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Conseguenze psicologiche dell’aborto

In Rassegna Stampa on ottobre 15, 2007 at 11:52 pm

Simona Berardi

Molti autori, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti ( tra i più noti H.Deutsch, G.Bribing, E.Erikson e D.Pines) affermano che la gravidanza comporta, oltre alla preparazione biologica di un utero accogliente, anche l’elaborazione di un “grembo psichico” dove il bambino che nascerà possa essere atteso, cioè pensato ed amato ancor prima di venire alla luce. Ciò che fa di una creatura un figlio è il desiderio materno, la capacità della donna di rendere presente e anticipare l’esistenza dell’altro dentro di sé.

Ora,  l’Interruzione Volontaria di Gravidanza (I.V.G.) rappresenta un evento traumatico in quanto oltre a produrre un notevole stress (tale da creare disturbi alla vita psichica) di fatto sopprime gli elementi di identificazione con il bambino, poichè nega la gravidanza (negando così quella parte del Sé che si era identificata con il bambino/a) (H. Deutsch, 1957).

Attualmente tre quadri nosologici sono riconosciuti, a livello internazionale:

1.                              un disturbo di natura prevalentemente psichiatrica: la psicosi post-aborto con forme depressive di varia entità, insorge immediatamente dopo l’aborto e perdura oltre i sei mesi;

2.                              un disturbo caratterizzato da un marcato stress post-aborto, che insorge tra i tre e i sei mesi e rappresenta il disturbo “più lieve” finora osservato;

3.                              un insieme di disturbi che possono insorgere o subito dopo l’aborto o dopo alcuni anni: la “sindrome da trauma conseguente ad aborto (S.P.A.)” già descritta nel DSM III dell’American Psychiatic Association. Quest’ultima fu formalmente isolata da Vincent Rue nel 1981, egli la considera una variante specifica della Sindrome da stress post-traumatico.

Quali i sintomi, allora, di questa sintomatologia? Schematicamente rifacendosi agli studi dell’Harvard Medical School, coordinati da W.Worder, iniziati nel 1987, si ha il seguente quadro clinico:

ü      disturbi emozionali (ansia, amnesia, perdita d’interesse, distacco dagli altri ed incapacità a provare emozioni, ecc…)

ü      disturbi della comunicazione

ü      disturbi dell’alimentazione

ü      disturbi del pensiero (pensieri ossessivi, ecc…)

ü      disturbi della relazione affettiva caratterizzata da u n cospicuo isolamento

ü      disturbi della sfera sessuale

ü      disturbi del sonno (insonnia, irritabilità, incubi, ecc…)

ü      disturbi fobico-ansiosi

ü      flash backs dell’aborto (ri-esperienza del trauma, ricordi della passata esperienza, ecc…).

La sintomatologia compare dai sei mesi ai due anni successivi all’I.V.G.

Possono anche non comparire sintomi specifici, ma si sviluppano rischi relativi ad eventi stressanti quali:

o       nuova gravidanza

o       aborto spontaneo

o       perdite affettive.

Difficilmente ad una prima consultazione si riesce a mettere in relazione i sintomi, presentati solitamente in modo disparato, con l’evento abortivo; in quanto non sempre è presente la coscienza che il malessere nasca dall’aborto, aborto che in un primo momento può essere stato percepito come un atto “liberatorio”.

Noi tutti pensiamo all’aborto come a un fatto privato, una decisione che la donna assume in prima persona su di sé, e si delega l’uomo in una posizione marginale nel processo decisionale, comunque non determinante (Dogliotti, 1995).

L’interruzione volontaria di gravidanza è fortemente connotata dalla solitudine della donna come causa e come effetto, dall’assenza del partner, fisica ma soprattutto psicologica. La donna si trova ad affrontare “da sola” un evento che non ha ripercussioni solo sul proprio stato fisico ma, soprattutto, come abbiamo visto, su tutta la sua vita psichica, infatti l’I.V.G. rimette in gioco dinamiche collegate all’intero sviluppo psicologico (sulla propria femminilità, sulla propria sessualità, sul rapporto futuro con il partner, sull’eventualità o meno di avare altri figli, ecc…) e pone comunque la donna di fronte ai problemi della perdita e del lutto. Nell’ipotesi di un innato, inconscio desiderio di maternità, l’aborto assume ancor di più il senso di una dolorosa rinuncia, in quanto, non solo viene perduta la possibile vita di un figlio, un oggetto-figlio, che ha la caratteristica di essere un figlio immaginato, fantastico, potenziale, ma anche parte del Sé psicologico della donna e del suo Sé corporeo.

