Rassegna stampa di notizie più o meno interessanti (per me) dalla rete

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La Ru486 arriva in Italia. Dura condanna del Vaticano

In Rassegna Stampa, Religion on July 31, 2009 at 12:58 am

la Santa Sede: «scomunica per chi la usa e per chi la prescrive»

ROMA – La Ru486 arriva in Italia. Dopo una riunione durata più di quattro ore, è arrivato giovedì in tarda serata il via libera a maggioranza (quattro contro uno) dall’Agenzia italiana del farmaco alla pillola abortiva. Il Consiglio di amministrazione dell’Aifa ha infatti approvato l’immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. Nel Cda dell’Aifa hanno votato a favore della pillola il presidente Sergio Pecorelli e i consiglieri Giovanni Bissoni, Claudio De Vincenti e Gloria Saccani Jotti. Ad esprimersi negativamente è stato invece Romano Colozzi, assessore alle Risorse e Finanze della Regione Lombardia. La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha spiegato l’assessore Bissoni, c’è un «richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all’utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco – ha aggiunto – entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana». Entro questo termine, infatti, le complicanze per l’uso del farmaco sono sovrapponibili a quelle dell’aborto chirurgico, ha concluso l’assessore.

LA CONDANNA DEL VATICANO – Ancora prima che l’Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato all’attacco contro la pillola abortiva. L’Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. «La decisione dell’Aifa a favore della commercializzazione – secondo il sottosegretario, non è scontata, alla luce delle 29 morti tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486. Sulla sicurezza della pillola, dunque, “persistono molte ombre”», ha scritto il quotidiano vaticano. È stato poi monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Academia pro Vita, a spiegare che l’uso della pillola in questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti dell’aborto chirurgico. «Dal punto di vista canonico è come un aborto chirurgico» sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486 equivale ad un aborto volontario con effetto sicuro, perché se non funziona il farmaco c’è l’obbligo di proseguire con l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa diversa è la pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato il concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per il medico, per la donna e per tutti coloro che spingono al suo utilizzo». «Rimango allibito dall’atteggiamento dell’Aifa (agenzia italiana per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e « spero – ha aggiunto – che ci sia un intervento da parte del governo e dei ministri competenti» perché la pillola abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale».

«L’AGGRAVANTE DEL RISCHIO PER LA MADRE» – La pillola«ha effetto abortivo, quindi valgono – prosegue Sgreccia – tutte le considerazioni che valgono quando si parla di aborto volontario. C’è, inoltre, un’aggravante che dovrebbe far riflettere anche chi appoggia la legalizzazione dell’aborto chirurgico, ed è il rischio per la madre. Più di venti donne sono morte per effetto della somministrazione di questa sostanza. Questo farmaco assume, quindi, la valenza del veleno. È una sostanza non a fine di salute, ma a fine di morte. Si va contro la regola fondamentale della vita della madre. Bisognerebbe, per questo motivo, sospendere tutto. Inoltre – prosegue il vescovo – si cerca di scaricare sulla donna sola la responsabilità della decisione. Si torna a una forma di privatizzazione dell’interruzione di gravidanza. All’inizio si è legalizzato l’aborto proprio per toglierlo dalla clandestinità, ora il medico se ne lava le mani e il peso di coscienza ricade sulla donna».

«SULL’AIFA PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE» - Sgreccia poi non ha dubbi sulle cause che spingono l’Aifa alla liberalizzazione del farmaco: si tratta, secondo il presule, di «pressioni politiche ed economiche».

