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Da Luxuria alla Santanché, ecco i silurati

ROMA - Quasi uno «tsunami» elettorale quello prodotto dal voto, che ha scalzato dal seggio tanti leader e personalità che hanno segnato questi ultimi due anni di legislatura.

Addio al Parlamento del veterano Fausto Bertinotti, che dopo aver guidato Montecitorio è stato tagliato fuori due volte: come leader della Sinistra Arcobaleno e come segretario del Prc. L’operazione ghigliottina, condotta dalla soglia di sbarramento, ha fatto cadere le teste di tutti e quattro i leader dei partiti della sinistra che avevano dato vita alla sinistra Arcobaleno. Anzi tre, visto che Oliviero Diliberto, segretario del Pdci aveva già deciso di lasciare il suo seggio ad un operaio della Tyssenkrupp, Ciro Argentino, che però, dato l’esito elettorale, non approderà a Montecitorio, rendendo nullo il sacrificio di Diliberto. Restano fuori anche il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio e Fabio Mussi, il “capo” della Sinistra Democratica. ‘

«Silurati» anche Enrico Boselli, leader e candidato-premier del Partito Socialista, e Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay. Seggi preclusi anche per il trio della Destra: Daniela Santanchè, Francesco Storace e Teodoro Buontempo. Non varcheranno i portoni del Parlamento (almeno per questa sedicesima legislatura) neanche gli antagonisti del Pd, Willer Bordon e Roberto Manzione che avevano dato vita all’Unione Democratica dei consumatori.

Stop alle goliardate e alle provocazioni di Francesco Caruso: il no global che aveva fatto il suo esordio alla Camera «traghettato» dal Prc questa volta è rimasto al palo insieme alla pattuglia della Sinistra Arcobaleno. Stesso destino per Vladimir Luxuria, la prima transgender in Parlamento che proprio per il suo status era stata presa di mira dall’azzurra Elisabetta Gardini che voleva imporre alla collega l’utilizzo della toilette destinata agli uomini

Giuliana Palieri (Ansa)

(Corriere.it)

STRAGE API, PROTESTA LEGAMBIENTE E UNAAPI

ROMA - “Basta veleni nei terreni”: questo lo slogan a suon di tamburi di circa 200 apicoltori e di rappresentanti di Legambiente riuniti in una protesta oggi a Roma di fronte al Ministero delle Politiche agricole. L’allarme lanciato dalla manifestazione riguarda la recente strage di api che per ora è stimata in oltre 40 mila alveari spopolati in contemporanea con le semine del mais nel nord-ovest. Un fenomeno che secondo gli addetti al settore è legato all’uso di insetticidi, neonicotinoidi, usati per la concia dei semi che hanno effetti drammatici sugli insetti impollinatori. Una delegazione di otto apicoltori, guidata da Francesco Panella, presidente di Unaapi, Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, è entrata dell’edificio di via XX Settembre per essere ricevuta da Giuseppe Ambrosio, capo Dipartimento per le Politiche di sviluppo economico e rurale del Ministero delle Politiche agricole.

Legambiente e Unaapi sottolineano la necessità di un monitoraggio sistematico dello stato degli allevamenti di api con il pieno coinvolgimento dell’associazionismo apistico. Tre le richieste al governo: dare ascolto all’allarme lanciato dagli apicoltori italiani e prendere atto della moria delle api e di tutti gli insetti utili; sospendere d’urgenza l’autorizzazione d’uso delle sostanze neonicotinoidi e/o ad azione neurotossica sistemica; aggiornare, sia in Italia, sia nella Ue, anche in campo agricolo le procedure per una vera ed efficace valutazione di impatto ambientale delle sostanze chimiche immesse nell’ambiente.

(fonte: ANSA.it)

La parabola di Sufiah, da genio a prostituta

AVEVA appena 13 anni quando fu ammessa all’università di Oxford perché giudicata un genio della matematica. La laurea, però, non la prese. E oggi, a una decina d’anni di distanza dall’ingresso trionfale in quel prestigioso centro del sapere, si guadagna la vita facendo il mestiere più vecchio del mondo vicino Manchester. I suoi clienti li cerca su internet, dove reclamizza le misure del suo corpo e si dichiara “disponibile a prenotazioni tutti i giorni dalle 11 alle 20″. Costo: 130 sterline l’ora.

E’ la sconcertante parabola di Sufiah Yusof, quella raccontata - con corredo di immagini eloquenti - dal tabloid britannico News of the World, secondo il quale all’origine di tutto ci sarebbe il padre della ragazza, Farooq, professore di matematica, oppressivo e soffocante, appena condannato a 18 mesi di carcere per atti osceni ai danni di due quindicenni delle quali era tutore di studi (ma nel 1992 era già stato condannato per una truffa legata a mutui ipotecari). Era stato lui ad “addestrare” la figlia al punto da farne, a tredici anni, un piccolo mostro con i numeri e le equazioni. Ma dopo tre anni di università lei piantò tutto e fuggì di casa perché non poteva più sopportare gli abusi “fisici ed emotivi” del genitore.

