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Nuovo lavoro sul paradosso dei gemelli

In Uncategorized on febbraio 15, 2007 at 11:22 pm

 

 

 

Contributo dell’indiano Subhash Kak della Louisiana State University


Secondo lo scienziato come riferimento occorre considerare le stelle lontane e non le velocità relative di due oggetti

 

 

 

 

Subhash Kak

Subhash Kak

Lo scienziato indiano Subhash Kak ritiene di aver risolto uno dei paradossi più famosi della fisica: il cosiddetto paradosso dei gemelli, enunciato 102 anni fa da Albert Einstein, anche se in realtà il grande scienziato prendeva in considerazione gli orologi, uno fermo e uno in movimento. La soluzione di Kak, professore alla Louisiana State University di Baton Rouge, sarà pubblicata sulla versione online dell’International Journal of Theoretical Physics. una rivista non tra le più importanti del settore.

Il paradosso consiste (semplificando un po’) in questo. Immaginiamo due gemelli (A e B): A rimane sulla Terra, B parte con una nave spaziale che viaggia all’80% della velocità della luce, quindi a 240 mila km al secondo, per raggiungere una stella distante otto anni luce. Per compiere il viaggio e tornare indietro ci impiega esattamente 20 anni: dieci all’andata e dieci al ritorno. Quando B torna sulla Terra, il gemello A è invecchiato di 20 anni, mentre il gemello B è invecchiato di 12 anni perché, secondo la teoria della relatività ristretta, in un sistema in moto il tempo scorre al 60% rispetto a un sistema in quiete. Questo però se consideriamo come riferimento la Terra.

Se invece prendiamo come riferimento l’astronave, è la Terra a muoversi. L’orologio dell’astronave segnala che a bordo il fratello B impiega 12 anni tra andata e ritorno, ma se con un potente telescopio guardasse l’orologio sulla Terra, si accorgerebbe che questo gira più lentamente. Quindi quando B torna sulla Terra, egli è invecchiato ancora di 12 anni, ma trova A invecchiato di soli 7,2 anni, quindi più giovane di lui. L’esatto opposto di prima.
Come è possibile? Il fatto è che l’astronave non mantiene una velocità costante per tutta la durata del viaggio: prima accelera, poi decelera, si ferma, cambia direzione, accelera e rallenta di nuovo. La Terra invece è un sistema di riferimento inerziale.

Subhash Kak cambia invece interamente prospettiva, risolvendo la questione. Non bisogna considerare le velocità in rapporto ai due oggetti (la Terra e l’astronave), ma in relazione alle stelle lontane. Per le quali, infatti, anche la Terra non rimane ferma ma si muove nell’universo insieme al Sistema solare e alla nostra galassia. Quindi le prospettive cambiano. Utilizzando relazioni probabilistiche, Kak arriva a sostenere quindi che l’universo ha le stesse proprietà generali e non ha importanza il punto in cui ci si trova.

Una soluzione che, secondo altri scienziati che contestano il lavoro di Kak, non risolve del tutto il problema, ma rappresenta solo un contributo.

Secondo lo scienziato indiano, le implicazioni di questo fatto non solo riguardano la comprensione della teoria della relatività, ma hanno importanza anche nelle comunicazioni quantiche e i computer, rendendo possibile realizzare sistemi di comunicazioni più efficienti e affidabili per applicazioni spaziali.

Paolo Virtuani

15 febbraio 2007

(Corriere.it)

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