(fonte: CorrieredellaSera.it)

Ior, chiude dopo vent’anni l’era Caloia

In Rassegna Stampa, Religion on July 23, 2009 at 10:47 pm

Alla presidenza arriverà Gotti Tedeschi, economista voluto dal cardinale Bertone

GIACOMO GALEAZZI
CITTA’ DEL VATICANO

«L’era Caloia si è conclusa». Per tre giorni, da martedì a giovedì, si è riunita in Vaticano la commissione di quindici porporati che sovrintende alle questioni organizzative ed economiche della Santa Sede. Hanno approvato il bilancio annuale del Vaticano, ma soprattutto hanno discusso del futuro dello Ior, la banca del Vaticano con i suoi 130 dipendenti, i 40 mila conti correnti, i clienti selezionati e top secret. La sorte del presidente è stata decisa. «L’uscita di Angelo Caloia è certa», concordano fonti vaticane e bancarie. E avverrà ben prima dei due anni che mancano alla scadenza prevista. Del nuovo assetto di vertice si occuperà presto un altro «conclave» più ristretto, cioè il consiglio dei cinque cardinali che vigila sulla banca del Papa, presieduto dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone e la cui composizione è recentemente stata modificata come «prologo di un più generale cambiamento allo Ior».

Il rinnovamento «tranquillo» del governo «gentile» di Benedetto XVI ha riguardato l’intera Curia, inclusa la novità senza precedenti del mandato non rinnovato alla scadenza del quinquennio al «papa rosso» Sepe, ministro delle missioni. Scelte anche traumatiche, che però finora non avevavo riguardato la cabina di comando della banca vaticana. Caloia, osservano in Curia, è l’ultimo del vecchio corso rimasto sulla sua poltrona oltre al ministro dei vescovi, Giovanni Battista Re.

«Lo Ior non è una realtà semplice e il cambio della guardia ha richiesto più tempo». Nei Sacri Palazzi si ipotizza che non sia dispiaciuto troppo a Caloia il libro-scandalo «Vaticano spa» sui conti segreti dell’Istituto. Inoltre il banchiere che da vent’anni domina la banca vaticana si sarebbe costituito «un’uscita più che onorevole» con un incarico «operativo e molto ben remunerato in Fideuram», da affiancare alla «pensione faraonica» predisposta allo Ior. E anche se ai suoi collaboratori continua ad assicurare che resterà fino a tutto il 2010, lo stesso Caloia è a conoscienza della volontà del Papa e del suo braccio destro, il salesiano Bertone di procedere all’avvicendamento «nel volgere di pochi mesi».

Con lui è in uscita anche monsignor Piero Pioppo, per il quale l’ex segretario di Stato, Sodano (poco prima di lasciare l’incarico) ha ricreato quella carica di Prelato dello Ior rimasta vacante dopo l’infausta stagione di Paul Marcinkus, Luigi Mennini, Pellegrino de Stroebel e Donato De Bonis. Per lo «zelante» Pioppo, che fa parte del servizio diplomatico della Santa Sede, si prospetta la promozione in una della nunziature che entro breve passeranno di mano. Nell’Istituto di Ratzinger-Bertone difficilmente sarà confermato il vicepresidente Virgil Dechant, mentre il direttore generale Paolo Cipriani e il suo vice Massimo Tulli sono appena stati nominati e sono «emanazione» del nuovo corso ratzingerian-bertoniano.

Della necessità di un ricambio si sarebbero convinti nella Commissione di Vigilanza, oltre al trio di Curia (Tarcisio Bertone-Attilio Nicora-Jean Louis Tauran) anche i cardinali extraeuropei Telesphore Placidus Toppo e Odilo Pedro Scherer. Caloia, mandato scaduto e prorogato «fino a diversa soluzione», è considerato «espressione di passate gestioni» della segreteria di Stato e «autonomo» al punto da difendere l’amico Giovanni Bazoli messo sotto scacco da Mediobanca e scontrarsi con l’economo dei salesiani e presidente della Polaris investment Italia, Giovanni Mazzali sulla gestione del risparmio etico degli enti ecclesiastici.

Salvo improbabili outsider dell’ultim’ora, la scelta del Papa e di Bertone è orientata su Ettore Gotti Tedeschi, economista della Cattolica, editorialista dell’«Osservatore romano» e navigato banchiere (McKinsey, Akros, Banco Santander), favorito sull’«anziano» Hans Tietmeyer, ex presidente della Bundesbank, e sull’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio, sponsorizzato da Re ma azzoppato dalle bufere giudiziarie. Gotti Tedeschi potrà contare sulla cooperazione del fedelissimo di Bertone, il genovese Giuseppe Profiti, direttore amministrativo del Bambin Gesù, e a suo tempo indicato come possibile candidato, e su quella dell’uomo di fiducia del cardinale Angelo Bagnasco, Marco Simeon, il giovane sanremese da tempo «ambasciatore» di Cesare Geronzi in Vaticano.