Educata con rigore nella religione musulmana, Sufiah ebbe il suo momento di gloria dieci anni fa, quando Oxford le spalancò le porte grazie alle “tecniche di apprendimento accelerato” impiegate su di lei con gran successo dal padre Farooq che, allo stesso tempo, la sottopose anche a un allenamento da tennista professionista. E così, l’intera famiglia si trasferì a Oxford per stare vicina alla ragazza, cooptata dal St. Hilda, uno dei college più rinomati. Molto orgoglioso il padre, che con lo stesso metodo riuscì a mandare all’università un figlio di 12 anni e un’altra figlia di 16.


All’epoca Sufiah era molto religiosa, pregava cinque volte al giorno da brava seguace di Allah. Ma al terzo anno di università, tutto d’un colpo, sparì dalla circolazione. “Me l’hanno rapita”, denunciò il padre. Due settimane più tardi, però, la ragazza fu rintracciata in un bar di Bournemouth: faceva la cameriera e si rifiutava di tornare in famiglia. Fu affidata agli assistenti sociali e, quando riprese a frequentare Oxford per il master, non manifestò più grande interesse per lo studio. Nel 2004, a diciannove anni, si sposò con un ragazzo di ventiquattro, Jonathan. L’anno dopo si erano già separati.

Un giornalista del News of the World è riuscito a rintracciare Sufiah a Salford, una cittadina vicino Manchester. Si è finto cliente, l’ha pagata, e ha potuto accertare che l’ex genio della matematica fa il più antico mestiere del mondo, mentre nel tempo libero segue un corso di corrispondenza per un master, stavolta non più in matematica ma in economia. “Con il suo stupefacente cervello - ha detto di lei un amico contattato dal News - potrebbe far soldi in qualunque campo. Ma la vita le è totalmente sfuggita di mano”.

(Repubblica.it)

L’identikit del gesuita: disponibilità e mobilità

Il nuovo Preposito generale parla del futuro della Compagnia di Gesù

ROMA, martedì, 18 marzo 2008 (ZENIT.org).- Uno dei compiti della 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù è stato quello di delineare l’identikit del Gesuita, che ha fatto emergere la figura di un uomo pronto a offrire “totale disponibilità” e “nuova e impegnativa mobilità”.

Lo ha reso noto padre Adolfo Nicolás, Preposito generale della Compagnia, in un’intervista rilasciata a “L’Osservatore Romano”, alla “Radio Vaticana” e al Centro Televisivo Vaticano.

Tracciando un bilancio della Congregazione Generale – svoltasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo – che lo ha eletto alla guida dei Gesuiti, padre Nicolás ha affermato che è stata caratterizzata da una grande unità anche se si è sperimentata “la diversità più grande nella storia della Compagnia”, perché “erano rappresentati praticamente tutti i Paesi dove ci sono i Gesuiti”.

Nonostante questo, “vi è stata l’esperienza di aver trovato una profonda comunicazione degli uni con gli altri” e “il senso di formare insieme un unico corpo è stato molto grande”.

Nella Congregazione, ha spiegato, “abbiamo trovato che l’immagine, l’identikit dei Gesuiti, che noi pensiamo e desideriamo, è l’immagine di uomini consapevoli di essere chiamati a una missione difficile” “per la quale c’è bisogno di una totale disponibilità e poi di una nuova e impegnativa mobilità”.

Padre Nicolás ha rivelato di aver chiesto a Provinciali e Superiori “di rendere questa mobilità normale nella Compagnia, che non riguardi soltanto un gruppetto di missionari, che vanno fuori dei loro Paesi, ma tutti”.

“Dovrebbe essere normale per noi andare in un altro Paese almeno per un certo periodo di servizio o per essere formati meglio in una visione internazionale della Chiesa, del mondo e di noi stessi”, ha osservato.

Circa i temi trattati nella Congregazione, il Preposito ha ricordato in primo luogo quello del governo dell’Ordine.

“Se siamo in un mondo globalizzato – ha commentato –, un mondo così pluralista e così interconnesso”, “allora abbiamo bisogno di un sistema di governo che sia adatto a questo tempo”.

Altri temi sono stati la missione e il suo aggiornamento e l’obbedienza, per due ragioni principali: “una che lo stesso Benedetto XVI ci aveva invitato a riflettere sull’obbedienza, e l’altra che nelle Congregazioni recenti, da venti anni a questa parte, abbiamo riflettuto con una certa profondità sulla povertà, sulla castità, ma non avevamo aggiornato le nostre riflessioni sull’obbedienza nel contesto di oggi”.

Circa le vocazioni, il Preposito ha riconosciuto una loro diminuzione, ma ha esortato a considerare il problema nel suo complesso.

In primo luogo, sostiene, è in atto un cambiamento sociologico, perché ora nei Paesi tradizionalmente cattolici “le famiglie non hanno figli, ne hanno uno, due e con grandi difficoltà”, e per questo “è molto più difficile lasciare che l’unico figlio vada a farsi religioso, si faccia prete, gesuita!”.

Accanto a questo, c’è un cambiamento ecclesiologico: “dopo il Vaticano II, ci sono molte vocazioni laiche. La vocazione laica, oggi, viene considerata come una vera vocazione, una vocazione profonda, una vocazione in cui la persona può impegnarsi completamente, per tutta la vita”.

“Per essere un buon cristiano – ha osservato – non è necessario essere prete, religioso”.

