferisce andare all’estero, ben 350mila sono gli universitari «fuori sede», ovvero iscritti a un Ateneo fuori dalla propria regione.

NUOVA CULTURA COLLETTIVA - Secondo De Rita, il «benessere piccolo borghese» degli ultimi decenni avrebbe creato un «monstrum alchemicum» che ci rende «impotenti, come di fronte a una generale entropia». «Occorre saper elaborare - si legge - nuove offerte di cultura collettiva», «bisogna andare a riscoprire le forze reattive nel sottosuolo della nostra società e ridargli vigore». Forze reattive che non sembrano riscontrabili nella politica, che viene meno alla sua «tradizionale funzione di mobilitazione sociale». Tanto più che la classe dirigente appare «scossa» dall’attuale ventata di antipolitica. «Non può venire da lì il ruolo di collettore di energie e di riconcentrazione di alleanze sociopolitiche». L’unica speranza sembra affidata alle minoranze «attive»: non quella industriale, però, concentrata sulla conquista di mercati lontani. Allora l’unica scommessa possibile è sulle minoranze attive nell’economia, nella società e nelle scienze. Sperando che il resto della popolazione si faccia contagiare dalla loro voglia di costruire.

Paolo Ligammari (Corriere.it)

PAPA: SCIENZA NON BASTA, MONDO HA BISOGNO DRAMMATICO DI DIO

 CITTA’ DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI,  durante la preghiera dell’Angelus a piazza San Pietro, ha rilanciato il significato piu’ profondo della sua nuova enciclica sulla speranza: il mondo ha un bisogno ”drammatico” di Dio, la scienza non e’ in grado ”di redimere l’umanita”’, ed anzi ha ”confinato la fede in una sfera individuale”.

Prima di affacciarsi alle 12:00 dalla finestra del suo appartamento, il pontefice si era recato, in prima mattinata, all’ospedale ”San Giovanni Battista” alla Magliana, dove aveva celebrato la messa tra malati colpiti da ictus o usciti da un coma. Un incontro intenso e commovente. ”Gli ospedali e le case di cura, proprio perche’ abitati da persone provate dal dolore, possono diventare luoghi privilegiati dove testimoniare l’amore cristiano che alimenta la speranza e suscita propositi di fraterna solidarieta”’, aveva detto.

Della speranza e’ poi tornato a parlare davanti ai fedeli convenuti, nonostante il maltempo, nella piazza vaticana per la tradizionale preghiera di mezzogiorno. ”La parola speranza - ha detto - e’ strettamente connessa con la parola fede”. ”Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre piu’ la fede e la speranza nella sfera individuale cosi’ che - ha spiegato - oggi appare in modo evidente e drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio - del vero Dio! - altrimenti restano privi di speranza”.

”La scienza - ha continuato papa Ratzinger - contribuisce molto al bene dell’umanita’, ma non e’ in grado di redimerla”. ”L’uomo - ha detto - viene redento dall’amore, che rende nuova e bella la vita personale e sociale”. ”La storia - ha anche osservato - muta e chiede di essere costantemente evangelizzata: ha bisogno di essere rinnovata dall’interno e l’unica vera novita’ e’ Cristo”. Temi trattati ampiamente nell’enciclica ‘Spe Salvi” (la speranza ci rende salvi), firmata da Benedetto XVI e presentata al grande pubblico lo scorso 30 novembre.

Il Papa ha pero’ voluti riproporli la prima domenica dell’Avvento, inizio del calendario liturgico, perche’ siano motivo di riflessione per i cattolici nel prossimo periodo natalizio. Anche ai malati, ai familiari, al personale medico e infermieristico del San Giovanni Battista, papa Ratzinger aveva consegnato la sua enciclica. ”In ogni malato, chiunque esso sia, sappiate riconoscere e servire Cristo stesso; fategli percepire, con i vostri gesti e le vostre parole, i segni del suo amore misericordioso”, aveva esortato durante la messa celebrata in un padiglione del nosocomio.

L’ospedale di proprieta’ del Sovrano Ordine di Malta, si trova alla periferia ovest di Roma, ed e’ specializzato nel recupero e nella riabilitazione di persone cerebrolese. Il senso della sofferenza era percepibile nella cappella improvvisata, una struttura luminosa, con ampie finestre ad arco, la moquette blu sul pavimento. Il Papa, vestito con la tradizionale casula viola del Tempo liturgico dell’Avvento, aveva dato personalmente l’ostia della comunione a ciascuno dei pazienti, portati davanti a lui sulle sedie a rotelle. Poi, dopo il rito religioso, Ratzinger si era recato, in forma assolutamente privata, a visitare gli ospiti piu’ gravi del Reparto Unita’ di Risveglio: ”momenti struggenti” hanno riferito poi alcuni familiari dei malati, in tutto una quindicina, tra cui una ragazza vittima di un incidente stradale e un anziano colpito da un ictus.

(ANSA.it)

“Spe salvi”, una enciclica per donare speranza all’umanità

Benedetto XVI: la vita “non finisce nel vuoto”

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 30 novembre 2007 (ZENIT.org).- Questo venerdì è stata presentata l’enciclica di Benedetto XVI, dal titolo “Spe salvi” (”Salvati nella speranza”) con la quale il Santo Padre ha voluto offrire all’umanità, speso disillusa, la dimensione della speranza offerta da Cristo.