Tra i signori della «finanza bianca», i tradizionali alleati di Caloia (Giovanni Bazoli, Corrado Passera, Giuseppe Guzzetti) sembrano ormai convengere con i sostenitori del cambiamento (Fabrizio Palenzona, Paolo Biasi, Carlo Fratta Pasini, Roberto Mazzotta). Favorevole a Gotti Tedeschi sia l’Opus Dei sia la ciellina Compagnia delle Opere. Nella torre Niccolò V in Vaticano si volta pagina.

(Fonte: LaStampa.it)

Pedofilia, lascia l’ex segretario di tre papi

In Rassegna Stampa, Religion on March 8, 2009 at 3:31 pm

Le dimissioni di John Magee: ha assistito da Paolo VI a Wojtyla. Trovò Luciani morto

MILANO – Il vescovo irlandese John Magee si è dimesso ieri dopo essere stato travolto dalle polemiche per come aveva gestito un’inchiesta su presunti casi di pedofilia nella sua diocesi. Magee è stato segretario privato di tre pontefici, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Fu lui il primo a vedere il cadavere di papa Luciani. E nel 1982 fu nominato Maestro di cerimonie pontificie. Nato nel 1936 in Irlanda, Magee fino a ieri era il vescovo di Cloyne, nel sud del Paese. Proprio nella diocesi che reggeva dal 1987 alla fine dell’anno scorso è scoppiato uno scandalo su presunti abusi sessuali nei confronti di minori. Il 19 dicembre era stato pubblicato il «rapporto Cloyne», preparato dall’organismo della Chiesa cattolica che si occupa di salvaguardia dei bambini, una struttura messa in piedi dalla Chiesa ma indipendente dalle gerarchie ecclesiastiche.

Il rapporto
Secondo quel rapporto, le pratiche di protezione dei minori a Cloyne sarebbero state «inadeguate e sotto certi aspetti dannose», e proprio per questo i bambini erano stati «messi a rischio ». Il 7 gennaio una commissione d’inchiesta dell’arcidiocesi di Dublino è stata incaricata di esaminare quello che accadeva nella diocesi retta da John Magee. Una settimana più tardi il cardinale Sean Brady, primate cattolico, aveva risposto a chi pretendeva le dimissioni del vescovo, spiegando che Magee aveva promesso «cambiamenti e progressi nella sua diocesi». Ma le polemiche non si erano fermate. In particolare, da parte dei portavoce dell’associazione «One in four» che supporta le vittime di abusi sessuali, che invocava l’intervento del governo. Pare che il 4 febbraio Magee si sia rivolto direttamente al Vaticano preannunciando l’intenzione di dimettersi e chiedendo di nominare un «amministratore apostolico» che gestisca la diocesi in vece sua.

Il commiato
«Mi sono impegnato a collaborare in tutti i modi con il lavoro della Commissione d’inchiesta — ha detto ieri sera Magee parlando ai fedeli raccolti a messa nella cattedrale di St. Colman —. Sono consapevole del fatto che dovendo dedicare tempo ed energie a questo scopo, condurre la normale attività di amministrazione della diocesi diventerebbe molto complicato ». È stato il suo commiato. Magee mantiene la carica di vescovo. Ma un comunicato diffuso ieri dalla conferenza episcopale irlandese ha già annunciato che papa Benedetto XVI ha stabilito che sia sostituito alla guida della diocesi di Cloyne dall’arcivescovo di Cashel ed Emly, Dermot Clifford. «Darò tutti i contributi necessari alla Commissione d’inchiesta» ha detto Clifford.


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Le polemiche
«La decisione del Santo Padre — ha spiegato il primate Brady — è un’indicazione di quanto per la Chiesa siano importanti la tutela dei minori e il prendersi cura delle vittime». Negli ultimi anni l’autorità della Chiesa cattolica irlandese è stata toccata da diversi episodi di pedofilia e di abusi sessuali. In particolare, le gerarchie ecclesiastiche erano state accusate di aver coperto alcuni di questi casi, trasferendo altrove i preti finiti sotto accusa.