Il problema, ha aggiunto, “non è moltiplicarsi o sopravvivere, il problema è vivere: come vivere coerentemente con la nostra vocazione. Credo che sia meglio ‘pochi e buoni’ piuttosto che molti che diventano turba, ‘massa’, come diceva Sant’Ignazio”.

Quanto al contributo che possono apportare gli altri continenti alla Chiesa universale, il Preposito generale ha sottolineato come l’Asia possa insegnare molto perché “è meno teorica, è più pratica, è più ‘di crescita’”.

Per la Cina, padre Nicolás ha ammesso che “si può fare molto, ma si può definire poco. Tutto dipende dalle possibilità che ci saranno aperte nel tempo”.

L’Africa, ha ammesso, non è stata oggetto di un’approfondita discussione nell’ambito della Congregazione Generale, ma è emersa chiaramente la volontà di aiutare il continente.

“Dall’Africa è stato già chiesto ai Gesuiti di formare un’università, e questo progetto è allo studio da due anni”, ha ricordato, ma ad ogni modo la Compagnia di Gesù pensa che “l’iniziativa deve partire dall’Africa”.
Le sfide e le proposte che si pongono davanti ai Gesuiti sono quindi numerose.

“Il nostro carisma è un carisma di servizio nella Chiesa”, ha ribadito padre Nicolás. “Non siamo una Chiesa parallela e non siamo una Chiesa nella Chiesa: siamo parte della Chiesa, un piccolo gruppo che cerca di servire”.

Tra le necessità che emergono dalla Congregazione Generale, ha concluso, c’è anche la revisione delle strutture della Compagnia, “in modo che possiamo ’servire’ con maggiore flessibilità, più facilmente e rispondere meglio alle istanze dei nostri tempi”.

(ZENIT)

Allarme in Vaticano: un matrimonio fallito su 5 annullato dalla Sacra Rota

Le richieste aumentano del 25% l’anno

ROMA - Benedetto XVI è allarmato. Non solo la famiglia è in crisi. Ma persino l’apparato mondiale dei Tribunali ecclesiastici locali e della Rota Romana centrale, che devono pronunciarsi sulle richieste di annullamento dei matrimoni religiosi, seguono lo spirito dei tempi concedendo molte (forse troppe, per Ratzinger) sentenze favorevoli. Dice Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione matrimonialisti civili italiani: «Ormai un matrimonio fallito su cinque in Italia viene sciolto da un Tribunale ecclesiastico. Le richieste stanno aumentando da tre anni del 20-25 per cento».

Ma il fenomeno riguarda tutto il mondo. Nel 2005 i matrimoni religiosi sciolti dai Tribunali statunitensi in primo grado sono stati ben 24.343, le sentenze contrarie appena 998. Sempre nel 2005, le domande presentate negli Usa sono state 28.844 e in tutto il mondo 48.655, cioè quasi 50.000. In quanto alla sola Rota Romana, autentica Cassazione mondiale dei tribunali ecclesiastici, al 1 gennaio 2008 le cause aperte provenienti dall’Italia erano 421, contro le 215 del 1999 o le 331 del 2003. Per queste ragioni il Papa, nel suo discorso al Tribunale del 26 gennaio per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha attaccato «le giurisprudenze locali, sempre più distanti dall’interpretazione comune delle leggi positive e persino dalla dottrina della Chiesa sul matrimonio ». E ha condannato la «compilazione di regole astratte e ripetitive, esposte al rischio di interpretazioni soggettive e arbitrarie» ricordando che la Rota «influisce molto sull’operato delle chiese locali». Non per niente la Rota Romana ha già cominciato a invertire la tendenza. Nonostante la quantità di cause pendenti, nel 2007 le sentenze definitive di nullità sono state 160, di cui 79 per la nullità e 81 contrarie. Nel 2006 erano stato 172, di cui 96 per la nullità e 76 contrarie.

Il Pontefice teme che i Tribunali ecclesiastici diventino un’alternativa al divorzio? Gli Usa sono una spina nel cuore di Roma: troppo spesso viene invocato il canone 1095 del codice di diritto canonico che prevede i casi di «incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio», una sorta di «incapacità psichica» e di «immaturità affettiva». Concetti molto vasti, come si vede. Per di più negli Stati Uniti il secondo appello viene quasi sempre sostituito da un rapido decreto di ratifica. Un anno o poco più, e il gioco è fatto. Dice l’avvocato Gassani: «L’iter però non è sempre così semplice. Perché la sentenza ecclesiastica abbia efficacia giuridica in Italia, occorre una “delibazione” da parte di una Corte d’appello chiamata a controllare che le motivazioni non siano in contrasto con le leggi repubblicane. Da alcuni anni il 40 per cento non vengono trascritte. Non c’è più automatismo ». Accusa Diego Sabatinelli, segretario della Lega per il divorzio breve e membro della direzione dei radicali italiani: «Se si incontra un buon avvocato, la Rota Romana può chiudere una causa anche in un anno e mezzo, massimo due. Così si discrimina il separato cattolico rispetto al separato normale. Ovviamente, è tutta una questione economica.

