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Tavaroli, lo spionaggio e i dossier: ecco l’atto d’accusa dei pm di Milano

In Politics, Rassegna Stampa on luglio 22, 2008 at 3:10 pm

Chiusa l’inchiesta, in 34 verso il processo: corruzione e appropriazione. Indagate Telecom e Pirelli, non gli ex manager Tronchetti Provera e Buora

MILANO — Sulla consapevolezza dei vertici aziendali di Telecom e Pirelli circa almeno una circostanza, e cioè l’illiceità del modo con il quale la Security di Giuliano Tavaroli era riuscita a carpire l’archivio informatico dell’agenzia investigativa Kroll ingaggiata dai brasiliani rivali del gruppo di Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora, una voce c’è stata nell’inchiesta conclusa ieri dalla Procura di Milano con l’incriminazione delle persone giuridiche delle due società ma non delle persone fisiche dei due imprenditori: un interrogatorio (coperto da omissis) alla fine del 2007 di Fabio Ghioni, l’esperto informatico capo del «Tiger Team» di hackers che avevano appunto soffiato alla Kroll il suo prezioso archivio.

Ma una sola chiamata in correità non è stata ritenuta sufficiente dai magistrati (nè allora, nè alla fine degli interrogatori simultanei il 27 giugno scorso di Tronchetti e Buora come testimoni) per iscrivere l’allora azionista di riferimento e l’amministratore delegato nel registro degli indagati. Soprattutto perché il miglior scudo a Tronchetti e Buora sono state paradossalmente le parole messe a verbale (e ancor più quelle non pronunciate) nei 15 interrogatori nei quali dal settembre 2006 al maggio 2007 Tavaroli ha prospettato ai magistrati la sua verità di manager sempre e solo attivatosi per l’interesse aziendale. Senza mai coinvolgere direttamente Tronchetti e Buora nell’ordinazione o nella consapevolezza degli illeciti, anzi nell’aprile 2007 dichiarando ai pm di averli spesso messi al corrente delle vicende più rilevanti ma non delle fonti e delle modalità con le quali egli aveva acquisito le notizie che metteva a disposizione dei due vertici aziendali.

I 34 milioni
Per costoro le 371 pagine dell’«avviso di chiusura delle indagini » notificato ieri a 34 indagati e di «deposito degli atti» che in ben 169 faldoni la Procura metterà materialmente a disposizione dei difensori solo tra qualche giorno (per i problemi logistici di gestione di questa montagna di carte non scannerizzate su Dvd come invece accaduto in altre inchieste quali Antonveneta- Unipol) sono agrodolci laddove quantificano in circa 34,3 milioni di euro i fondi aziendali con i quali dal 1997 al dicembre 2004 la Security del gruppo ha finanziato gli illeciti praticati da una piattaforma informativa che poteva integrare quattro preziosi canali: «i mezzi e le persone di Pirelli, Telecom e Tim messi a disposizione da Tavaroli», l’agenzia di investigazione privata del detective fiorentino Emanuele Cipriani, il flusso informativo veicolato da investigatori privati provenienti dalle file dei servizi segreti come Giampaolo Spinelli (ex Cia) e Marco Bernardini (ex Sisde), e la pirateria informatica esercitata dal Tiger Team di Fabio Ghioni.

Aziende fuori controllo
Pagine agrodolci perché da un lato l’atto di conclusione delle indagini, oltre a lasciare Tronchetti e Buora non indagati, contesta a Tavaroli e ai suoi complici anche l’aggravante di aver commesso alcuni dei reati «per occultare pratiche corruttive » precedentemente attuate dallo staff della Security «con l’abuso di relazioni d’ufficio e prestazioni d’opera» nelle due società, dunque strumentalizzando le strutture e i soldi delle due aziende, indicate dai pm com «parti offese» rispetto al reato di «appropriazione indebita» dei 34 milioni aziendali contestato (in varia misura) a Tavaroli, Cipriani, Bernardini, Spinelli, Ghioni e anche al direttore della sicurezza di Pirelli Pierguido Iezzi. E’ la prospettazione sin dall’inizio avanzata da Telecom e Pirelli, che, tramite il loro avvocato Francesco Mucciarell, nell’inchiesta della Procura hanno via via depositato ai magistrati (come si ricava ora dall’indice degli atti) ben 58 note e contributi documentali.
Tuttavia, dall’altro lato, l’ordine di grandezza delle cifre fuoriuscite dalle casse societarie senza che alcun controllo interno avesse a che sollevare il minimo dubbio, e la dimensione dell’attività di dossieraggio svelata dalle indagini, nel contempo non testimoniano per la bontà della gestione imprenditoriale di Telecom e Pirelli, che come persone giuridiche vengono indagate per «corruzione» (ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa dell’ente per i reati commessi da propri dipendenti nell’interesse dell’azienda) appunto «per non avere fino al maggio 2003 predisposto modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire » le corruzioni di pubblici ufficiali operate dalla loro Security;
e, dopo aver adottato i modelli interni di controllo, «per non averli efficacemente attuati e non aver adeguatamente vigilato sulla loro osservanza». E chi non ha predisposto o poi non ha vigilato, sono quegli stessi vertici che come persone fisiche non si sono invece visti addebitare dai pm condotte di rilevanza penale.