(fonte: CORRIEREDELLASERA.IT)

Messaggio per la 43ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

In Rassegna Stampa, Religion, Web on March 8, 2009 at 3:17 pm

Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia. “Il Web è un dono di Dio”.

Cari fratelli e sorelle,

in prossimità ormai della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, mi è caro rivolgermi a voi per esporvi alcune mie riflessioni sul tema scelto per quest’anno: Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia. In effetti, le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani. Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione. Nel messaggio di quest’anno, il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale: con loro vorrei condividere alcune idee sullo straordinario potenziale delle nuove tecnologie, se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana. Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile.

L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni. I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni. Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.

Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre.

Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.

Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri. In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani. Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore. Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” e “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (cfr Mc 12,30–31). In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione. Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia.

Pertanto, coloro che operano nel settore della produzione e della diffusione di contenuti dei nuovi media non possono non sentirsi impegnati al rispetto della dignità e del valore della persona umana. Se le nuove tecnologie devono servire al bene dei singoli e della società, quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi.

Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri. Simili incontri, tuttavia, per essere fecondi, richiedono forme oneste e corrette di espressione insieme ad un ascolto attento e rispettoso. Il dialogo deve essere radicato in una ricerca sincera e reciproca della verità, per realizzare la promozione dello sviluppo nella comprensione e nella tolleranza. La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze: è piuttosto ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Occorre non lasciarsi ingannare da quanti cercano semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.

Il concetto di amicizia ha goduto di un rinnovato rilancio nel vocabolario delle reti sociali digitali emerse negli ultimi anni. Tale concetto è una delle più nobili conquiste della cultura umana. Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani. Proprio per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre. Per questo motivo occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on–line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano.

L’amicizia è un grande bene umano, ma sarebbe svuotato del suo valore, se fosse considerato fine a se stesso. Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana. In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione. Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti. Ci si deve tuttavia preoccupare di far sì che il mondo digitale, in cui tali reti possono essere stabilite, sia un mondo veramente accessibile a tutti. Sarebbe un grave danno per il futuro dell’umanità, se i nuovi strumenti della comunicazione, che permettono di condividere sapere e informazioni in maniera più rapida e efficace, non fossero resi accessibili a coloro che sono già economicamente e socialmente emarginati o se contribuissero solo a incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana.

Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede. Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo. A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo “continente digitale”. Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la “buona novella” di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità. Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.

Sua Santità Benedetto XVI – Dal Vaticano, 24 gennaio 2009, Festa di San Francesco di Sales.

“Caro vescovo attento, non è finita”

In Rassegna Stampa, Religion on February 27, 2009 at 9:10 am
David Irving

David Irving

«E’ venuto a un party a casa mia, spero che ascolti i miei consigli»

DI FRANCESCA PACI
«Il vescovo Williamson deve fare molta attenzione, gliel’ho scritto. Credo che non si renda conto del guaio in cui si è cacciato. Se pensa che la storia finisca con l’Argentina sbaglia. E’ probabile che ora sia automaticamente bandito dal Canada e dagli stati del Commonwealth. L’Australia ha modificato la legge sull’immigrazione per non farmi entrare». Lo storico revisionista David Irving siede nel salotto chiaro della grande casa vittoriana a Dorney, nella campagna del Berkshire, dove vive da due anni. Si è trasferito qui nel 2007, quando è uscito dal carcere viennese in cui ha passato 13 mesi per apologia del nazismo.