Sappiamo con assoluta precisione e documentazione di cause che costano anche 20.000 euro. Si paga e si va avanti». Circostanze duramente smentite dai duecento avvocati rotali iscritti allo speciale albo (per accedere occorre seguire tre anni di «Studio rotale» e laurearsi in diritto canonico). Dal 2004 esistono minimali e massimali rigidissimi per le parcelle: dai 1500 ai 2850 euro, più 500 di costi fissi. Non solo, ma secondo le statistiche del 1 gennaio 2008 il 65% delle cause hanno beneficiato del patrocinio gratuito. Dice l’avvocato Alessandro D’Avack: «La nostra clientela è mista, persone benestanti ma anche tanta povera gente che ha autentici problemi di coscienza. Qui si viene soprattutto per convinzione anche se statisticamente, vista la crisi della famiglia, siamo entrati in collisione con l’istituto del divorzio. In quanto ai compensi, le tariffe sono quelle. Spese a parte possono arrivare eventualmente per le definizioni patrimoniali ». Suggerimenti a chi vuole sciogliere il matrimonio religioso? «Dire sempre e comunque la verità. Inutile inventarsi favolette che non reggono in tribunale». Monsignor Giuseppe Sciacca, uno dei ventuno «Prelati Uditori» di nomina pontificia, cioè i veri giudici della Rota Romana, difende il lavoro dell’istituzione: «La vera pastoralità non è mera accondiscendenza a una semplice richiesta di nullità del matrimonio. Invece è un servizio di verità che è autentica carità e quindi giustizia: i fedeli hanno il preciso diritto di conoscere la realtà del proprio stato matrimoniale. Il giudizio del tribunale ecclesiastico ha un carattere dichiarativo e di accertamento sulla validità o meno del vincolo. La Rota Romana non può “annullare” alcun matrimonio ma solo accertarne la nullità o meno dopo un accurato procedimento giudiziario». Il richiamo del Papa per monsignor Sciacca va nella direzione corretta: «Una diga contro l’arbitrarietà, il personalismo e il relativismo». Forse per questo, Benedetto XVI, chiudendo il suo discorso si è augurato un «autentico rinnovamento di questa venerabile istituzione».

Paolo Conti (Corriere.it)

“Siamo nella fase del relativismo aggressivo”

di Massimo Introvigne

Intervista al fondatore e direttore del CESNUR

di Miriam Díez i Bosch
ROMA, lunedì, 25 febbraio 2008 (ZENIT.org).- L’Europa sta vivendo una fase di “relativismo aggressivo”. A dirlo è il professor Massimo Introvigne, autore del volume “Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane” (Sugarco Edizioni www.sugarcoedizioni.it , 2008, 220 pagine, 16 euro).

“I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato”, afferma in questa intervista a ZENIT il dirigente di Alleanza Cattolica, fondatore e direttore del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni.

L’Europa è in crisi di identità?

Introvigne: Il Santo Padre in due occasioni - nel Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi del 22 dicembre 2006 e il 24 marzo 2007 in occasione del cinquantenario dei Trattati di Roma – ha usato un’espressione più forte, affermando che l’Europa “sembra volersi congedare dalla storia”.

“Congedarsi dalla storia” significa tirare il sipario, salutare gli spettatori e ammettere che la rappresentazione si è conclusa. È stata bella finché è durata, ma ora è finita. È possibile? Certamente: a differenza delle persone umane, le civiltà non hanno un’anima immortale. Cominciano e finiscono nella storia, e quella europea non fa eccezione. Sta succedendo? Molti politici lo negherebbero.

Tuttavia Benedetto XVI ha messo in luce tre aspetti – elencati come tali appunto nei due discorsi che ho citato – che corrispondono a dati di fatto che è molto difficile negare.

Il primo è l’”apostasia da se stessa” dell’Europa, il rifiuto di riconoscere le proprie radici – che sono tanto ovviamente cristiane da rendere qualunque discussione sul punto capziosa – e la propria storia, che porta poi a una debolezza e a una mancanza d’identità nei confronti di qualunque attacco o accadimento esterno. Che l’Europa non riesca a parlare con una voce sola lo vediamo ancora in questi giorni a proposito della questione del Kosovo.

Il secondo aspetto è la separazione delle leggi dalla morale. Non la semplice lontananza della politica, o di qualche uomo politico, dalla morale privata e pubblica, che non è un problema né recente né solo europeo, ma attraversa tutta la storia umana. No: si tratta della autonomia prima teorizzata e quindi poi fatalmente praticata delle leggi dalla morale. Dall’etica, non dalla religione, così che le critiche di “ingerenza” nei confronti della Chiesa non hanno a loro volta alcun senso, trattandosi qui della morale naturale e delle regole del gioco chiamato società – il Papa parla di “grammatica della vita sociale” – che non sono in quanto tali né cristiane né atee o buddhiste e che tutti dovrebbero condividere.

E questa grammatica della vita sociale non si rispetta?

Introvigne: Bene: oggi in Europa si afferma che queste regole del gioco non esistono, e che il legislatore deve limitarsi a fare il notaio e a formalizzare quanto già avviene nella società (o i media gli fanno credere che accada). Ci sono coppie omosessuali? Il legislatore ne prenda atto e le equipari alle famiglie. Ci sono musulmani che vivono in poligamia? Il legislatore li regolarizzi, o magari applichi la sharia come vorrebbe qualche personaggio europeo anche autorevole. Negli ospedali si pratica l’eutanasia? Lo Stato notaio la regoli per legge, com’è appena avvenuto in Lussemburgo.

