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L’identikit del gesuita: disponibilità e mobilità

In Rassegna Stampa, Religion on marzo 19, 2008 at 11:50 pm

Il nuovo Preposito generale parla del futuro della Compagnia di Gesù

ROMA, martedì, 18 marzo 2008 (ZENIT.org).- Uno dei compiti della 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù è stato quello di delineare l’identikit del Gesuita, che ha fatto emergere la figura di un uomo pronto a offrire “totale disponibilità” e “nuova e impegnativa mobilità”.

Lo ha reso noto padre Adolfo Nicolás, Preposito generale della Compagnia, in un’intervista rilasciata a “L’Osservatore Romano”, alla “Radio Vaticana” e al Centro Televisivo Vaticano.

Tracciando un bilancio della Congregazione Generale – svoltasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo – che lo ha eletto alla guida dei Gesuiti, padre Nicolás ha affermato che è stata caratterizzata da una grande unità anche se si è sperimentata “la diversità più grande nella storia della Compagnia”, perché “erano rappresentati praticamente tutti i Paesi dove ci sono i Gesuiti”.

Nonostante questo, “vi è stata l’esperienza di aver trovato una profonda comunicazione degli uni con gli altri” e “il senso di formare insieme un unico corpo è stato molto grande”.

Nella Congregazione, ha spiegato, “abbiamo trovato che l’immagine, l’identikit dei Gesuiti, che noi pensiamo e desideriamo, è l’immagine di uomini consapevoli di essere chiamati a una missione difficile” “per la quale c’è bisogno di una totale disponibilità e poi di una nuova e impegnativa mobilità”.

Padre Nicolás ha rivelato di aver chiesto a Provinciali e Superiori “di rendere questa mobilità normale nella Compagnia, che non riguardi soltanto un gruppetto di missionari, che vanno fuori dei loro Paesi, ma tutti”.

“Dovrebbe essere normale per noi andare in un altro Paese almeno per un certo periodo di servizio o per essere formati meglio in una visione internazionale della Chiesa, del mondo e di noi stessi”, ha osservato.

Circa i temi trattati nella Congregazione, il Preposito ha ricordato in primo luogo quello del governo dell’Ordine.

“Se siamo in un mondo globalizzato – ha commentato –, un mondo così pluralista e così interconnesso”, “allora abbiamo bisogno di un sistema di governo che sia adatto a questo tempo”.

Altri temi sono stati la missione e il suo aggiornamento e l’obbedienza, per due ragioni principali: “una che lo stesso Benedetto XVI ci aveva invitato a riflettere sull’obbedienza, e l’altra che nelle Congregazioni recenti, da venti anni a questa parte, abbiamo riflettuto con una certa profondità sulla povertà, sulla castità, ma non avevamo aggiornato le nostre riflessioni sull’obbedienza nel contesto di oggi”.

Circa le vocazioni, il Preposito ha riconosciuto una loro diminuzione, ma ha esortato a considerare il problema nel suo complesso.

In primo luogo, sostiene, è in atto un cambiamento sociologico, perché ora nei Paesi tradizionalmente cattolici “le famiglie non hanno figli, ne hanno uno, due e con grandi difficoltà”, e per questo “è molto più difficile lasciare che l’unico figlio vada a farsi religioso, si faccia prete, gesuita!”.

Accanto a questo, c’è un cambiamento ecclesiologico: “dopo il Vaticano II, ci sono molte vocazioni laiche. La vocazione laica, oggi, viene considerata come una vera vocazione, una vocazione profonda, una vocazione in cui la persona può impegnarsi completamente, per tutta la vita”.

“Per essere un buon cristiano – ha osservato – non è necessario essere prete, religioso”.

Il problema, ha aggiunto, “non è moltiplicarsi o sopravvivere, il problema è vivere: come vivere coerentemente con la nostra vocazione. Credo che sia meglio ‘pochi e buoni’ piuttosto che molti che diventano turba, ‘massa’, come diceva Sant’Ignazio”.

Quanto al contributo che possono apportare gli altri continenti alla Chiesa universale, il Preposito generale ha sottolineato come l’Asia possa insegnare molto perché “è meno teorica, è più pratica, è più ‘di crescita’”.

Per la Cina, padre Nicolás ha ammesso che “si può fare molto, ma si può definire poco. Tutto dipende dalle possibilità che ci saranno aperte nel tempo”.

L’Africa, ha ammesso, non è stata oggetto di un’approfondita discussione nell’ambito della Congregazione Generale, ma è emersa chiaramente la volontà di aiutare il continente.

“Dall’Africa è stato già chiesto ai Gesuiti di formare un’università, e questo progetto è allo studio da due anni”, ha ricordato, ma ad ogni modo la Compagnia di Gesù pensa che “l’iniziativa deve partire dall’Africa”.
Le sfide e le proposte che si pongono davanti ai Gesuiti sono quindi numerose.

“Il nostro carisma è un carisma di servizio nella Chiesa”, ha ribadito padre Nicolás. “Non siamo una Chiesa parallela e non siamo una Chiesa nella Chiesa: siamo parte della Chiesa, un piccolo gruppo che cerca di servire”.

Tra le necessità che emergono dalla Congregazione Generale, ha concluso, c’è anche la revisione delle strutture della Compagnia, “in modo che possiamo ‘servire’ con maggiore flessibilità, più facilmente e rispondere meglio alle istanze dei nostri tempi”.

(ZENIT)

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