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Politici e imprenditori spiati – Dimesso l’ex capo sicurezza Telecom

In Rassegna Stampa on marzo 25, 2007 at 11:32 pm

(26 maggio 2006)
Il dirigente aveva libero accesso al centro per le utenze intercettate
Tavaroli lascia l’azienda: è indagato per associazione a delinquere

di CARLO BONINI


Giuliano Tavaroli, già responsabile della sicurezza della Telecom


ROMA – L’indagine della Procura di Milano sull’attività di schedatura illegale dell’intera classe dirigente del Paese (decine di migliaia di file sul conto di manager, uomini politici, imprenditori) arriva al cuore di Telecom Italia. E l’uomo che di questa indagine è il fulcro, Giuliano Tavaroli, rassegna le proprie irrevocabili dimissioni dal gruppo. Già responsabile della sicurezza aziendale e di quella personale del suo presidente Marco Tronchetti Provera, Giuliano Tavaroli è oggi indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali per l’acquisizione di informazioni coperte dalla privacy. Un reato più grave di quello per il quale, 12 mesi fa, era stato iscritto una prima volta nel registro degli indagati della Procura di Milano (concorso in appropriazione indebita).

L’accusa gli viene contestata in ragione del lavoro che in questi anni ha svolto per la più grande azienda telefonica del Paese. Dunque, del libero accesso che ha avuto, in qualità di direttore della struttura, al “Cnag”, il centro di ascolto Telecom sulle utenze intercettate per ordine dell’autorità giudiziaria. Del suo rapporto diretto con la “Polis d’Istinto” di Emanuele Cipriani, società di investigazioni private cui la Telecom ha appaltato negli ultimi anni attività di indagine e sicurezza per almeno 14 milioni di euro, cui la Telecom deve ancora del denaro e che, si è scoperto ora, custodiva in un dvd un archivio clandestino: decine di migliaia di file per altrettanti dossier raccolti illegalmente. Un materiale immenso, che la Procura di Milano ha appena cominciato a riversare su carta e che, al momento, somma 35 mila fogli.
Il Presidente di Telecom, Marco Tronchetti Provera, ha voluto Tavaroli al suo fianco fino alla fine. Lo aveva formalmente parcheggiato da qualche tempo in “Pirelli”, in un angolo poco esposto. A far nulla, ufficialmente. Se non attendere di vedere quale verso avrebbe preso l’inchiesta e, soprattutto, che ne sarebbe stato degli accertamenti sulla “Polis d’Istinto” di Emanuele Cipriani, porta d’accesso a Telecom. In realtà, Tavaroli conservava il suo ufficio in piazza degli Affari, continuava a intervenire sui temi della security nei corsi di formazione dei dirigenti. Sapeva di non dovere spiegazioni e di poter dunque ancora rispondere con un’alzata di spalle e più di un’omissione alle domande di qualche ficcanaso.

È storia del marzo scorso. Sono i giorni dello svelamento dell’attività di spionaggio in danno di Piero Marrazzo, candidato dell’Unione alle elezioni regionali del Lazio, e di Giovanna Melandri (oggi ministro). Il nome di Emanuele Cipriani e della sua “Polis d’Istinto” fiorisce negli atti di quell’inchiesta e il “Sole 24 Ore” (21 marzo) decide di bussare alla porta dell’amico più importante di Cipriani. Tavaroli, appunto. “Non mi occupo più di questioni legate alla sicurezza – dice lui – perché purtroppo, da quasi un anno, sono fuori da Telecom e mi occupo di pneumatici in Romania”. “Sono stupito dal modo in cui si fa giornalismo in Italia – ammonisce – E non capisco perché il “Sole 24 ore”, che sin qui si è distinto per non essersi occupato della vicenda “Polis d’Istinto”, non continui a non occuparsene vista la banalità del soggetto”.

Di banale non c’è proprio nulla nella storia e nelle attività della “Polis d’Istinto”, nei rapporti della società con Telecom Italia e nel legame tra Emanuele Cipriani e Giuliano Tavaroli. Perché in quei giorni di marzo, non c’è un solo protagonista di questa storia che non sappia cosa bolle in pentola. La Procura di Milano ne ha la prova quando sequestra in casa di un collaboratore di Cipriani un dvd protetto da una password, che Cipriani offre volontariamente ai pubblici ministeri che lo interrogano. Ne salta fuori l’archivio dell’intera attività di intelligence clandestina che Cipriani ha svolto con la sua “Polis d’Istinto” e con almeno altre due società di investigazione privata con sede all’estero. Una miniera di nomi e di file di cui si è detto. Un pozzo senza fondo di informazioni sensibili (personali e patrimoniali) attinte da banche dati che dovrebbero custodire la segretezza della vita privata e di relazione di ciascun cittadino (le persone con cui si parla al telefono, con cui si fanno affari, cui si è legati da rapporti di amicizia o frequentazione).

L’investigatore privato viene interrogato tre volte e per tre volte i suoi verbali vengono secretati. Quali risposte dia alle contestazioni specifiche dei pubblici ministeri sul contenuto del suo mastodontico archivio non è dunque dato sapere. Ma se ne conosce la sostanza. Cipriani indica il committente di quel lavoro: Telecom Italia. Fa il nome del suo referente in quell’azienda: Giuliano Tavaroli, responsabile della sicurezza aziendale. I pubblici ministeri informano l’investigatore che il reato per cui procedono nei suoi confronti si fa più grave: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali per l’acquisizione di notizie coperte dalla privacy. Che l’indagine penale conoscerà un’ulteriore proroga di sei mesi. E non è una buona notizia né per Cipriani, né per Tavaroli né per gli altri sospettati del reato di associazione a delinquere di cui oggi non si conosce l’identità ma sui cui nomi i due amici potrebbero avere qualche idea.

In Telecom sono giorni terribili. Ma, forse, non soltanto lì. L’inevitabile e definitivo addio di Giuliano Tavaroli, la disponibilità di Cipriani a rispondere alle domande dei pubblici ministeri di Milano, si incastrano se non altro cronologicamente con il destino di un terzo uomo, che ai primi due è legato da vincoli di antica amicizia e frequentazione. Il 15 maggio, mentre il governo Berlusconi sta chiudendo gli scatoloni a Palazzo Chigi, il direttore del controspionaggio del Sismi, Marco Mancini, accompagnato dal suo direttore Nicolò Pollari, ha un colloquio con il sottosegretario Gianni Letta. Quando ne esce, comunica un periodo di congedo di 30 giorni per ragioni di salute. Raccontano di una discussione difficile. Di una richiesta rivolta a Mancini e da Mancini rifiutata di abbandonare la direzione del controspionaggio. Perché? C’entra forse qualcosa il precipizio che si è aperto di fronte a Cipriani e Tavaroli? C’entrano qualcosa le relazioni d’ufficio che l’intelligence politico-militare aveva con Tavaroli in qualità di direttore del “Cnag”? O, ancora, c’entra qualcosa il rapporto simbiotico che Mancini aveva con Tavaroli (negli anni ’80, i due hanno cominciato la loro carriera nel nucleo anticrimine dei carabinieri di Milano, dove venivano chiamati “i gemelli”)?

Il tempo aiuterà forse a sciogliere queste domande. Intanto, una circostanza può essere annotata. Nel luglio del 2005, quando già da due mesi la Procura di Milano indagava sul suo conto, un ordine di servizio Telecom incaricava Giuliano Tavaroli di “responsabile della gestione e prevenzione delle eventuali crisi collegate ai rischi di terrorismo internazionale”.

(26 maggio 2006)

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