Il terzo aspetto è la crisi demografica, il fatto drammatico che in Europa nascano sempre meno bambini: su questo punto i fatti si rifiutano ostinatamente di cooperare con le teorie di chi dice che l’Europa non è in crisi, e anche i risultati apparentemente in controtendenza di alcuni Paesi spesso derivano da semplici norme nuove sulla cittadinanza, che calcolano fra i nati cittadini anche i figli degli immigrati.

Laicismo aggressivo e anticristiano, relativismo… siamo in tempi oscuri?

Introvigne: Un intellettuale non cattolico, anzi comunista, come Antonio Gramsci diceva che quando c’è cattivo tempo si ha tendenza a prendersela con il barometro, mentre “abolito il barometro, non è con questo abolito il cattivo tempo”.

Oggi in Europa assistiamo a questo fenomeno: dal momento che Benedetto XVI è l’unico o quasi a denunciare la drammatica situazione di crisi sui tre aspetti cui ho fatto cenno – certo, forse anche perché non deve presentarsi a nessuna elezione, dove gli elettori di solito non premiamo gli annunciatori di cattive notizie – nell’immaginario di un certo laicismo europeo fa la fine del barometro di Gramsci.

Ma non è che impedendo di parlare al Papa – come è avvenuto a Roma all’Università La Sapienza – i problemi magicamente spariscano. Ci sono poi altri che pensano che quelli che il Papa denuncia come problemi siano in realtà risorse: che la crisi della famiglia tradizionale, l’aborto, l’eutanasia, la negazione del concetto di legge naturale, il multiculturalismo senza freni per cui non accettare di legalizzare la poligamia in una società dove ci sono molti musulmani è una forma di razzismo, siano tutti fenomeni positivi, da promuovere, che ci porteranno a una società con minori conflitti.

Per costoro il conflitto nasce dalla pretesa di chi crede che esista una verità; mentre dove si conviene che la verità non esiste il conflitto scompare.

Questa utopia è stata così spesso smentita dalla storia che sostenerla dovrebbe risultare ormai imbarazzante: ma non è così.

Dove le società sono complesse – e l’Europa di oggi lo è – non c’è scampo: o fra persone che hanno culture e religioni diverse si trova, appunto, una “grammatica della vita comune”, regole comuni che consentano di convivere – che possono soltanto derivare dalla ragione e da una legge naturale che la ragione può conoscere – o ci si riduce al conflitto di tutti contro tutti.

O le questioni conflittuali sono risolte con il richiamo a un diritto naturale valido per tutti o sono risolte a suon di violenza e di bombe.

Lei parla di diverse fasi di relativismo. Dove siamo oggi?

Introvigne: Siamo nella fase del relativismo aggressivo. Il vecchio relativista teorizzava, anche se non sempre praticava, la massima di Voltaire secondo cui “io non condivido la tua idea ma sono disposto a dare la vita perché tu possa sostenerla liberamente”.

Come sappiamo, Voltaire era il primo a non mettere in pratica questa massima quando si trattava della Chiesa cattolica.

Tuttavia c’erano, e ci sono ancora, dei vecchi volterriani che credono per davvero a quello che dicono e che, pur essendo personalmente relativisti, non chiedono allo Stato di punire chi non è relativista.

I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato, con conseguente repressione penale dei non relativisti. Un semplice esempio: i vecchi relativisti affermavano che “la camera da letto di un omosessuale è il suo castello” (adattando una vecchia massima inglese: il castello è il luogo dove neanche il re con le sue leggi può entrare), di cui

lo Stato non deve occuparsi, dove gli omosessuali non meno degli eterosessuali devono essere lasciati liberi di fare tutto quello che vogliono.

Il nuovo relativista pretende invece che lo Stato costruisca al gay le mura del castello e arresti chi si avvicina o anche semplicemente chi esprime opinioni critiche. È questo il senso delle leggi sull’omofobia, che non puniscono affatto chi malmena o insulta trivialmente gli omosessuali (per questo ci sono già naturalmente le leggi ordinarie) ma – secondo la formula della legge proposta dal Governo italiano ora dimissionario – reprimono chi esprima “giudizi di superiorità”, cioè consideri l’unione eterosessuale intrinsecamente superiore rispetto all’unione omosessuale, o pensi – come fa la Chiesa – che quest’ultima è intrinsecamente disordinata.

E allora, qual è il segreto dell’Europa?

Introvigne: Il segreto dell’Europa è la sua storia millenaria, in cui entrano certamente altre componenti – per esempio, è del tutto ineliminabile l’apporto delle comunità ebraiche – ma che nel suo percorso di fondo è cristiana. Per quanto ricoperti dai detriti di un enorme fuoco di sbarramento aperto dal laicismo e dal relativismo, i valori di questa storia sono ancora vivi e presenti.

Certo, lo sono di più in alcuni Paesi che in altri: per esempio, a proposito dell’Italia, Benedetto XVI ha detto al convegno ecclesiale di Verona, il 19 ottobre 2006, che “la Chiesa qui è una realtà molto viva, – e lo vediamo! – che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione” e che “le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti”.

Ora, si potrebbe dire che lo stesso Benedetto XVI da una parte parla di un’Europa “pronta a congedarsi dalla storia”, dall’altra vede (almeno in Italia, ma non si tratta certo dell’unico Paese per cui sia valgono considerazioni analoghe, sia il Papa le ha proposte nei suoi discorsi) “tradizioni cristiane ancora radicate”: non ci sarà forse una contraddizione? La risposta è no.