L’arredamento è spartano. Faldoni e cartelle di appunti addossati alle pareti con pochi quadri e nessun libro; un grande televisore con i dvd dei film «Poseidon» e «Ever After» con Anjelica Huston; sul camino le foto delle cinque figlie, la maggiore delle quali morta suicida nel ‘99 dopo aver combattuto tutta la vita contro la schizofrenia. «Il reverendo Williamson l’ho conosciuto qui, in casa mia, lo scorso ottobre» continua Irving. Una grande vetrata si apre sul giardino con fontana, immalinconito dalla luce grigia del pomeriggio nuvolo: «Un amico l’ha portato al mio garden party, c’erano novanta persone. Di solito in queste occasioni non riesco a scambiare più di due parole con nessuno, ma con sua Eccellenza ho chiacchierato una decina di minuti. Nessun accenno all’Olocausto, ci siamo intrattenuti sul cattolicesimo, io sono un tradizionalista, conservatore, ho studiato il latino, non apprezzo le aperture liberali della chiesa. Lui era ancora ai margini del Vaticano, poi per qualche ragione il Papa l’ha riammesso». Nel computer portatile aperto sul tavolo della cucina in legno conserva le foto di quella festa. C’è nè una in cui compare accanto al vescovo lefebvriano con in mano un calice di champagne. Irving l’aveva messa sul suo sito internet. Ma il 28 gennaio, un mese fa, l’avvocato tedesco di Williamson ha suggerito al cliente appena perdonato dal Pontefice di farla rimuovere perché «non sarebbe utile se la notizia fosse notata in Germania».

Il giorno stesso il vescovo gli ha mandato un’email: «Caro signor Irving, mi fa piacere che si ricordi del nostro breve incontro ma dovrei chiederle di non farmi pubblicità in questo momento». «Ho tolto l’immagine ovviamente, poi gli dato qualche consiglio, gli ho indicato quello che può dire sull’Olocausto senza crearsi problemi. Finchè Williamson è stato in Argentina abbiamo comunicato direttamente, ora ci scriviamo attraverso un comune amico inglese che ho sentito anche mercoledì». David Irving, settantun anni a marzo, è autore di diversi libri tra cui «Apocalisse a Dresda», «La guerra di Hitler», «Norimberga ultima battaglia», il primo pubblicato in Italia da Mondadori, gli altri dalla casa editrice Settimo Sigillo specializzata in storia della destra. Dopo la causa persa nel 1996 contro la storica americana Deborah Lipstadt e la sentenza della Corte che lo definiva «attivo negatore dell’Olocausto» lavorare gli è stato sempre più complicato. Ha pronte tre biografie, dice.

La sua, scritta in carcere, la storia di Churchill e quella di Himmler: «Il problema è pubblicarle, anche in Italia ci sono difficoltà». Quando il Vaticano ha ritirato la scomunica riaccogliendo i lefebvriani e il reverendo Williamson è finito nell’occhio del ciclone per le interviste in cui negava l’esistenza delle camere a gas, David Irving s’è ricordato di lui: «Un uomo molto intelligente, molto inglese, molto innocente». La loro corrispondenza è cominciata così: «Israele ha scatenato questa tempesta contro di lui e la Chiesa cattolica, guidata da un papa tedesco, per distrarre il mondo dal massacro di Gaza. Mi piacerebbe rincontrare sua Eccellenza, ma credo che nelle prossime settimane sarà molto occupato. Ho l’impressione che la Chiesa gli abbia raccomandato un basso profilo. Per due anni non farà nulla. Per questo, in privato, voglio dargli una mano. Lui non ha studiato l’Olocausto, non sa che in molti paesi europei negarlo è un reato e dei peggiori». In un’email di qualche settimana fa lo stesso Williamson gli aveva chiesto aiuto e materiale su Auschwitz. Lo storico più amato dai revisionisti non se l’è fatto ripetere: «Gli ho spiegato che la cosa migliore è ammettere che ci sono stati omicidi di massa organizzati dal 1942 al 1943 nei tre campi controllati da Himmler, Treblinka, Sobibor e Belzec. La cifra è da verificare ma sua Eccellenza non può discutere che sia accaduto».