Privacy a meno 9.000
Quella che la Procura qualifica tecnicamente una «associazione a delinquere» (contestazione mossa a 26 indagati su 34), è peraltro accusata d’aver commesso un’impressionante (per quantità e qualità) varietà di reati. Prima di tutto la «corruzione » finalizzata alla «rivelazione di segreti d’ufficio»: le tangenti versate ai pubblici ufficiali che si prestavano a consultare abusivamente le banche dati dei Ministeri dell’Interno, della Giustizia e delle Finanze, con ciò violando circa 9mila volte il trattamento dei dati personali di almeno 4.000 persone e 350 società.

Radar e i pirati
Questi atti d’indagini clandestine e illecite costituivano la base dei dossieraggi che poi erano rimpolpati dal decisivo contributo proveniente da altre due potenti fonti di notizie. La prima: il mercimonio di tabulati telefonici, i registri delle chiamate di qualunque utenza, dai quali si può dedurre chi parla con chi, quando, quante volte: un applicativo informatico della Tim, il sistema Radar nato per contrastare le frodi contrattuali ma utilizzato poi per le impreviste potenzialità che un suo difetto aveva evidenziato, consentiva infatti di estrarli senza che rimanesse traccia di chi aveva interrogato il sistema. La seconda: l’intrusione illecita nei sistemi informatici di privati e di grandi aziende, dai quali gli hackers di Ghioni sapevano risucchiare archivi e posta elettronica.

007 italiani ed esteri
Infine, tramite l’ex capo del controspionaggio del Sismi Marco Mancini, ma anche grazie all’ex dipendente Sisde Francesco Rossi e all’ex fonte Sisde e sindacalista Alitalia Antonio Vairello, nonché allo 007 francese e funzionario Europol Fulvio Guatteri, e ai contatti ex Cia di Spinelli, la Security di Telecom e Pirelli poteva attingere anche a «notizie e documenti attinenti la sicurezza dello Stato di cui è vietata la divulgazione», in parole povere a schede e notizie classificate per uso istituzionale negli archivi dei servizi segreti.

La rete antimagistrati
La piattaforma informativa integrata, sempre nella fotografia che ne restituiscono i 40 capi d’imputazione, avrebbe anche sviluppato un paio di anticorpi rispetto a chi l’avesse contrastata. Uno sarebbe stata la «Rete», cioè un terminale di «informatori e ufficiali di polizia giudiziaria «ispirato» per i pm dall’ex ufficiale dei carabinieri poi dirigente Telecom Angelo Jannone e dal consulente di Tronchetti, Guglielmo Sasinini: imperniata sui «collettori» di notizie su base regionale Amedeo Nonnis, artificiere dell’esercito, e Edoardo Dionisi, carabiniere, la «Rete» per l’accusa fu «creata sia per acquisire notizie utili sia per tutelare la Security e il management dell’azienda da iniziative giudiziarie».
L’altro anticorpo avrebbe invece sfruttato, all’interno dei sistemi aziendali di telecomunicazione, un sistema di una quindicina di sonde potenzialmente in grado di «suonare» l’allarme ove su alcuni particolari soggetti qualche magistrato avessero attivato intercettazioni telefoniche, nonché forse tecnicamente utilizzabile anche al contrario per poter svolgere intercettazioni illegali (di cui però l’inchiesta in tre anni non ha trovato alcun caso comprovato e di cui per questa ragione non ha stilato alcuna contestazione nei capi d’imputazione). Nell’indice degli atti, che da solo occupa 144 pagine, si ricava comunque che la Procura in questa indagine non ha ritenuto di ricorrere mai (salvo per pochi giorni nel 2006 per sorvegliare il comportamento processuale di Bernardini mentre rispondeva ai pm) allo strumento investigativo delle intercettazioni.

Vittime nel pc
Tra gli attacchi informatici più clamorosi, quelli condotti all’archivio della Kroll, completamente «aspirato» al pc portatile di un suo agente in una stanza di hotel; le intrusioni nel novembre 2004 nei computer dell’amministratore delegato di Rcs Vittorio Colao e del vicedirettore del Corriere della Sera,
Massimo Mucchetti (operazione Mucca Pazza); il furto della posta elettronica di Carla Cico (la manager di Brasil Telecom che con Daniel Dantas era ai ferri corti con i soci della Telecom italiana) e di una serie di persone ritenute vicine ai rivali brasiliani, come i giornalisti di Libero Fausto Carioti e Davide Giacalone, i consulenti Giannalberto e Pierluigi D’Ecclesia Farace, l’avvocato Francesco Giorgianni.

