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“Caro vescovo attento, non è finita”

In Rassegna Stampa, Religion on febbraio 27, 2009 at 9:10 am
David Irving

David Irving

«E’ venuto a un party a casa mia, spero che ascolti i miei consigli»

DI FRANCESCA PACI
«Il vescovo Williamson deve fare molta attenzione, gliel’ho scritto. Credo che non si renda conto del guaio in cui si è cacciato. Se pensa che la storia finisca con l’Argentina sbaglia. E’ probabile che ora sia automaticamente bandito dal Canada e dagli stati del Commonwealth. L’Australia ha modificato la legge sull’immigrazione per non farmi entrare». Lo storico revisionista David Irving siede nel salotto chiaro della grande casa vittoriana a Dorney, nella campagna del Berkshire, dove vive da due anni. Si è trasferito qui nel 2007, quando è uscito dal carcere viennese in cui ha passato 13 mesi per apologia del nazismo.

L’arredamento è spartano. Faldoni e cartelle di appunti addossati alle pareti con pochi quadri e nessun libro; un grande televisore con i dvd dei film «Poseidon» e «Ever After» con Anjelica Huston; sul camino le foto delle cinque figlie, la maggiore delle quali morta suicida nel ‘99 dopo aver combattuto tutta la vita contro la schizofrenia. «Il reverendo Williamson l’ho conosciuto qui, in casa mia, lo scorso ottobre» continua Irving. Una grande vetrata si apre sul giardino con fontana, immalinconito dalla luce grigia del pomeriggio nuvolo: «Un amico l’ha portato al mio garden party, c’erano novanta persone. Di solito in queste occasioni non riesco a scambiare più di due parole con nessuno, ma con sua Eccellenza ho chiacchierato una decina di minuti. Nessun accenno all’Olocausto, ci siamo intrattenuti sul cattolicesimo, io sono un tradizionalista, conservatore, ho studiato il latino, non apprezzo le aperture liberali della chiesa. Lui era ancora ai margini del Vaticano, poi per qualche ragione il Papa l’ha riammesso». Nel computer portatile aperto sul tavolo della cucina in legno conserva le foto di quella festa. C’è nè una in cui compare accanto al vescovo lefebvriano con in mano un calice di champagne. Irving l’aveva messa sul suo sito internet. Ma il 28 gennaio, un mese fa, l’avvocato tedesco di Williamson ha suggerito al cliente appena perdonato dal Pontefice di farla rimuovere perché «non sarebbe utile se la notizia fosse notata in Germania».

Il giorno stesso il vescovo gli ha mandato un’email: «Caro signor Irving, mi fa piacere che si ricordi del nostro breve incontro ma dovrei chiederle di non farmi pubblicità in questo momento». «Ho tolto l’immagine ovviamente, poi gli dato qualche consiglio, gli ho indicato quello che può dire sull’Olocausto senza crearsi problemi. Finchè Williamson è stato in Argentina abbiamo comunicato direttamente, ora ci scriviamo attraverso un comune amico inglese che ho sentito anche mercoledì». David Irving, settantun anni a marzo, è autore di diversi libri tra cui «Apocalisse a Dresda», «La guerra di Hitler», «Norimberga ultima battaglia», il primo pubblicato in Italia da Mondadori, gli altri dalla casa editrice Settimo Sigillo specializzata in storia della destra. Dopo la causa persa nel 1996 contro la storica americana Deborah Lipstadt e la sentenza della Corte che lo definiva «attivo negatore dell’Olocausto» lavorare gli è stato sempre più complicato. Ha pronte tre biografie, dice.

La sua, scritta in carcere, la storia di Churchill e quella di Himmler: «Il problema è pubblicarle, anche in Italia ci sono difficoltà». Quando il Vaticano ha ritirato la scomunica riaccogliendo i lefebvriani e il reverendo Williamson è finito nell’occhio del ciclone per le interviste in cui negava l’esistenza delle camere a gas, David Irving s’è ricordato di lui: «Un uomo molto intelligente, molto inglese, molto innocente». La loro corrispondenza è cominciata così: «Israele ha scatenato questa tempesta contro di lui e la Chiesa cattolica, guidata da un papa tedesco, per distrarre il mondo dal massacro di Gaza. Mi piacerebbe rincontrare sua Eccellenza, ma credo che nelle prossime settimane sarà molto occupato. Ho l’impressione che la Chiesa gli abbia raccomandato un basso profilo. Per due anni non farà nulla. Per questo, in privato, voglio dargli una mano. Lui non ha studiato l’Olocausto, non sa che in molti paesi europei negarlo è un reato e dei peggiori». In un’email di qualche settimana fa lo stesso Williamson gli aveva chiesto aiuto e materiale su Auschwitz. Lo storico più amato dai revisionisti non se l’è fatto ripetere: «Gli ho spiegato che la cosa migliore è ammettere che ci sono stati omicidi di massa organizzati dal 1942 al 1943 nei tre campi controllati da Himmler, Treblinka, Sobibor e Belzec. La cifra è da verificare ma sua Eccellenza non può discutere che sia accaduto».

Non lo mette in dubbio neppure lui che è stato a Treblinka un anno fa: «Mi sono convinto che lì potrebbero essere stati uccisi due o tre milioni di persone. C’è un documento tedesco del 1943 desecretato dagli inglesi che, sebbene con qualche discrepanza, parla di un milione e duecentomila morti nel 1942. Ma poiché i campi funzionarono fino all’ottobre del 1943 il numero potrebbe essere il doppio». Su Auschwitz invece, il vescovo lefevriano può star tranquillo, i suoi dati coincidono con quelli di Irving: «Ad Auschwitz sono morte circa 300 mila persone di paesi diversi. Il resto è leggenda costruita per i turisti che vanno lì come a Disneyland».

ntra una ragazza bionda sui venticinque anni e gli ricorda l’appuntamento dal medico. «E’ la mia assistente americana, è arrivata ieri dagli Stati Uniti» dice lo storico bevendo l’ultimo sorso di caffè. Il notiziario annuncia che il vescovo Williamson ha appena chiesto perdono alla Chiesa e alle vittime dell’Olocausto. David Irving scuote la testa, le scuse non sono esattamente un dietrofront. «Conoscendolo penso che non ritratterà. Ha sempre detto d’essere disponibile a cambiare idea solo alla prova dei fatti. Le persone intelligenti come lui non accettano il pacchetto Olocausto a scatola chiusa» osserva prima di congedarsi. Toglie dal cancello il foglio con scritto Irving («L’avevo messo per il tassista, non voglio che si sappia dove vivo») e si allontana in automobile tra i sentieri tortuosi che avvolgono la sua casa.

(fonte: LASTAMPA.IT)

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