Il documento, di circa 80 pagine, diviso in otto parti, è stato firmato dal Papa questo venerdì nella Biblioteca del Palazzo Apostolico, ed è indirizzato ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici.

Comincia con un passaggio della Lettera dell’apostolo San Paolo ai Romani “nella speranza siamo stati salvati” (8, 24) e sottolina come “elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro”: la loro vita “non finisce nel vuoto” (n. 2)

“Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza”, dichiara nel numero 3 della enciclica, la seconda del Papa, dopo la “Deus Caritas est” (“Dio è amore”), publicata a gennaio del 2006.

Il Papa spiega la speranza cristiana presentando l’esempio della schiava sudanese santa Giuseppina Bakhita, nata nel 1869 in Darfur, che diceva “io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore” (3).

Nel testo si afferma inoltre che Gesù non ha portato “un messaggio sociale-rivoluzionario” come Spartaco, e che “non era un combattente per una liberazione politica”; ma che ha portato “l’incontro con il Dio vivente”, “l’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo” (4).

Cristo ci rende veramente liberi: “Non siamo schiavi dell’universo” e delle “leggi della materia e dell’evoluzione”.

“Non sono gli elementi del cosmo … che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo”, continua il Papa. Siamo liberi perché “il cielo non è vuoto”, perché il Signore dell’universo è Dio che “in Gesù si è rivelato come Amore” (5).

Cristo “ci dice chi in realtà è l’uomo e che cosa egli deve fare per essere veramente uomo”. “Egli indica anche la via oltre la morte” (6).

Per questo motivo, per il Papa è molto chiaro che la vera speranza non è qualcosa ma Qualcuno: non è fondata su cose che passano e ci possono essere tolte, ma su Dio che si dona per sempre (8).

In questo senso, aggiunge, “l’attuale crisi della fede è soprattutto una crisi della speranza cristiana”.

Il documento papale mostra inoltre le illusioni che hanno reso schiava l’umanità come per esempio il marxismo che “ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà”. “Credeva che una volta messa a posto l’economia tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo” (20-21).

Il mito del progresso è un’altra delusione analizzata, così come succede a quanti credono che l’uomo possa essere redento mediante la scienza. La scienza “può anche distruggere l’uomo e il mondo”. “Non è la scienza che redime l’uomo”. (24-26)

Il Papa indica poi quattro luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza.

Il primo è la preghiera: “Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora”. Il Pontefice ricorda quindi la testimonianza del Cardinale vietnamita François Xavier Nguyen van Thuân, per 13 anni in carcere, di cui 9 in isolamento: “In una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza” (32-34).

Un altro luogo è l’agire. “La speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo” affinché “il mondo diventi un po’ più luminoso e umano” (35).

La sofferenza è l’altro luogo di apprendimento della speranza: “Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza”, tuttavia “non è la fuga davanti al dolore che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore” (36-39).

L’ultimo luogo di apprendimento della speranza è il Giudizio di Dio. “La fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza”: “esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la ‘revoca’ della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto” (41-47).

In questo senso Benedetto XVI riconosce che l’ateismo del XIX e del XX secolo è “una protesta contre le ingiustizie del mondo” che diventa “protesta contro Dio”.

Tuttavia, spiega, “se di fronte alla sofferenza di questo mondo la protesta contro Dio è comprensibile, la pretesa che l’umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio fa né è in grado di fare, è presuntuosa ed intrinsecamente non vera. Che da tale premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia non è un caso ma è fondato nella falsità intrinseca di questa pretesa” (42).

“La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me”, indica. “Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso?”, afferma il Papa, ma “che cosa posso fare perché altri vengano salvati?” (48).

L’enciclica conclude presentando Maria come “stella della speranza”: “Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te – invoca –. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!” (49-50).

L’enciclica è stata presentata questo venerdì dal Cardinale Georges Cottier O.P, teologo emerito della Casa Pontificia, e da padre Albert Vanhoye S.I., professore di esegesi del Nuovo Testamento al Pontificio Instituto Biblico.

Padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che l’enciclica è stata scritta totalmente dal Papa e non ha scartato la possibilità che dopo i due precedenti documenti sull’amore e sulla speranza ne possa seguire un altro sulla fede.

GREENPEACE A CIVITAVECCHIA, MAXI-MUTANDE SULLA CENTRALE ENEL

ROMA - Blitz di Greenpeace alla centrale Torre Valdaliga Nord, a Civitavecchia, che l’Enel sta convertendo a carbone. Otto ‘climbers’ si sono arrampicati su una delle gru del cantiere e hanno aperto uno striscione che raffigura un paio di mutande e lo slogan “Kyoto: Italia in mutande” e altri striscioni più piccoli con scritto “no carbone” e “stop Co2″.

Secondo quanto afferma una nota di Greenpeace, “per fermare la protesta, Enel ha messo in pericolo la vita di un’attivista polacca, facendo muovere la gru mentre la ragazza si arrampicava. Più di 100 operai hanno contestato l’azione di Greenpeace presso la centrale”.

“L’Italia, con le attuali misure adottate, si appresta a fallire miseramente gli obiettivi di Kyoto e la centrale di Civitavecchia aggrava ulteriormente il deficit ambientale dell’Italia di oltre 10 milioni di tonnellate di Co2 all’anno” ha spiegato in una nota Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace.

(ANSA.it)

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