Non lo mette in dubbio neppure lui che è stato a Treblinka un anno fa: «Mi sono convinto che lì potrebbero essere stati uccisi due o tre milioni di persone. C’è un documento tedesco del 1943 desecretato dagli inglesi che, sebbene con qualche discrepanza, parla di un milione e duecentomila morti nel 1942. Ma poiché i campi funzionarono fino all’ottobre del 1943 il numero potrebbe essere il doppio». Su Auschwitz invece, il vescovo lefevriano può star tranquillo, i suoi dati coincidono con quelli di Irving: «Ad Auschwitz sono morte circa 300 mila persone di paesi diversi. Il resto è leggenda costruita per i turisti che vanno lì come a Disneyland».

ntra una ragazza bionda sui venticinque anni e gli ricorda l’appuntamento dal medico. «E’ la mia assistente americana, è arrivata ieri dagli Stati Uniti» dice lo storico bevendo l’ultimo sorso di caffè. Il notiziario annuncia che il vescovo Williamson ha appena chiesto perdono alla Chiesa e alle vittime dell’Olocausto. David Irving scuote la testa, le scuse non sono esattamente un dietrofront. «Conoscendolo penso che non ritratterà. Ha sempre detto d’essere disponibile a cambiare idea solo alla prova dei fatti. Le persone intelligenti come lui non accettano il pacchetto Olocausto a scatola chiusa» osserva prima di congedarsi. Toglie dal cancello il foglio con scritto Irving («L’avevo messo per il tassista, non voglio che si sappia dove vivo») e si allontana in automobile tra i sentieri tortuosi che avvolgono la sua casa.

(fonte: LASTAMPA.IT)

Vaticano: nuovo scandalo per fondatore Legionari Cristo, aveva un figlio

In Rassegna Stampa, Religion on February 7, 2009 at 3:55 pm

(ASCA) – Citta’ del Vaticano, 4 feb – Il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, avrebbe condotto una doppia vita, mettendo alla luce almeno un figlio. Lo affermano numerose fonti di informazioni statunitensi, secondo le quali i Legionari starebbero considerando di ”sconfessare” Maciel come proprio fondatore e padre spirituale. Un portavoce della congregazione ha dichiarato al New York Times, che ”si puo’ confermare che ci sono alcuni aspetti della sua vita che non erano appropriati per un prete cattolico. Maciel, morto nel 2008, era stato condannato dal Vaticano ad una vita ritirata di preghiera e penitenza dopo alcune accuse di abusi sessuali, sui quali pero’ la Santa Sede non ha mai portato a compimento un processo canonico.

(fonte: ASCA.IT)

Chi imbroglia sull’omosessualità

In Politics, Rassegna Stampa, Religion on December 2, 2008 at 9:13 pm
Il Vaticano critica un’iniziativa solo ideologica e finisce alla gogna

E’ possibile mettere nello stesso mucchio la Polonia che non vuole istituire corsi scolastici per l’accettazione dell’omosessualità e l’Iran che gli omosessuali li impicca? Il buon senso, prima ancora che il senso della giustizia, dovrebbe consigliare risposta negativa. Non a tutti, a quanto pare. La dichiarazione per la “depenalizzazione universale dell’omosessualità” che la Francia – a nome dell’Ue – presenterà all’Onu il 10 dicembre prossimo, sessantennale della Dichiarazione universale dei diriti dell’uomo, non convince il Vaticano, come ha spiegato monsignor Celestino Migliore, responsabile dell’osservatorio della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in un’intervista a un’agenzia di stampa francese. In discussione, ha detto Migliore, non è il rispetto e la tutela delle persone, “parte del nostro patrimonio umano e spirituale”, visto che “il catechismo della chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione”.

Il problema è che “si chiede agli stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni”. Queste perplessità non sembrano affatto infondate, a leggere il testo integrale della dichiarazione proposta dalla Francia. Alla ovvia condanna della negazione di basilari diritti umani si affiancano le solite, ambigue formulazioni fatte apposta per introdurre associazioni arbitrarie. Commetterà “violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali” il paese che non ammette il matrimonio gay? Sarà “discriminazione” da sanzionare l’opinione non “corretta” sull’omosessualità? Una volta lanciata, la dichiarazione francese nulla cambierà in Iran o in Egitto. Ma in altri contesti, per nulla persecutori contro i gay, la si potrà usare come una clava ideologica.

(fonte: ILFOGLIO.IT)

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