Il Papa parlando della crisi dell’Europa non ci convoca a un funerale, ma al capezzale di un malato. Un malato grave, cui è inutile nascondere la gravità della sua condizione. Ma un malato che ha ancora in sé – nascoste da qualche parte – le potenzialità per guarire.

Come il buon medico, Benedetto XVI – se da una parte non tace sui pericoli che il morbo possa diventare mortale – dall’altra scruta con attenzione e valorizza sistematicamente ogni piccolo miglioramento, ogni spunto di guarigione.

Se nel deserto ogni tanto spunta una piantina, non va sradicata ma coltivata perché diventi domani un albero e dopodomani un bosco. Ma per coltivare la piantina occorre irrigarla, e non basta l’entusiasmo: che pure, quando è rivolto al Papa, ai suoi interventi e ai suoi viaggi è sempre un buon punto di partenza. È necessaria l’acqua solida della dottrina e del magistero.

Il libro “Il segreto dell’Europa” nasce dall’esperienza di trentacinque anni di attività che ho svolto in Alleanza Cattolica, un’agenzia di laici cattolici che ha come scopo principale lo studio, la diffusione e l’applicazione dell’insegnamento del magistero pontificio.

Mai come in questi anni – e senza assolutamente disprezzare chi nella Chiesa ha altre vocazioni e opera con modalità diverse – l’opera di diffusione degli insegnamenti del Papa (penso per esempio al magnifico affresco della storia profana e della storia della salvezza nella “Spe salvi”, come sempre però scomparsa dal radar dei mezzi di comunicazione di massa dopo pochi giorni dalla pubblicazione) mi sembra indispensabile e urgente.

(fonte: ZENIT.ORG)

Il Papa ai Gesuiti: la Chiesa ha bisogno di voi e conta su di voi per portare il Vangelo dove altri non arrivano

“Amare e servire” il Papa - come il tipico “quarto voto” li sprona a fare - e servire la Chiesa con lo slancio leggendario di tanti predecessori, da riscoprire oggi in un’epoca in cui il Vangelo trova ostacoli in un dilagante relativismo etico e nel materialismo pratico. E’ il grande impegno spirituale e apostolico che Benedetto XVI chiede alla Compagnia di Gesù: il Papa ne ha parlato durante l’udienza concessa questa mattina ai membri della 35.ma Congregazione generale, che un mese fa ha eletto il nuovo preposito, padre Adolfo Nicolás. Il servizio di Alessandro De Carolis:


Da una parte, c’è un mondo che è “teatro di una battaglia fra il bene e il male”, dove il male cova nell’individualismo di idee e azioni che relativizzano il sacro, si propaga attraverso la “confusione di messaggi”, che rendono difficile l’ascolto del Messaggio di Cristo, e ristagna in quelle “situazioni di ingiustizia” e di conflitto delle quali i primi a farne le spese sono i poveri. Dall’altra parte, c’è un Ordine religioso che in quasi cinquecento anni è stato capace di sfidare ogni avversità storica e culturale e di portare realmente il Vangelo ai confini del mondo, grazie all’intelligenza e all’abnegazione di persone che rispondono al nome di Francesco Saverio, Matteo Ricci o Roberto De Nobili, solo per citare i più noti. Questi esempi servono ancora oggi e Benedetto XVI ha chiesto alla Compagnia di Gesù di formare “persone di fede solida e profonda, di cultura seria e di genuina sensibilità umana e sociale”:


“Voglio oggi incoraggiare voi e i vostri confratelli a continuare sulla strada di questa missione, in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel contesto ecclesiale e sociale che caratterizza questo inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei Predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, conta su di voi, e continua a rivolgersi a voi con fiducia, in particolare per raggiungere quei luoghi fisici e spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad arrivare”.


Oggi, ha constatato il Papa, non sono tanto “i mari o le grandi distanze gli ostacoli che sfidano gli annunciatori del Vangelo, quanto le frontiere che, a seguito di una errata o superficiale visione di Dio e dell’uomo, vengono a frapporsi fra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la fede e l’impegno per la giustizia”. Su queste frontiere, ha rilanciato Benedetto XVI, i Gesuiti devono invece “testimoniare e aiutare a comprendere che vi è invece un’armonia profonda fra fede e ragione”, da tradursi - ha sollecitato - in una difesa di quei “punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare”. In sintesi, il matrimonio e la famiglia, la morale sessuale, la questione della salvezza di tutti gli uomini in Cristo:


“Proprio per questo vi ho invitato e vi invito anche oggi a riflettere per ritrovare il senso più pieno di quel vostro caratteristico ‘quarto voto’ di obbedienza al Successore di Pietro, che non comporta solo la prontezza ad essere inviati in missione in terre lontane, ma anche - nel più genuino spirito ignaziano del ‘sentire con la Chiesa e nella Chiesa’ - ad ‘amare e servire’ il Vicario di Cristo in terra con quella devozione ‘effettiva ed affettiva’ che deve fare di voi dei suoi preziosi e insostituibili collaboratori nel suo servizio per la Chiesa universale”.

