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Il pesce fra 40 anni sparirà dalla tavola

In Rassegna Stampa on novembre 3, 2006 at 11:13 pm

Dal 2048 non potremo più mangiare pesce perché tutte le specie che finiscono nei nostri piatti saranno collassate, così ridotte ai minimi termini da non riuscire più a pescarle. Dovremo dire addio a ricci di mare, vongole, tonni, a una lunga serie di mitili che adornano i menù, maanche amerluzzo, nasello, spigola, branzino, orata, pesce spada: l’elenco è sterminato e include pure altri pesci come gli squali. La drammatica prospettiva di mezzo secolo si materializzerà se continueremo a trattare i mari del pianeta come stiamo facendo da almeno cinque decenni.

Dal 1950 al 2003 abbiamo perduto il 65 per cento delle specie pescate all’inizio del periodo considerato. Di quelle presenti oggi il 29 per cento è «collassato », vale a dire che è rimasto meno del dieci per cento. Il triste bilancio di aggressione alle acque è uscito da una poderosa indagine durata 4 anni che ha coinvolto migliaia di scienziati nei cinque continenti il cui lavoro è stato sintetizzato e pubblicato sulla rivista americana Science da 14 ricercatori appartenenti a università e centri americani ed europei. «Purtroppo stiamo assistendo a una accelerata riduzione della capacità di sostentamento e riproduzione della quasi totalità delle specie marine—nota Fiorenza Micheli della Hopkins Marine Station della Stanford University—e le cause sono ormai ben identificate ».


Eccole: eccesso di pesca, distruzione degli habitat
lungo le coste, inquinamento con scarichi che avvelenano gli animali. Purtroppo non c’è quasi zona del pianeta sfuggita alla distruzione: il male riguarda tanto i mari californiani quanto le profondità dell’Atlantico e del Pacifico. «Intorno alla Penisola italiana le condizioni sono tra le peggiori: Adriatico, Ionio, ambienti di scoglio del Tirreno ma anche il Sud del Mediterraneo offrono dati raccapriccianti».


La pesca a strascico è uno degli interventi più dannosi
perché la metà di quanto viene raccolto non serve e viene eliminato. L’annientamento di molte specie, inoltre, provoca squilibri ecologici su vaste regioni favorendo le fioriture delle alghe o la crescita abnorme, ad esempio, delle meduse. «Ma siamo ancora in tempo a intervenire » spiega la scienziata, fiorentina d’origine e californiana d’adozione da quasi vent’anni. «Lo dimostrano — precisa — gli esperimenti condotti in 48 aree protette della Terra dove nel giro di qualche anno non solo la situazione locale si è invertita masi è osservato pure il ripristino delle aree circostanti».

I rimedi sono noti quanto le cause. Prima di tutto si chiede il taglio del pescato con l’eliminazione delle reti o la scelta di pesci che abbiano ritmi di riproduzione più veloce passando, ad esempio, dalle spigole ai calamari o damolluschi come la litofaga ai pettini molto diffusi in Atlantico e altrove. Inoltre bisogna avviare iniziative di protezione dei fondali lungo le rive e soprattutto impedire l’immissione di sostanze chimiche e inquinanti. «È necessario, infine, estendere— suggerisce Fiorenza Micheli —le aree protette le quali favoriscono l’economia locale con un aumento del turismo».

 

 

 

Giovanni Caprara – Corriere.it

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