L’aborto provoca la brusca interruzione del lungo processo fantasmatico che accompagna la donna nella sua crescita femminile e che costituisce il preludio alla sua esperienza di maternità, ecco perché il lutto che viene elaborato dopo l’I.V.G. lo distingue da qualsiasi tipo di lutto, infatti si rende necessaria l’elaborazione sia della perdita dell’oggetto sia della perdita simultanea e concreta di un parte del Sé. Il vissuto elaborato può diventare quello di una violenza subita e le sensazioni dopo l’evento sono, soprattutto, moti d’aggressività verso sé stessa, sensi di colpa, perché non ha saputo elaborare in modo diverso la sua vita, verso il partner, che è in parte causa di ciò che le è accaduto e che l’ha lasciata sola, verso la società, perché non ha saputo aiutarla prima, durante e dopo.

Un motivo per cui la donna può giungere a uno o più aborti per cause psicologiche è la separazione progressiva tra maternità e sessualità. Se una donna si sente strumentalizzata dalla sessualità maschile, usata come un oggetto e poi abbandonata, le verrà più facile compiere gli stessi atti nei confronti della creatura che porta in grembo. Per questo ogni crudeltà, disattenzione, strumentalizzazione della donna incrementa la sua aggressività e precostituisce una possibile situazione abortiva. La maternità abbisogna del supporto di una aspettativa condivisa: l’aborto è l’esito di una solitudine. Si parla spesso di “maternità non voluta” ma dovremmo capire che sono, prima di tutto, “maternità non pensate” infatti nel momento in cui si rimane incinta si richiede alla donna una preliminare partecipazione attiva, cioè un atteggiamento disponibile alla fecondazione. Il problema però sta nel fatto che, in alcuni casi, quando per esempio, il bambino assume un carattere “salvifico” per la coppia (ad esempio: famiglie di coppie di tossicodipendenti) oppure quando ci sono dei conflitti di base con la madre, essere incinta assume un carattere di “falsa emancipazione”, tale atteggiamento non è stato inserito nella sfera dell’intenzionalità e della coscienza, per cui il bambino non è considerato un figlio al quale dover poi dedicare attenzioni e cure se nascesse, e quindi non riconoscendo il figlio a livello psicologico viene facilmente abortito, la madre non se ne sente responsabile e può vivere l’aborto come una “liberazione”.

Come abbiamo avuto modo di notare le problematiche psicologiche che possono essere conseguenti ad una interruzione volontaria di gravidanza sono molteplici. E’ chiaro che l’importanza dello stress dipende dal significato che la donna dà all’evento, da come considera il bambino (in una ricerca è stato notato che il 75% di donne considerava il bambino un ostacolo alla realizzazione di sé, delle proprie aspirazioni, soprattutto lavorative, il 69,9% un grande dono e il 68,1% lo considera come un modo per dare senso alla vita e al matrimonio) e dalla risonanza che questo ha nell’ambiente circostante, infatti la rappresentazione sociale che le donne che hanno abortito vivono nei confronti della gente comune circa i sentimenti da loro espressi verso chi abortisce, evidenzia giudizi di riprovazione o disinteresse anche se, probabilmente, questi sentimenti sono la proiezione che la donna fa sugli altri di quegli stessi sentimenti negativi e di riprovazione dell’evento che ella vive.

Tutto quello che è stato detto finora, è una totale e netta conferma dell’assunto teorico che la donna soffre. Anche se l’esistenza e la morte del suo bambino non sono riconosciute da nessuno attorno a lei, il legame che la lega a lui è totalizzante e traumatica.

Tratto da www.bios.bologna.it

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