Una fedeltà che poco prima, nel suo indirizzo di saluto al Pontefice, il neo preposito generale della Compagnia, padre Nicolás, aveva ribadito con estrema schiettezza:


“Ci rattrista, Padre Santo, che le inevitabili insufficienze e superficialità di alcuni tra noi vengano talvolta utilizzate per drammatizzare e rappresentare come conflitti e opposizioni quelle che spesso sono solo manifestazioni di limiti e imperfezioni umane, o inevitabili tensioni del vivere quotidiano. Ma tutto ciò non ci scoraggia, né attenua la nostra passione, non solo di servire la Chiesa, ma anche, con maggiore radicalità, secondo lo spirito e la tradizione ignaziana, di amare la Chiesa gerarchica e il Santo Padre, Vicario di Cristo”.

Benedetto XVI ha espresso apprezzamento per le opere di solidarietà cone le quali i Gesuiti - sulla scia, ha detto, di una “delle ultime lungimiranti intuizioni di di Padre Arrupe” - si sono messi a servizio dei rifugiati. Nel mettere in guardia a che tali opere “conservino sempre una chiara ed esplicita identità”, che non pregiudichi la bontà del lavoro apostolico, il Papa si è soffermato sul senso cristiano del servizio ai chi è nel bisogno:


“Per noi la scelta dei poveri non è ideologica, ma nasce dal Vangelo. Innumerevoli e drammatiche sono le situazioni di ingiustizia e di povertà nel mondo di oggi, e se bisogna impegnarsi a comprenderne e a combatterne la cause strutturali, occorre anche saper scendere a combattere fin nel cuore stesso dell’uomo le radici profonde del male, il peccato che lo separa da Dio, senza dimenticare di venire incontro ai bisogni più urgenti nello spirito della carità di Cristo”.


La conclusione dell’ampio discorso è stata riservata da Benedetto XVI all’importanza degli esercizi spirituali, da poco celebrati in Vaticano e pratica fondamentale nell’ascetica di Sant’Ignazio di Loyola. Sono uno “strumento prezioso ed efficace”, ha riconosciuto il Papa, per distinguere la voce di Dio nel rapido e spesso caotico mutare degli eventi e dei messaggi odierni. Quindi, Benedetto XVI ha concluso con la preghiera composta dal fondatore dei Gesuiti e definita “troppo grande” al punto che, ha ammesso il Pontefice, “quasi non oso dirla”: “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridòno; tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia; questo mi basta”.

(fonte: Radio Vaticana)

La madre incinta ha il cancro: le due gemelline in grembo lo spostano

Michelle Stepney premiata in Inghilterra con il «Women Courage Award»

MILANO — Lei, la mamma, cercava di salvare la vita alle sue bambine non ancora nate, rifiutando un intervento chirurgico e la classica chemioterapia (optando per una forma leggera) che l’avrebbero costretta

Michelle Stepney con le due gemelline

all’aborto. Loro, le due gemelline, hanno letteralmente «preso a calci» il tumore materno, spostandolo e impedendo che facesse danni a tutte e tre. E sono nate sane e salve alla trentatreesima settimana di gravidanza. Così Michelle Stepney ha avuto, da parte del Cancer Research britannico, una nomination al Women Courage Award, che vuole premiare chi fa qualcosa di veramente speciale per sé o per gli altri. E questa storia è davvero speciale, quasi incredibile. La donna, 35 anni, di Londra, era rimasta incinta ed era stata successivamente ricoverata in ospedale per un sospetto aborto. Solo allora i medici del Royal Marsden Hospital hanno scoperto che aveva un tumore alla cervice uterina. Michelle Stepney, già mamma di un bambino di cinque anni di nome Jack, ha deciso di accettare soltanto una chemioterapia leggera e nient’altro che avrebbe potuto mettere fine alla gravidanza. «E’ stata una decisione difficile da prendere — ha detto la donna alla Bbc —. Volevo essere sicura che quello che stavo facendo fosse giusto per Jack, ma non volevo fare qualcosa di sbagliato per le bambine». E ha aggiunto: «Sentivo le mie figlie scalciare, ma non potevo certo immaginare che avrebbero “spostato” il tumore». Così Alice e Harriet sono nate con un cesareo: erano senza capelli proprio per gli effetti collaterali dei farmaci chemioterapici, ma oggi stanno bene. Soltanto dopo quattro settimane dal parto, la donna si è sottoposta a un’isterectomia: fortunatamente il tumore non era diffuso ed è stato completamente asportato.

(Corriere.it)

«Da cancellare i dati sui siti visitati»

L’authority: le informazioni non possono essere conservate neanche a fini di giustizia

ROMA - I gestori di servizi telefonici e di connessione a Internet non possono conservare i dati sui siti visitati e sulle stringhe digitate dagli utenti sui motori di ricerca. Nemmeno per ragioni di giustizia. La decisione è stata presa dal Garante per la privacy (Francesco Pizzetti, Giuseppe Chiaravalloti, Mauro Paissan e Giuseppe Fortunato), che ha stabilito che entro due mesi i gestori - nella fattispecie Telecom Italia, Wind, H3G e Vodafone - dovranno cancellare le informazioni conservate illecitamente e provvedere a una serie di interventi per evitare che accada in futuro, oltre a mettere in sicurezza i dati personali archiviati per legge.