Controllori controllati
Tra gli illeciti spiccano poi quelli che hanno visto come vittime coloro che avevano compiti, nelle istituzioni o negli organi societari, di controllare la gestione di Telecom e Pirelli. A cominciare dal furto di posta elettronica di cinque funzionari dell’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato proprio mentre in quel dicembre 2004 l’Antitrust doveva decidere una causa intentata contro Telecom dai concorrenti Fastweb e Albacom. Non meno grave è il dossieraggio (operazione Clarabella)
su Rosalba Casiraghi, la professionista che nel collegio sindacale di Telecom rappresentava i soci di minoranza; o l’intrusione nelle email di due componenti dei fondi pensione che contestavano gli accordi tra Telecom Italia e Daniel Dantasa. Senza contare le attività illecite messe in atto nei confronti di concorrenti come Vodafone, Vivo, Telmex, il gruppo Sawiris, Fastweb, H3G. E, ancor più scabrosi, gli accertamenti illeciti operati su migliaia di dipendenti di Telecom e Pirelli con le operazioni Filtro e Scanning, costate da sole ben 2 milioni e 700mila euro dal 2000 al 2004.

La lista
Ma l’elenco delle persone sulle quali risultano svolti accertamenti abusivi di vario genere, tutti comunque in violazione del trattamento dei loro dati personali (Anagrafe tributaria, banche dati di polizia, Casellario giudiziario, tabulati telefonici Tim, dossieraggio tramite detective privati) riassume un lungo elenco di nomi già venuti alla ribalta man mano che il gip Giuseppe Gennari scriveva le otto ordinanze di custodia cautelare chieste ed eseguite dai pm Fabio Napoleone, Nicola Piacente e Stefano Civardi. Nell’elenco, che occupa oltre 200 pagine, figurano anche banchieri come Cesare Geronzi, imprenditori come Marcellino Gavio, manager come Enrico Bondi o l’ad di Enel Fulvio Conti, finanzieri esteri come Al Walid, esponenti di associazioni di consumatori come Carlo Rienzi del Codacons, il calciatore Bobo Vieri, Luciano Moggi, qualche ignaro utilizzatore di cellulari di cui sono stati studiati a lungo i tabulati (uno in carico alla Mondadori, o l’altro intestato «a Pirelli spa Rcs MediaGroup»), politici come Lorenzo Cesa o Aldo Brancher, e in un caso anche un nome alla ribalta della cronaca nera come Ruggero Jucker (che risulta «radiografato» insieme al padre dopo il suo arresto per l’uccisione della fidanzata a Milano).

Afef e il fratello
Dopo tanti scorci di verbale, spesso difficili da ricollegare in una visione unitaria, tra i capi d’imputazione compare anche quello che contesta allo 007 francese Fulvio Guatteri di essersi «procacciato dati segreti e riservatissimi destinati a Tavaroli e Cipriani», tra cui quelli su «Slaeddine Jnifen, affine al Presidente Tronchetti Provera» in quanto fratello di sua moglie Afef Jnifen.

Distruzione
Ulteriori 83 faldoni contengono l’esito del dossieraggio illecito della Security di Telecom-Pirelli, e cioè appunto il materiale informativo illecitamente raccolto sulle quasi 5mila persone che nelle prossime settimane i magistrati dovranno trovare il modo di avvisare (anche all’estero) affinché possano partecipare all’udienza di distruzione dei dossier: i pm l’hanno chiesta al gip come impone la pasticciata legge varata nel 2006 dal governo Prodi, sebbene essi da oltre 15 mesi attendano che la Corte Costituzionale si esprima sull’incostituzionalità o meno delle norme lamentata sia dalla Procura, sia dalla difesa di Tavaroli, sia dai primi cinque dipendenti «spiati» dall’azienda che si erano costituiti parti civili in un procedimento-pilota

Stralcio
E’ confermato che, se il grosso dell’inchiesta è concluso con il deposito degli atti di ieri, resta però ancora aperto un filone sulle possibili corruzioni internazionali a cui alcuni degli indagati hanno accennato, o per negarle o per larvatamente accreditarne l’esistenza scaricandone però la responsabilità su qualcun altro. La certezza dello stralcio arriva dalla numerazione dell’avviso di conclusione notificato ieri agli avvocati: reca il numero 25194 di quest’anno, diverso dall’iniziale fascicolo 30382 (che evidentemente resta come contenitore tecnico di possibili sviluppi) aperto nel 2003 per una indagine su truffe al Comune di Milano da parte di una società di vigilanza privata. Proprio l’inchiesta nella quale fu intercettata una telefonata, su una circostanza riguardante indirettamente Tavaroli, da cui è partita poi tutta l’inchiesta sulla Security di Telecom e Pirelli.


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Brasile senza rogatorie
E resta però confermato anche che sulla controversa vicenda dello scontro in Brasile fra la Telecom italiana e il fondo Opportunity del finanziere Daniel Dantas, con contorno di reciproci spionaggi e possibili tangenti sudamericane, la Procura di Milano non ha avviato allo stato alcuna rogatoria con il Brasile, così come non c’è traccia agli atti di richieste di assistenza dal Brasile all’Italia (solo una lettera di un magistrato carioca).
In compenso dagli atti si apprende che un gran numero di rogatorie sono invece state avviate con altri obiettivi (la ricerca dei soldi usciti dalle casse di Telecom e Pirelli) in Svizzera, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, a Guernsey, nel Principato di Monaco e in Lussemburgo.

Luigi Ferrarella

(fonte: Corrieredellasera.it)

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