PROVVEDIMENTI - Al termine di una serie di indagini e ispezioni effettuate dal Garante, a Telecom, Vodafone e H3G, in particolare, è stata imposta la cancellazione di informazioni, illegittimamente conservate, riguardanti i siti Internet visitati dagli utenti. A Vodafone, H3G e Wind è stata impartita l’adozione di specifiche misure tecniche per la messa in sicurezza dei dati personali conservati a fini di giustizia. «Questi provvedimenti - ha commentato Mauro Paissan, membro dell’autorità per le privacy - affermano un principio innovativo e importante: va tutelata la riservatezza anche della navigazione in Internet e dell’uso dei motori di ricerca. I gestori telefonici non possono dunque conservare questi dati, nemmeno per ragioni di giustizia. Entro due mesi queste informazioni dovranno ora scomparire. Viene in questo modo riaffermata l’estrema delicatezza delle visite e delle ricerche in Internet».

DATI SENSIBILI - Oltre ai siti Internet visitati le società conservavano anche («per eccesso di zelo», ha ammesso Paissan) le stringhe di ricerca digitate sui motori di ricerca. I gestori - sottolinea il Garante della privacy - devono invece conservare esclusivamente i dati di traffico telematico funzionali alla fornitura e alla fatturazione del servizio di connessione e non quei dati di traffico apparentemente «esterni» alla comunicazione (pagine web visitate o gli indirizzi Ip di destinazione), che possono coincidere di fatto con il «contenuto» della comunicazione, consentendo di ricostruire relazioni personali e sociali, convinzioni religiose, orientamenti politici, abitudini sessuali e stato di salute. La mancata adozione di alcune misure di sicurezza e l’indebita conservazione dei dati sulla navigazione in Internet sono emerse - sottolinea la nota - nel corso dell’attività ispettiva effettuata dal Garante anche nell’ultimo anno per verificare il rispetto del Codice privacy e delle prescrizioni impartite dal Garante nel dicembre 2005 riguardo alla protezione dei dati di traffico telefonico conservati a fini di giustizia e alle modalità con le quali i gestori di telefonia, fissa e mobile, adempiono alle richieste dell’autorità giudiziaria in materia di intercettazioni.

(da Corriere.it)

CON ‘GRANDE PIANO’ 69% ELETTRICITA’ DA SOLE

ROMA, - La possibilità di abbandonare il petrolio ed ottenere buona parte dell’energia elettrica dal Sole c’é, quello che manca è la volontà politica. Lo sostiene la rivista americana Scientific American, che ha elaborato un ‘grande piano solare’ con cui sarebbe teoricamente possibile produrre il 69% dell’energia elettrica di un grande paese come gli Usa soltanto utilizzando il Sole e a costi competitivi con quelli attuali. L’energia che arriva dal Sole in 40 minuti, scrive la rivista, sarebbe sufficiente a coprire il consumo globale per un anno. Convertendo solo il 2,5% di quella che colpisce gli stati del Southwest americano si coprirebbero i consumi statunitensi del 2006. Attualmente però dal solare gli Stati Uniti ricavano solo il 6% dell’energia. Il piano proposto da Scientific American prevede di ottenere almeno 3mila Gigawatts di energia da impianti fotovoltaici, da stoccare con la tecnica dell’aria compressa e da distribuire con un metodo totalmente nuovo di trasmissione.

L’obiettivo del 69%, che potrebbe essere addirittura maggiore se al fotovoltaico si accoppiassero le altre fonti rinnovabili, sarebbe raggiunto nel 2050 al prezzo di 400 miliardi di dollari, appena il doppio di quanto prevedeva di spendere la Casa Bianca per la guerra in Iraq. “Queste cifre sono scientificamente valide, ma rimarranno un buon auspicio se non ci sarà la volontà politica - spiega Carlo Manna, responsabile del centro studi dell’Enea - gli Usa sono stati i primi a investire nel solare già negli anni ‘80, ma poi la politica non ha piu’ sostenuto questa strada e adesso gli americani sono indietro anche rispetto alla Cina, oltre che a Spagna e Germania che sono ai massimi livelli. Il potenziale c’é ed è notevolissimo, ma senza investimenti questi rimangono scenari irrealizzabili, anche se la tecnologia adatta già c’é”.

Se negli Usa è difficile, per l’Italia sarebbe quasi impossibile raggiungere un obiettivo del genere: “Anche in Italia le possibilità tecnologiche ci sono, e spesso sono anche più avanzate del resto del mondo, come nel caso del solare a concentrazione in cui addirittura vendiamo pezzi alla Spagna - conferma Manna - il problema sono le difficoltà del sistema, dalla farraginosità nell’ottenere le autorizzazioni e la scarsità di installatori degli impianti”. Il piano proposto per gli Usa permetterebbe di chiudere 600 centrali elettriche tradizionali, e di abbattere le emissioni del 62%: “Non solo - sottolinea l’esperto - in Usa si fanno già i conti di quanti posti di lavoro e quanta ricchezza possono derivare incentivando le energie rinnovabili. Da noi ancora non ci sono invece le industrie necessarie a sostenere un aumento della domanda di fotovoltaico, rischiamo di dover comprare gli impianti all’estero con un costo enorme sulla bolletta”.

(fonte: ANSA.it)

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